Pesca del Tonno - tonnaresiracusane

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Pesca del Tonno

Le tonnare siracusane di Umberto Mario Garro
tratto da "I SIRACUSANI" anno II n.8 Luglio Agosto 1997
documentazione pdf



vedi anche
http://www.antoniorandazzo.it/palazzidipregio/tonnara-santa-panagia.html

La pesca del tonno in Sicilia è di antica origine. Già l'uomo primitivo la raffigurava con colori vegetali e naturali nella sua dimora. Abbiamo testimonianze di ciò nella Grotta del Genovese a Levanzo, piccola isola delle Egadi e la più vicina alla Sicilia, in cui sono state trovate delle pitture in nero sulla roccia, tra le quali la raffigurazione di due grossi tonni. L'uomo primitivo con i suoi graffiti e le sue pitture riproduceva tutto ciò che faceva, la sua vita quotidiana e quindi anche immagini di caccia e pesca; raffigurando la realtà, la controllava in qualche misura; rappresentando il mondo che lo circondava, si poneva al di fuori di esso e, sia pure simbolicamente, attraverso le immagini, interveniva sul mondo esterno per modificarlo. L'arte neolitica ha anche carattere propiziatorio. L'altra testimonianza diretta che noi abbiamo è quella del poeta greco Eschilo ne "I Persiani", in cui un messaggero, riportando la notizia della sconfitta dei Persiani, dice che questi erano morti come i tonni, infilzati e uccisi a colpi di remi dai greci, paragonando quindi il massacro alla mattanza.
E poi c'è la testimonianza del vaso di Cefalù, nel museo "Mandralisca", di un nobile siciliano, trovato a Lipari ma conservato al museo di Cefalù, recante effigi di tonni. Prima della scoperta della Grotta del Genovese, si pensava che questo vaso fosse la più antica testimonianza della pesca del tonno in Sicilia. In epoca romana poi, un greco, Oppieno, parla di un sistema di pesca che è l'isola, cioè la tonnara a mare, e la rappresenta come una città, con edifici, strade e palazzi. Le isole variano a seconda della zona per la presenza di più o meno camere, ma l'ultima è sempre la camera della morte. Per esempio in Sicilia c'è Visola alla siracusana e l'isola alla trapanese.


la pesca del tonno

Il periodo arabo
Nel'878 gli Arabi conquistano la Sicilia e la capi¬tale passa da Siracusa a Palermo. Con gli Arabi il sistema di pesca viene aggiornato e riveduto. Già i Greci e i Romani pescavano mettendo una guardia sulla costa e all'arrivo dei tonni in branco questi venivano attorniati dalle barche e poi pescati. Secondo alcuni studiosi gli Arabi sono stati i veri inventori della tecnica della sistemazione delle reti e della terminologia, come rais (il capo della pesca del tonno ), o fanatico, tonnaroto, ecc... Secondo altri ricercatori invece, abbandonarono il sistema di pesca precedente e fecero andare in rovina le tonnare di terra in Spagna. Ma la spiegazione consiste nel fatto che gli emiri che guidavano le varie tribù arabe erano diversi e alcuni ebbero interesse a conser¬varla, altri invece la trascurarono. Nel 1091 la Sicilia passa ai Normanni. Nel 1176 Goffredo II donò una piccola tonnara di Palermo al monastero dei Benedettini di Monreale. Nel 1210 Federico II donò al Vescovo di Palermo un'altra tonnara. Nel 1266 la Sicilia passa sotto il governo degli Angioini e troviamo 36 tonnare, tra cui quelle di Milazzo, di Solunto, di San Giorgio, di Caronia e di Favignana.
Nel periodo in cui i pirati arabi attaccavano le coste siciliane, gli abitanti si ritirarono verso l'interno, a 10 chilometri, e per lungo tempo non si potè costruire sulle coste. E il caso di Carlentini, per esempio, fondata nel XVI secolo da Carlo V; e di Pachino, fondata nel XVIII secolo, che per volontà del Re dovette essere costruita a 8 chilometri dalla costa e infatti questa città dista 8/10 km sia da Marzamemi che da Capopassero.
La tonnara di Marzamemi già funzionava nel periodo arabo, ma non se ne ha la certezza. Si sa invece che quando fu costruito il palazzo baronale, la torre che difendeva il magazzino dagli assalti dei pirati era munita di cannoni che potevano mirare in qualsiasi angolo. Nel 1555 la tonnara di Marzamemi viene venduta da un nobile spagnolo al principe Nicolaci di Villadorata di Noto. Della pesca del tonno si ha poi testimonianza anche attraverso appunti e scritti di viaggiatori stranieri che nel 1700 e nel 1800 vengono in Sicilia per gustarne le "bellezze e le stramberie" e poi le nomano. Molti artisti hanno realizzato dei dipinti sull'argomento: ricordiamo Paolo De Albertis che ritrae tante volte la tonnara di Solunto vicino Capo Zafferano e Palermo, Giulio Aristide Sartorio, Antonio Varni che nel 1876 dipinge lo stabilimento della tonnara dell'isola delle Femmine e quello di Favignana, Antonino Leto, appartenente alla scuola napole¬tana dell'Ottocento, la cui opera è esposta nella sede del Banco di Sicilia a Palermo e che insieme a Lo Iacono dipinge parecchie cose della Sicilia
Gli itinerari del tonno
Il tonno è un animale che vive nell'Atlantico e che, nel periodo della riproduzione, migra attraverso lo Stretto di Gibilterra, verso il Mediterraneo. I branchi costeggiano la Spagna, le Baleari, la Sardegna. Qui si dividono e una parte si dirige verso l'isola d'Elba, mentre un'altra scende verso la Sicilia, ne costeggiano la costa tirrenica e vanno da Capo Lilibeo a Capo Peloro per poi scendere verso Capo Passero. Poi risalgono e si dirigono verso la Puglia e la Campania, costeggiando la Calabria nei due versanti ionico e tirrenico. Quindi tornano indietro, si immergono e se non vengono catturati ritornano nell'Atlantico. Nel '700 in Sicilia funzionavano 75 tonnare. Oggi soltanto 14: tre in provincia di Siracusa, dieci nella provincia di Trapani e una nella pro¬vincia di Messina. Pescanti sono solo due: Capo Passero e Favignana.



Per quanto concerne le tonnare come stabilimenti, molte ridotte ormai in ruderi di archeolo-gia industriale, in provincia di Siracusa si trova¬vano a Portopalo, a Marzamemi, a Vendicari, ad Avola, a Fontane Bianche, a Terrauzza, a Caponegro, a Capo Santa Panagia e a Brucoli. Dalla cartina della Sicilia si può notare che tutte queste tonnare sorgevano sulle punte dei promontori, sui capi prominenti proprio perché lì il tonno si avvicinava moltissimo alle coste. Adesso questo non succede più e tre sono le cause fon¬damentali: l'inquinamento, il rumore dei motori marini, le tonnare volanti dei giapponesi nell'Atlantico dove il tonno viene catturato prima che entri nel Mediterraneo.
L'isola alla trapanese o alla palermitana
È formata da diverse camere: ci sono la coda e la costa che in quella alla siracusana si chiamano pedale e pedacco. La costa sostituisce la costa vera; è fittizia e fatta di reti. Lo spigolo del santo è un palo con un Santo che può essere San Giuseppe o Gesù. Quando la pesca va male il Santo viene buttato a mare per punizione. E evidente la mescolanza di sacro e profano.
Le reti sono tenute al fondo da pietre dette màzzare. La camera della morte, invece, preceduta da due anticamere della morte, ha un fondo chiuso. Tirando le reti i pesci sono costretti a venire a galla. A questo punto otto uomini atten¬dono il tonno. Quelli che stanno ai lati, con aste uncinate di varia lunghezza, lo dirigono al centro dove due fanatici lo issano a bordo. Durante questa manovra i pescatori devono stare molto attenti a spostarsi uno a destra e uno a sinistra per evitare che il tonno, con un colpo di coda, colpisca loro il viso.
L'isola alla siracusana
È più piccola: le camere sono solo tre. Le barche che compongono Visola sono: 2 vasceddi (o sceri), 4 mudare (barconi lunghi e stretti), 2 chiatte che servono per rimorchiare il materiale della tonnara e che un tempo venivano usate per rimorchiare tutta la tonnara (la lunga fila di barche che io avevo visto da piccolo ai "piliced- di", a Siracusa, che si avviava da S. Panagia al bacino di carenaggio dei calafatari dove i fratelli Aliffi e mastro Tanino effettuavano la manuten¬zione), un caicco che è la barca del rais e si mette al centro della tonnara, la barca del sughero uti¬lizzato per il galleggiamento della tonnara, che può essere sostituito da bolle di vetro-

 
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