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tonnare storia

Storia delle tonnare siracusane
NOTA INTRODUTTIVA

Annalena Lippi Guidi
TONNARE TONNAROTI e MALFARAGGI DELLA SICILIA SUD-ORIENTALE
Servizi fotografici di L. e F. Rubino
ZANGARASTAMPA SIRACUSA

Si ringrazia Paolo Morando, autore del quadro dal quale è stato tratto il particolare stampato in copertina, la dottoressa Lidia Messina e la dottoressa Concetta Corridore dell'Archivio di Stato di Siracusa per le preziose segnalazioni di fonti documentaristiche e bibliografiche, il marchese Gioacchino Gargallo di Castel Lentini per le notizie dal suo archivio privato, Cesare Samà e Lavinia Gazze per la collaborazione.



Delle ventuno tonnare operanti in Sicilia agli inizi del secolo, oggi ne rimangono pochissime ancora in uso: nessuna di queste è nel territorio siracusano, del quale si occupa questo interessante studio di Annalena Lippi Guidi.
L ultimo grido del rais s e levato nel mare di Portopalo di Capo Passero, or sono molti anni, in quella che fu senz'altro una delle più gloriose tonnare siciliane.
Purtroppo con le tonnare non e morto solo un mestiere, né si è esaurita solo una fonte di ricchezza fra le più cospicue di un 'intera zona: èfinita qualcosa di più, certamente tutta una cultura (non solo marinara) dove il gesto del lavoro si inseriva in una liturgia, tra il magico e il religioso, che legava l'uomo alla natura e alla divinità.
La tonnara era innanzitutto un luogo di lavoro: un lavoro che impegnava direttamente un centinaio di persone e indirettamente tutto un paese. Era un lavoro stagionale (si svolgeva generalmente in primavera, tra aprile e giugno) e si viveva come una grande festa del mare.
Nel pachinese, dove sorgevano le tonnare di Marzamemi e Portopalo, era idealmente contrapposta alla vendemmia, la festa agricola per eccellenza che si svolgeva a settembre.
Ecco, fra questi due poli, la pesca e il raccolto dei prodotti agricoli, la vita del nostro popolo fluiva coi ritmi lenti ma ordinati della natura: il sole, la pioggia, il vento venivano osservati attentamente affinché si capisse quando arare, seminare e raccogliere e quando alzare una vela.
La pesca del tonno rappresentava uno dei periodi forti dell'anno; ad essa erano chiamati i più valenti pescatori, i più coraggiosi e i più forti. La suddivisione delle mansioni era perfetta, segno di una organizzazione del lavoro che riscontreremo soltanto nell'industria, poggiante su una gerarchizzazione aziendale cristallizzata dal tempo.
Padrone della tonnara era generalmente un nobile (principe, conte, barone, ecc.) il quale nominava un suo luogotenente, il rais; costui, oltre a rappresentare il padrone direttamente sul campo, dirigeva tutte le operazioni della mattanza e a lui si doveva assoluta obbedienza.
Il rais sceglieva due capi guardia (suoi collaboratori fidati) e fra essi il suttarraisi (vice-rais). I tunnaroti avevano un posto ben preciso nelle barche (le'muciare, gli scieri ecc.) e generalmente prendevano il nome dall'attrezzo che usavano: asteri, spitteri, mascaioli, corchi e mmenzu se, rispettivamente, usavano l'asta, la spetta, la masca o il corcu e mmenzu, i quali non sono altro che varietà diverse di arpioni: ogni barca sapeva dove andare e cosa fare.
A terra, nei caseggiati del marfaraggiu (il complesso di edifici dove venivano preparati tutti gli attrezzi della tonnara) le donne e le persone più anziane aspettavano che portassero i tonni, per iniziare il complesso lavoro di taglio, cottura e salagione.
Il secondo aspetto che qui si vuole mettere in evidenza è quello ritualistico-religioso.
C'è da dire subito che nessun tipo di lavoro, per il popolo, ha esclusivamente valenze utilitaristiche ma esso rappresenta una delle condizioni dell'esistenza volute da Dio, al quale deve essere rivolta la preghiera propiziatoria e quella di ringraziamento per il buon raccolto.
Se esiste una religiosità per il popolo siciliano, essa si deve riscontrare in questo atteggiamento di sottomissione e di ossequio totale alla divinità che non di rado si veste coi panni del Destino e giunge ineluttabile a indirizzare le azioni degli uomini.

Nella tonnara e nei lavori ad essa connessi tutto ciò e palese. Innanzitutto basta guardare all'impianto e alla disposizione dei caseggiati: al centro ce quasi sempre La cappella dove ogni mattina si svolgeva la funzione religiosa;poi c'è da osservare come in ogni barca e in ogni locale non mancassero croci, santini e oggetti di culto. Il rapporto con la divinità era diretto e immediato se non quando ricattatorio e violento: non sono rari i casi di effigie di santi calati in acqua per costringerli alla grazia di una buona passa di tonni.
Ma, a parte queste azioni estreme, non c 'era momento della vita e del lavoro nella tonnara che non fosse regolato da un gesto liturgico. Una sequela di benedizioni scandiva l'intera giornata: da quella mattutina, in chiesa, e poi in spiaggia a benedire il mare e le barche e i pescatori fino a quella del ringraziamento serale per la buona pesca e per i pericoli superati grazie alla bontà di Dio.
la pesca vera e propria, la mattanza, era scandita dal canto e il canto non era altro che una lunga litania di nomi di santi e di ringraziamenti a Gesù, alla Madonna e a San Giuseppe misti ad altre considerazioni profane in un testo di diffìcile comprensione. E per dare un idea del clima della mattanza voglio qui cedere il passo a Giuseppe Pitrè che raccoglie una testimonianza del cav. Pietro Spadaro, "dotto conoscitore di cose marine":
"Uno di loro, il primo, intona la cialoma: e per essa tutti sono animati a raddoppiar di forza per trarre su le reti. Il lettore stia a sentire:
Aimola! Aimola! Aimola e jamuninni Aimola e Gesù vinni! Aimola e Gesù biatu Delli verri ben surdatu: Delli verri cumannaturi. Li rosi cu li ciuri Li pinni di culuri. Uomini beddi, viva l'amuri E lu santu Sarvaturi!
e gli altri rispondono a coro:
Aimola! Aimola!
e di nuovo il primo:
Aimola e jemuninni!
La tunnara fòra mia Autri cosi ci farria. Lu patruni è gran signuri.
Lu rais cumannaturi. Li marinari valintuni. Lu cappillanu gran santuni. Lu foraticu arrobba lattumi. Lu guardianu gran spiuni. Aimola! Aimola!
ottenendo con la cadenza della canzone simultaneità di movimenti. Ed il primo prosegue:
Aimola e tira tira.
Vota, bedda Catarina.
Lu 'nfernu fu ruvina.
Lu 'nfernu e autri mari
Stu Diu nn'havi a jutari
Mannannu 'n salvamentu
Arburi, mari, 'n puppa lu ventu.
Bon portu suttaventu.
La rete diventa più pesante, e colui che fa da primo cambia il tono della canzone: ed il coro:
Gnianzò, gnianzò!
Gnianzò, gnianzò!
La cialoma continua quasi incalzando i pesci a raccogliersi ed a venir su.
I primi dorsi lucenti, bruni, enormi, emergono come dorsi di bestie impazzate. Allora comincia la mattanza: i marinai dalle due grandi barche si curvano, e tutti, armati di uncini, attendono che le vittime siano a tiro per agganciarle; quelle si dibattono e qualche volta portano via qualche asta con tutto l'uncino, ancora infitto nella ferita, la quale, nella fuga, dà fiotti di sangue.
Quando il tonno non isfugge, i marinai con ganci e rampini lo traggon su: il pesce, immenso, dà tremendi balzi; tre o quattro marinai fanno sforzi erculei per tirarlo: il ventre è tutto uno splendore di iridescenze che si macchia rapidamente di sangue: il tonno è già fin sul bordo, e poi, con un rapidissimo moto, per scansarne i colpi di coda, dagli stessi marinai che l'han preso viene spinto dentro la barcaccia, dove continua a sbattere furiosamente la coda. Ma esso non è solo; con esso se ne son presi cinque, dieci da altri marinai; mentre l'acqua, agitata fortemente, è tutta coperta di schiuma; ad ogni tratto i dorsi e i ventri luccicano sulle sponde delle due grandi barche feriti, sobbalzanti, trattenuti dagli uncini. Alcuni si tingono d'un sangue cupo, che par quasi nero quando scorre sul bruno dei dorsi: altri d'un sangue vermiglio quasi giocondo; certe ferite dànno un sol fiotto di sangue; certe altre ne versano con gran furia e in gran copia come se fosse cacciato fuori da un interno lavaggio: e la uccisione dura spietata per circa un'ora fra quel frastuono di colpi, di voci, di spume agitantisi che fan l'acqua in molti punti tutta rossa come se sul campo di quell'uccisione fosse caduto e ondeggiasse il drappo rosso d'una enorme bandiera sconfitta1.
Ho voluto riportare questo lungo passo del Pitre perché il lettore di questo libro della Guidi possa capire come i luoghi che qui sono così scrupolosamente analizzati siano stati teatro di grandi e forti vicende della vita del nostro popolo; e possa intuire come le case e i magazzini e le enormi barche che oggi appaiono sventrati, frantumati, invasi dalle erbacce siano stati i monumenti del sudore e della passione di un popolo che affidava tutta la propria vita alla benevolenza della natura, del mare e della terra, e del suo Spirito abitatore, continuamente invocato.
Ed il coro:
Io vorrei sottolineare la novità e l'originalità di questo testo che, percorrendo la storia delle tonnare siracusane (dai Greci fino ai nostri giorni), ci dà indirettamente uno spaccato della vita e dell'economia del popolo siciliano. Le fonti alle quali la ricercatrice ha attinto sono le più attendibili: gli archivi privati e pubblici, gli atti notarili, le interviste dirette, i sopralluoghi personali.
Le bellissime fotografie ci restituiscono la suggestione e il fascino di quei luoghi: anzi ci testimoniano il degrado e l'abbandono in cui versano i fabbricati del marfaraggiu che, se opportunamente ristrutturati, potrebbero svolgere ancora diverse altre funzioni di carattere culturale e sociale, se non proprio quelle originarie. Ma solo il silenzio entra ed esce da quelle case, ogni tanto interrotto dal calpestio di un curioso che, come la Guidi, vivifica col proprio passo persino le pietre.
Corrado Di Pietro
1 - G. Pitrè La famiglia, la casa, la vita del popolo siciliano, Il Vespro, Palermo, 1978.


DOPO LA PRIVATIZZAZIONE DELLE TONNARE
La massiccia alienazione delle tonnare, da parte della Corona spagnola, conclusa nella prima metà del Seicento, dà inizio ad un periodo significativo della loro storia.
Le fonti rappresentate da copie autenticate di antichi privilegi, da atti notarili, da suppliche contro soprusi o ingiuste imposizioni fiscali, da controversie ereditarie sono i tasselli di un mosaico, che permettono di far luce su una società dissimile dalla nostra, forse solo apparentemente1.
Nei primi decenni del XVII secolo inizia una grandiosa azione finanziaria con vendita di beni demaniali, secrezie e tonnare da parte della Regia Corte, che si riservava la ricompra del diritto regio, nella speranza di riprenderne possesso, superate le difficoltà economiche2.
La guerra dei Trent'anni (1618-48), l'indebitamento dello Stato, le conseguenti urgenze di denaro, imposero queste manovre fiscali, che parallelamente provocarono l'applicazione di nuove tasse e l'impoverimento del commercio.
Molti esercizi della costa del Mezzogiorno isolano furono ceduti dopo sperimentazione: Fiume di Noto nel 1650, Marzamemi, Vendicari, Santa Panagia nel 1655, Fontane Bianche nel 1678, Terrauzza nel 1689.
Tutti gli impianti di pesca alienati, per quanto corredati dei rispettivi titoli di barone, non furono sottoposti all'obbligo feudale di servizio militare, ma soggetti a tasse. (A.F.B. 34).
Il passaggio di proprietà a liberi imprenditori fu seguito da un aumento di reddito delle aziende di pesca, condotte con criteri più aggiornati e con maggiore impegno.
Le prime fabbriche di terra furono costruite a spese dei gabelloti con una certa articolazione in magazzini, case e "stanze" per la conservazione del prodotto della pesca, degli ordigni da buttare in mare e delle "provisioni di salato", in sostituzione dei precedenti ricoveri di emergenza. (A.F.B. 34).
Nella Siracusa seicentesca, chiusa tra le sue possenti mura e impianti militari, la difficoltà di sviluppo delle attività economiche è in parte fronteggiata da un circondario coltivato a vigneti, uliveti, seminativi e da industrie efficienti come le saline e le tonnare, in pieno incremento dopo la privatizzazione3.
Fa da contorno una società inquieta, provata dai profondi sconvolgimenti del secolo preceden¬te, travagliata da istanze contradditorie, priva di unità politica e spirituale4.
L'orgoglio della famiglia, uno degli stimoli più potenti dei nobili, si avvale del maggiorasco e talora di regole fidecommissarie al fine di preservare i patrimoni terrieri dalla dispersione nei passaggi ereditari.
Affiancata agli antichi patrizi una nuova nobiltà "d'ufficio", di alti funzionari, si aggrega in "caste", che ripetono i modelli sociali nobiliari nei matrimoni incrociati e nelle consuetudini ereditarie, nell'intento di mantenere la solidità patrimoniale.
Le pesche erano a quel tempo sorrette dal passo abbondante dei tonni, dal corretto calo delle reti nei tre mesi estivi, quando il mare era generalmente quieto e assicuravano una produzione regolare e solidi commerci.
Non è da trascurare l'impulso dato agli impianti di pesca dai nuovi padroni e dai gabelloti non
più soggetti alla Regia Corte.
Ma l'industria della pesca dei tonni, redditizia per tutto il Seicento, registra qualche battuta d'arresto verso la fine del secolo, come attestano le cadute finanziarie di gestori di tonnare sfortunati o poco abili, quali Soria, Giannone, Farina nella sola città di Noto. (A.F.B. 39).
La storia degli impianti tonnieri dimostra come la loro dinamicità esigeva supporti economici, validi a consentire un'attività prolungata nel tempo: infatti erano proprio le piccole tonnarelle inadeguate nelle attrezzature e spesso anche nei capitali necessari, che operando in modo disconti-nuo, rischiavano il collasso.
Ai nuovi orizzonti di produttività e di aperture commerciali altri se ne erano spalancati nel campo della cultura, in un diffuso fervore di leggere, di apprendere, che divampava nella società dell'epoca con brillanti episodi di partecipazione femminile nel tentativo di una equiparazione dei sessi. Molte donne in questo periodo affrontano la pesante gestione delle tonnare: Eleonora Nicolaci a Vendicari e a Fiume di Noto, Francesca e Anna Bonanno a Santa Panagia. Episodi inconcepibili nella società seicentesca, che non si verificheranno neppure nell'Ottocento, per la mancanza di spazio sociale concesso alle donne, relegate nell'ambito domestico.
Le trasformazioni economiche del Settecento, come risultato di una maggiorata circolazione di oro e argento in Spagna, (dopo la conquista di nuove terre), di un notevole incremento demografico, dell'intensificazione degli scambi con i paesi d'oltremare, coinvolsero il commercio e le industrie dell'Isola con moltiplicazione di profitti senza pregiudicare i redditi mobili5.
Sul finire del secolo dei lumi la pesca dei tonni segna una flessione, pur rimanendo un cespite economico di primaria importanza. Comprensibili le preoccupazioni e l'ansia d'indagare per conoscere i motivi del decremento. Si ricercavano le cause della "sterilità dei pesci" nella cattura dei tonnicelli, che si faceva indiscriminatamente nei mari di Catania e Taormina, con disturbo al passo dei tonni, nel profitto dei "rigattieri", venditori al minuto, che acquistati i pesci a basso prezzo li rivendevano a cifre assai maggiorate6.
Il marchese di Castel Lentini e il duca d'Ossada, possessori di esercizi di pesca, non mancarono di rivolgersi con reiterate suppliche al Re, per invocare provvedimenti contro i pescatori di frodo ( i venditori non autorizzati, illustrando i danni provocati alla pesca dei tonni e conseguentemenu al Regio Erario.
A testimonianza della crisi, riconosciuta dal viceré Caramanico, furono ordinate regolamentazion per la proibizione della pesca e della vendita dei tonni, ma furono disattese, costringendo proprietari a richiedere nuove "previdenze", quali assunzione di guardiani pratici ed onesti, pen pecuniarie e carcerazione per i trasgressori .
Una ipotesi non sorretta da conferme scientifiche imputava il fenomeno a eruzione sottomarin e alle conseguenti modifiche delle condizioni idrologiche, come avvenne sulle coste della Spagnj disertate dai tonni dopo il terremoto del 17318.
Ai di là delle motivazioni contingenti era in atto una recessione del commercio dei tonni per 1 immissione, sui mercati isolani, di aringhe e baccalà provenienti dai paesi del nord a prez; competitivi9.
Ai rischi tradizionali e a quelli di più ampio raggio, nel quadro economico di relazioni intern; zionali, si aggiungevano i danni delle incursioni corsare: "Nel maggiore pericolo si trovano le s< tonnare del litorale, che sono l'unico e solo commercio di Siracusa, da dove trae tanta numero: gente la propria esistenza per la pesca dei tonni, che si vendono in fresco e in salato"10.
Le scorrerie musulmane infatti figuravano come eventualità calamitose tanto frequenti da invalidare il canone di pagamento previsto nei contratti di gabella.
Inoltre "le gravi condizioni economiche e sociali della Sicilia rendevano estremamente difficile l'arruolamento, se non forzoso di marinai e soldati, a parte la scarsità di navi e di armi per una efficace difesa dell'Isola" .
Intorno alla metà del XVI secolo il pericolo delle aggressioni musulmane si fa più minaccioso; s'impone la necessità di rafforzare le fortificazioni e di costruirne di nuove più idonee.
Ai turchi si sostituiscono i corsari, provenienti dal Nordafrica, Barberia per gli europei del¬l'epoca, chiamati impropriamente turchi, in quanto sudditi dell'Impero Ottomanno. Caduti i regni islamici in preda all'anarchia, i barbareschi si riversarono sul Mediterraneo per conquistarne il potere marittimo.
La pirateria continuò ad insidiare le coste siciliane a lungo, facilitata dalla presenza, tra i pirati barbareschi, di siciliani rinnegati che ben conoscevano i luoghi e le loro ricchezze.
Nel 1796 gli algerini "ripresero ad infestare la Sicilia con le loro navi corsare, a segno che con estrema paura si pescava nelle tonnare." Erano infatti tra i pericoli più gravi, per gli esercizi di pesca, le veloci incursioni dei turchi, che salpando dai vicini porti dell'Africa, "si affacciavano nel Mediterraneo e mettevano in scompiglio pescatori ed isolani."12
La riacutizzazione dell'attività corsara produsse danni incalcolabili al commercio, alle dogane, oltre che alla produzione delle tonnare.
Gli esercizi di Fontane Bianche, di Avola, di Fiume di Noto, di Marzamemi furono assaliti dai pirati.
L'annalista Capodieci descrive magistralmente una incursione corsara alla tonnara di Marzamemi: "Il capitano del trabaccolo mi disse che tutta la costa di Mezzogiorno è cordonata di sei sciabecchi e di un brich e commettono gravi danni; i due sciabecchi avevano schiavi cristiani; l'equipaggio parlava perfettavamente italiano e napoletano, ed eravi qualcuno che proferiva qualche parola siciliana. Nella tonnara di Marzamemi, che è dentro il litorale siracusano, si presero due scieri, ma riconoscendoli inatti a navigare li abbandonarono"13.



 
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