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HANNO SCRITTO DI ME
ALESSANDRO MUSCO
AD ANTONIO RANDAZZO: LO GNOMO DI ORTIGIA.

Artigiano del sogno: credo sia il modo più acconcio di avvicinarsi ad Antonio Randazzo ed a ciò che le sue mani, la sua mente, il cuore…riescono a far nascere dal niente, come fosse un incanto, come fosse una goccia di speranza,flebile e dolcissima, rubata – per un attimo- al gran teatro della vita ed a tutti quegli sperduti angolini che sono le tante trascuratezze, le tante dimenticanze di cui riempiamo-troppo spesso- il gran vuoto della storia che ognuno di noi è. Zattera in deriva o barca con nocchiero a man ferma, l’ognuno di noi che di se stesso cerca di fare di essere persona, non può non sostare, in silenzio, a godere di quanto Antonio Randazzo, artigiano del sogno, ci suggerisce: con modi garbati, si, ma con la fermezza ed il passo sicuro di chi vive, beato la certezza (e non la saccente sicumera) di vivere nel giusto. Di essere dislocato in quel limite, ad un tempo sottile tanto quanto robusto, in cui la parola dell’utopia si intreccia con la parola irripetibile della poesia, con la parola vestita della scultura, con la parola piana e distesa del racconto, o del dialogo o della favola, o dell’incisione… e così via lungo tutti i possibili percorsi del “dire” su cui si inerpica Antonio Randazzo, artigiano del sogno.
Ed il sogno si fa vita vissuta: si attorciglia attorno alla speranza, di essa si veste… e cammina per le vie del mondo, di quel mondo reale fantastico insieme che è Ortigia.
Come l’incantesimo, in un bosco, in un bosco delle favole- per capirci- fa sentire i suoi profumi tra i cespugli, le radici sconnesse, tra le fronde ed il loro fruscio, tra i mille e mille suoni che accompagnano lo scricchiolio dei passi, fermi e cadenzati, sulle foglie secche (tappeto di carezze per noi viandanti a caccia sempre di qualcosa), così l’incantesimo di Ortigia fa sentire i suoi profumi tra i crocicchi nascosti, le gocce di salsedine che umettano le labbra o la pelle bagnata da umidi millenari, che quasi ti soffocano e ti abbracciano con quell’affetto sì forte da sentire il cicaleccio delle ossa come fossero contate da abili mani che scorrono su e giù su un flauto magico cui vengono dietro infinite, infinite cose: in fila, muffolette ancora olezzanti di forno, uva passa sbrizzata di zucchero, schegge di sole, ombre di vento, balconi fioriti, stridii e cigolii d’imposte, di porte aperte e sbattute, foschie di
scirocco e lucentezze del ponente che gira, fino al maestrale che spazza, pulisce, ristora, riapre i discorsi sulle gole riarse.
Ed è lì, tra tutto questo e tanto altro ancora, che improvvisamente, quasi fosse un elfo del bosco, che sbuca lui: Antonio Randazzo, lo gnomo di Ortigia, l’artigiano del sogno.
Spunta, spunta come la punta di una fiammella d’un cerino strusciato sul vento e così, subito, acceso, con un puf! E parla, attacca discorso, Antonio Randazzo, lo gnomo di Ortigia, l’artigiano del sogno, come vi avesse appena lasciato lì da pochi minuti per poi riprendere ciò di cui si parlava e, magari, invece sono passati tre giorni, o tre mesi, o tre anni o tre millenni.
Non fa differenza, perché lo gnomo di Ortigia, in verità, parla per se stesso, per il sogno che sta costruendo, come fosse una ciambella odorosissima d’olio buono e zucchero caldo che fa da aureola di laica santità ad ogni testa che, come lui, come Antonio, lo gnomo di Ortigia, riesce ancora ad avere gusto per il sogno: per qualcosa in cui credere, per qualcosa che vale e per cui vale la pena di incitare le pene della vita a sublimarsi nel racconto eterno della poesia, dell’arte, della scultura. Così tira fuori dalla forma incoata e vuota del nulla, con mani sagaci, mente arrufolata di profumi di bosco, lingua disciolta dal canto odisseo dello scirocco antico, col cuore pulsante di sangue e passione d’un amore fremente per tutto ciò che Sicilia è, e potrebbe ancora essere, e potrebbe non essere, ma forse sarà o è o fu o tornerà ad essere (mescole titaniche il cui olezzo è pari in intensità solo al siculo origano selvatico di mare cotto al sole stanco dell’imbrunire) … così Antonio Randazzo, lo gnomo di Ortigia, tira fuori le sue sculture oggetto del suo pensare, soggetto di tutto quanto, questo artigiano del sogno, ci vuole dire ed è tantissimo: senza fine. Come il suo ardore di vivere, il suo pathos, per ciò che vale, ciò che è giusto, ciò che è bello, ciò che è, perché c’è. Perché è. Antonio: non zittire mai le tue labbra e le tue mani, anche quando, frettolosi, scappiamo perché le premure pressano il nostro passo.
Antonio: gnomo di Ortigia, non temere i nostri silenzi; spesso non capiamo, perché non sappiamo più sognare. Aiutaci.
Accendi un altro cerino strusciandolo al vento.
Antonio: artigiano del sogno.
Insegnaci, ancora, ad essere, come te, matti per la vita ed un po’ pazzi d’amore, magari un po’ tanto.
Ancora, di cuore: grazie!

ALESSANDRO MUSCO Ortigiano, da sempre e per sempre
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