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Siracusa è Siracusa
Siracusa non è una città come le altre ma è la città che ha in sé tutto ciò che le altre hanno in parte.
Siracusa è la storia della Sicilia dalle origini Sicule ad oggi.


Topografia e urbanistica Siracusa
Tratto da: http://www.treccani.it/enciclopedia/siracusa_(Enciclopedia-dell%27-Arte-Antica)/
SIRACUSA (v. vol. VII, p. 329). - Topografia e urbanistica. - L'indagine archeologica di questi ultimi decennî ha portato un notevole contributo alla conoscenza della topografia dell'antica S. e delle diverse fasi che hanno caratterizzato lo sviluppo urbanistico della colonia corinzia dal momento della sua fondazione fino all'età romana. Per quanto riguarda l'isola di Ortigia, le scoperte più interessanti si sono avute, negli anni '70 e '80, nell'ambito del Tempio Ionico, nell'area del moderno Palazzo della Prefettura (situato immediatamente a NE del tèmenos dell'Athènaion, sul lato E di Via Roma), in Via XX Settembre, in Via del Consiglio Regionale e in Piazza Duomo. Si è continuato a intercettare l'insediamento indigeno precedente l'installazione della colonia, caratterizzato da resti di capanne e da tombe a grotticella artificiale. Alle testimonianze di frequentazione sicula, già restituite dalle indagini condotte da P. Orsi in Ortigia (capanne, tomba a grotticella artificiale) si sono aggiunti resti di capanne nell'area del Tempio Ionico, in Via del Consiglio Regionale e sotto la Prefettura e un'altra tomba a grotticella artificiale in Viale P. Orsi, nei pressi dell'anfiteatro (1971). L'abitato pregreco di Ortigia, concentrato nell'area su cui sorgeranno l’Athènaion e il Tempio Ionico, ebbe sicuramente una notevole importanza, in funzione di centro di distribuzione dei prodotti importati durante il periodo di contatti «precoloniali» con la Grecia. Di questo insediamento siculo, scalo di Hybla Pantalica secondo una suggestiva ipotesi del Bernabò Brea, si possono individuare due fasi: una più antica, ricollegabile alla fase di Thapsos, a cui si possono attribuire le strutture emerse in Piazza Duomo e la tomba a grotticella presso la fonte Arethusa; la seconda, legata alla facies di Cassibile (prima metà del IX sec. a.C), a cui dovrebbero appartenere la capanna scoperta nell'area della Prefettura e la tomba rinvenuta in Viale P. Orsi.
I dati archeologici, dunque, sembrerebbero indicare che la decisiva sostituzione greca al posto dei Siculi in Ortigia sia avvenuta in maniera completa nel terzo quarto dell'VIII sec. a.C., anche se non è scontato che gli indigeni siano stati scacciati violentemente da Ortigia, come farebbe intendere il noto passo di Tucidide. Da un punto di vista urbanistico, dunque, il caso di S. è diverso da quello di Megara Hyblea, dove il sito appariva deserto al momento dell'arrivo dei coloni greci, nell'VIII sec. a.C. Di estremo interesse è la recente scoperta (1987), a poca distanza dall'ara di Hierone, di una tomba della media Età del Bronzo da cui sono stati recuperati sette scheletri e oggetti di corredo. Resta da chiarire se si tratti di una sepoltura isolata o di una necropoli: la scoperta, comunque, sembra indicare l'esistenza di un abitato contemporaneo sotto il teatro. A Ortigia, è stata messa in luce recentemente un'ampia porzione dell'abitato relativo ai primi coloni corinzî: le scoperte più interessanti si sono avute nell'area del Tempio Ionico e del Palazzo della Prefettura. All'interno delle fondazioni della cella del Tempio Ionico, e a Ν del santuario medesimo, sono emerse piccole costruzioni, in tecnica a ortostati, caratterizzate da un unico ambiente quadrato (m 4x4). Nell'area del Palazzo della Prefettura un vero e proprio quartiere di abitazione d'età protoarcaica era attraversato da una strada E-O che presenta dieci battuti databili tra il 700 a.C. e l'epoca romana. Ai lati di questo stenopòs, si sono raggiunte case monocellulari, più modeste rispetto a quelle del Tempio Ionico, databili a partire dall'ultimo quarto dell'VIII sec. a.C.
Sulla base dei dati acquisiti, si può ipotizzare un tessuto urbanistico caratterizzato da isolati larghi 23-25 m con strade E-0 ampie m 2,50-3, secondo una tipologia che si ritrova anche a Megara Hyblea, a Monte Casale e a Eloro. Resta al momento, il problema della lunghezza degli isolati medesimi e delle arterie N-S che li dovevano attraversare. Per quanto riguarda la localizzazione dell'adora di S. in età protocoloniale, è stata proposta la collocazione della più antica agorà in Ortigia nell'area dell'attuale Piazza Duomo «quasi un terrazzo ben visibile dal mare» (Pelagatti, 1982, p. 137). L'ipotesi sarebbe rafforzata dalla presenza, nelle vicinanze di quell'area, di botteghe di maestri ceramisti, già a partire dal VII sec. a.C. In questo caso, il forum di Acradina, situato nell'attuale Piazza del Foro, sarebbe stato realizzato probabilmente per iniziativa di Gelone in un punto più aperto ai traffici terrestri e marittimi. Per il momento, le recenti ricerche condotte in Piazza Duomo (1984) hanno rivelato una stratificazione paragonabile a quella della Prefettura: spezzoni di capanne sicule, resti di case protocoloniali, e materiale ceramico di VIII-VI sec. a.C. Altri dati circa l'assetto urbanistico della città greca provengono dall'area immediatamente a N del Tempio di Apollo. Di particolare rilievo uno stenopòs esplorato per un tratto di 15 m, parallelo al muro del tèmenos dell'Apollònion, e fiancheggiato da strutture edilizie. Questa strada, il cui tracciato dovrebbe risalire al VII sec. a.C., sfocia nella porta monumentale delimitata da due torri quadrangolari, scoperta in Via XX Settembre (1977). L'impianto urbanistico medievale di Ortigia in alcuni settori (NO e SE) ricalcherebbe ancora quello d'età greca, risalente nelle sue linee fondamentali ai primi anni della vita della colonia. Risulterebbe caratterizzato da uno schema per strigas, costituito da una serie di stenopòi paralleli, con andamento E-O, in asse con i lati lunghi dei tre templi superstiti dell'isola. Il sistema ad assi paralleli, attestato anche altrove a Ortigia, doveva essere attraversato ortogonalmente da una strada con direzione N-S che lambiva i temène dei tre santuarî dell'isola. Su questa strada si possono al momento avanzare soltanto ipotesi leggendo il tracciato moderno; solo in un punto di Piazza Duomo gli scavi hanno raggiunto parte di un muro di tèmenos il cui orientamento fa dedurre che l'asse N-S tagli obliquamente lo stenopòs E-0 così da formare insulae a forma di parallelogramma. Le linee generali dell'impianto hanno come punto di riferimento la localizzazione dell'istmo che univa Ortigia alla terraferma, situato, probabilmente, nella zona a levante del Porto Piccolo. Le ricerche sottomarine nella zona del Làkkios hanno portato alla restituzione grafica dell'assetto della linea di riva a Ν e a S del porto nell'VIII sec. e all'individuazione, immediatamente a E degli attuali frangiflutti, della lingua di terra che doveva costituire una parte dell'antico istmo, sull'allineamento di quella probabile arteria stradale N-S, spina dorsale dell'impianto urbanistico greco, che doveva attraversare tutta l'isola di Ortigia. Resta infine da sottolineare il fatto che in epoca arcaica l'area dell'antica città si estendeva sia su Ortigia, sia sul tratto dell'entroterra che, da un punto di vista morfologico, era direttamente collegato con l'isola medesima.
Sulla base delle scoperte effettuate in varî punti dei quartieri di terraferma (Viale P. Orsi, Via Somalia, Corso Umberto, Corso Gelone), si può affermare che in epoca altoarcaica l'abitato arrivava alle soglie di quella che successivamente sarebbe diventata la Neapolis. Assai complesso e articolato è l'impianto urbanistico del settore Ν della città, compreso tra il parco archeologico della Neapolis e Viale Cadorna, chiaramente individuato grazie a una serie di scavi compiuti in questi ultimi venticinque anni. La fascia di suolo compresa in grandi linee tra Viale Teocrito a N, l'Ospedale civile a O, Via Testaferrata e Piazza della Vittoria a S, Viale Cadorna a E, era occupata da una serie di necropoli in uso nei secoli VII-V a.C. A partire dal IV sec. a.C., al di sopra di questa «necropoli settentrionale» si venne a impostare un quartiere residenziale caratterizzato da un'arteria stradale E-O, che probabilmente collegava la necropoli del Fusco con il Làkkios, e che, all'altezza di Piazza S. Lucia, doveva incontrarsi perpendicolarmente con un'asse N-S in allineamento con l'istmo che univa Ortigia stessa alla terraferma e con la strada che, probabilmente, attraversava l'isola da N a S. Dell'arteria E-O, elemento cardine dell'assetto urbanistico di Acradina e Neapolis, le indagini condotte in Piazza della Vittoria hanno messo in luce un tratto di 30 m che rappresenta la perfetta continuazione di quanto emerso negli anni '50 nei pressi dell'anfiteatro e dell'arco onorario. Il prolungamento di questa strada verso O risulta parallelo alla fronte del teatro e doveva arrivare, probabilmente, fino alla Contrada Fusco, dove scavi recenti hanno raggiunto strutture abitative. L'arteria di Piazza della Vittoria è la più valida candidata a dare un'identità all’«una via lata perpetua» (Cic., Verr., IV, 53) e trova precisi confronti negli impianti urbanistici di Camarina in età timoleontea, in poche parole, «una strada 'processionale' che a imitazione di quella di Alessandria, divenne elemento costitutivo di ogni metropoli ellenistica» (Di Vita Gafà, 1985, pp. 411-412). Di questa strada, in uso sicuramente nella seconda metà del V sec. a.C., sono state identificate quattro fasi di viabilità. Nell'area compresa tra l'Anfiteatro e l'attuale Viale Cadorna, l'impianto urbanistico era caratterizzato da una serie di isolati disposti in senso N-S, larghi m 38, separati da strade larghe m 3, che sfociavano perpendicolarmente sulla via lata perpetua. Un limite N di questi isolati potrebbe essere visto nel tracciato di Viale Teocrito, che confina a S con una serie di ipogei. Diversa è la situazione a S della via lata, dove gli isolati presentano un orientamento NO-SE, come si evince dall'orientamento delle strade che si immettono nell'arteria E-O. Tale impianto dovrebbe risalire, nella sua fase più evidente, ai secoli II a.C.-I d.C. Risulta chiaro il rapporto di coordinamento del teatro con le linee generali del tessuto urbanistico che lo fronteggia, un tipo di rapporto che si trova applicato a Eraclea Minoa, a Tindari, ad Akrai e, fuori della Sicilia, a Cnido con cui lo schema siracusano presenta elementi di notevole somiglianza.
Questo assetto urbanistico di terraferma sembra, dunque, concepito con l'intenzione di far convergere tutto l'impianto intorno a Ortigia, secondo uno schema a ventaglio avente come epicentro il Làkkios. Oltre Viale Cadorna, nell'area gravitante attorno a Piazza S. Lucia, è stato possibile identificare il quartiere del Ceramico di S., caratterizzato da officine e abitazioni, in attività tra il IV sec. a.C. e il I-II d.C., epoca in cui le strutture sono state abbandonate per far posto ai complessi catacombali che occuperanno ambienti, pozzi, cisterne, acquedotti già utilizzati dai vasai siracusani. La città di S., dunque, presenta una storia urbanistica piuttosto interessante in cui necropoli e abitato si intersecano e si avvicendano nel corso dei secoli. In questo contesto, assai significativi sono i dati emersi dagli scavi a Villa Maria (1964): a venti tombe di VI sec. a.C. al limite NE della «necropoli settentrionale», si sovrappongono abitazioni e fornaci, successivamente «obliterate» dagli ipogei tardoantichi. Risultati sorprendenti si sono raggiunti in Piazza della Vittoria: un'area sacra legata al culto di Demetra e Kore viene coperta e smantellata da edifici di abitazione.
Architettura. - Negli anni 1964-1988 il patrimonio monumentale siracusano si è notevolmente arricchito grazie alla scoperta di nuovi edifici sia in Ortigia sia in terraferma. Di grande rilievo è la scoperta di due templi dedicati a Demetra e Kore, rinvenuti sopra il teatro e in Piazza della Vittoria. Il grande santuario tesmoforico riportato alla luce nella terrazza rocciosa (1983-1988) è costituito da due templi, dei quali si conservano attualmente solo i podî, con un probabile orientamento N-S, e da due piazzali racchiusi entro recinzione e compresi tra due vie di cui una con vera e propria funzione di accesso e l'altra complementare. Il legame del tempio in questione con le divinità ctonie è confermato dalla presenza di quarantacinque pozzetti connessi col rito del megarìzein in onore di Demetra e Kore. La scoperta sembra confermare la testimonianza di Cicerone ( Verr., iv, 48) che parla di «duo tempia (...) egregia, Cereris unum alterum Liberae ad summam Neapolim».
Del Santuario di Demetra e Kore, scoperto in Piazza della Vittoria, al di sotto di abitazioni ellenistico-romane, immediatamente a S della via lata perpetua, è stato messo in luce l'incasso in roccia dello stereobate di un tempio tetrastilo orientato E-0 (di cui si può distinguere nettamente la cella), il sito dell'altare e parte del muro di témenos, lungo i lati Ν ed E. All'interno del santuario, stipi votive con centinaia di statuette accuratamente accatastate riferibili alle divinità ctonie e databili tra il V e il IV sec. a.C., epoca in cui si deve collocare la vita del santuario medesimo, successivamente obliterato da abitazioni. Di esso, comunque, restò successivamente ricordo attraverso un piccolo altare eretto sull'area della stipe e di un bòthros con molti materiali di II sec. a.C. Il tempio ionico scoperto negli anni '60 a Ν dell’Athènaion, oggetto di accurato studio (Auberson), è un períptero di 6 X 16 colonne con l'interasse, costante sui lati lunghi e all'estremità dei lati brevi, che va poi allargandosi fino a raggiungere la maggior dimensione al centro. La colonna ionica ha una base di tipo samio con spira e toro, fusto con ventotto scalanature, capitello a volute o con il solo echino decorato a kymàtion, attribuibile quest'ultimo alle colonne della seconda fila sulla fronte e a quelle in antis. Il rapporto tra il diametro di base e l'altezza complessiva (1:10,5) è un0 degli elementi peculiari della colonna ionica tra il VI e il V sec., ed è proprio a questo periodo (ultimo decennio del VI sec.-485 a.C.) che ci rimanda il materiale rinvenuto in un pozzo sigillato alla fine dei lavori per la realizzazione del santuario. Il tempio ionico di S., probabilmente un Artemìsion, «documenta la presenza nell'officina siracusana di artigiani samii» (Gullini, 1985, p. 472). La sua interruzione, seguita all'ascesa di Gelone, è probabilmente legata alle esigenze della classe imprenditoriale siracusana su cui si fondava la tirannide.
Nuovi dati interessanti sono emersi anche dal recente riesame dell'Apollònion (Gullini) che propone per il tempio una datazione non oltre i primissimi anni del VI sec. a.C., un paio di decennî dopo il tempio Ei di Selinunte, con cui il santuario siracusano presenta diverse analogie. L'invenzione planimetrica, caratterizzata dalla doppia fila di colonne sul lato E, e la variazione degli interassi sulla fronte tradiscono l'ascendenza ionica dell'architetto dell’Apollònion siracusano. Passando all'età romana, l'attenzione degli studiosi si è rivolta al c.d. Ginnasio. Si tratta, probabilmente, di un tempio dedicato a culti orientali: Iside-Serapide (Coarelli, 1984) o la dea Syria (Wilson, 1990), come si evince dalla compresenza di teatro e santuario e dalle iscrizioni rinvenute nelle vicinanze. Si datano al periodo di Dionigi I le due torri quadrangolari scoperte nel 1977 in Via XX Settembre (Ortigia), che delimitavano una porta urbica monumentale allo sbocco di uno degli stenopòi che attraversavano l'isola in senso E-O. Tali strutture sarebbero da ricollegare alle opere di fortificazione che, secondo la testimonianza di Diodoro (XIV, 7,2), Dionigi fece realizzare in Ortigia. Di particolare pregio è la fontana monumentale di Piazza della Vittoria, scoperta all'estremità NE del muro del témenos del Tempio di Demetra e Kore. Di essa si possono evidenziare due fasi: la prima, di V-IV sec. a.C., rappresentata da un bacino rettangolare, un portico e un ambiente retrostante; la seconda, del III sec. a.C., caratterizzata da rimaneggiamenti e rifacimenti in accordo con la tendenza ellenistica di abbellire le fontane con nicchie. La fontana siracusana, di notevoli dimensioni e destinata probabilmente alla popolazione più che ai bisogni del santuario, appartiene a una categoria di monumenti diffusi in ambiente peloponnesiaco a partire dal IV sec. a.C (si pensi alle fonti Glauke e Peirene di Corinto), mentre non sembra avere elementi di confronto in ambiente siculo. Si riferiscono a una stoà monumentale i blocchi architettonici (semicolonne, capitelli di stile dorico, elementi di fregio, ecc.), rinvenuti nella metà degli anni '80 nell'ambito del Belvedere e datati nel III sec. a.C. Al centro di questa stoà, realizzata direttamente sull'asse del teatro, vi sono indizi di un tempio di età arcaica (VI sec.), in cui potrebbe identificarsi il Santuario di Apollo Temenìtes (Thuc., VI, 75; Cic., Verr., iv, 53, 119). Risale al 1963 la scoperta, in Piazza Adda, nei pressi della stazione ferroviaria, di un forum triangolare con un portico situato sul lato O e un ambiente con un mosaico in bianco e nero a E. La struttura presenta due fasi, la più antica di I sec. d.C e la successiva ascrivibile alla media età imperiale.
Grande attenzione è stata rivolta negli anni '70 e '80 al teatro greco oggetto di numerose campagne di scavo e di monografie (Bernabò Brea, 1967; Anti, Polacco, Trojani, 1981; Polacco e altri, 1990) in cui si sono messe in evidenza le caratteristiche del monumento siracusano e le vicende di tutta l'area da esso occupata. La terrazza soprastante il teatro sarebbe un'opera di katatomè «attrezzata», databile al II sec. d.C., per cui la balza rocciosa tagliata a squadra in età geroniana viene risistemata attraverso la costruzione di due edifici sui lati N e O. Viene pertanto realizzata una monumentalizzazione in linea con l'architettura del teatro, e in accordo con il santuario tesmoforico soprastante di Cerere e Libera. Nell'area del Temenite, dunque, era diffuso un culto naturalistico e arcaico incentrato completamente sulla religione demetriaca. Per quanto riguarda, invece, l'anfiteatro, studi recenti hanno proposto una datazione del complesso all'età augustea, sulla base delle fonti letterarie e della tecnica costruttiva.
Passando all'architettura domestica, documento di eccezionale interesse sono le case protocoloniali di VIII sec. a.C., costituite da piccoli vani a pianta quadrangolare con pavimenti più volte rifatti in battuto di pietra gialla o bianca. Da non sottovalutare, inoltre, la presenza del cortile, a dimostrazione «che la casa greca, connessa alle famiglie nucleari appartenenti al ceto privo di nobili origini risulta fin dalle sue attestazioni tardogeometriche strettamente collegata a uno spazio esterno antistante» (Fusaro, 1982, p. 27). Altro dato interessante è la presenza di un focolare fisso a semicerchio, elemento assai raro nella Grecia arcaica e classica.
Scultura. - Assai scarsi sono i documenti della plastica siracusana anteriori al VI sec. a.C.: al IX sec. a.C. si data un frammento di figurina fittile con tratti incisi, dalla Prefettura, mentre agli anni successivi al 750 a.C., si colloca tutta una serie di materiali derivanti da importazioni dal Vicino Oriente, costituite, soprattutto, da oggetti (alàbastra, vasetti plastici, scarabei) provenienti dall'Egitto. A S., in età protoarcaica le importazioni egizie, riconducibili a un mercato cartaginese, sono maggiomente attestate rispetto a quelle sirofenicie e cipriote che invece prevalgono in altri siti della Sicilia Orientale. Ai primi decennî del VI sec., si attribuisce una statuina in terracotta di figura femminile stante, con testa cinta da pòlos incavato superiormente e lavorato a parte. Si tratta di un tipo abbastanza diffuso tra la fine del VII e gli inizî del VI sec. a.C. riconducibile ai coroplasti di Corinto, dell'Argolide e della Beozia (Voza, 1973). È di stile subdedalico, e si data tra il 580 e il 570 a.C., una testa femminile in terracotta acquistata da P. Orsi per il Museo e pubblicata alla fine degli anni '80. Alcuni dettagli, quali la resa facciale a maschera e l'acconciatura dei capelli, tradiscono influenze corinzie e avvicinano l'opera ad altri lavori siracusani quali la testa di Laganello, anche se non sono estranei elementi ricollegabili a un'influenza ionica o attica. Dalle necropoli arcaiche dell'Ospedale Civile e di Villa Maria provengono le figurine fittili di divinità femminile seduta su trono con i piedi disposti su uno sgabello e le mani poggiate sulle ginocchia, un tipo di raffigurazione attestato in Sicilia, in contesti di necropoli e di santuarî legati alle divinità ctonie; si possono considerare un'importazione greca orientale (Rodi, Samo e Mileto), databile al terzo quarto del VI sec. a.C.
Alla prima metà del VI sec. a.C., si collocano tre capolavori della coroplastica siceliota, scoperti nell'isola di Ortigia. Si tratta di un frammento di testa di sfinge e di una testa femminile, rinvenute nella stipe del tempio ionico, e di un pìnax fittile con rappresentazione di Demetra e Kore, da Piazza Archimede. La testa di sfinge del tempio ionico può considerarsi un capolavoro della coroplastica siceliota da collocare tra il 560-550 a.C. Di poco posteriore l'altra testa femminile, forse un'antefissa, che precisi confronti con sculture affini alla kòre di Lione spingono a datare al terzo quarto del VI secolo. Sul lato sinistro del collo rimangono elementi della capigliatura a trecce, mentre la policromia doveva dar vita ed espressione al volto delicatamente modellato nei suoi tratti tardo-arcaici. Si collega a questa testa la nota Menade proveniente dalla necropoli del Fusco che, del resto, presenta i medesimi caratteri ionici che vediamo diffusi in Sicilia nel periodo dell'arcaismo maturo e che trova puntuali confronti con un busto fittile di divinità femminile da Agrigento. L'antefissa del tempio ionico, comunque, pur «legata a un filone di marcati influssi ionici» risulta, tuttavia, «ancora esente da quell'impressione di manierismo (...) privo di originalità espressiva (legato alle esperienze della scultura attica tardo arcaica) che caratterizza le antefisse del Fusco» (Spigo, 1993, p. 286). Alle Menadi del Fusco si possono avvicinare due teste rinvenute una in Acradina nel 1889, pubblicata dalla Mertens-Horn nel 1991, e una al Porto Piccolo nel i960, tutte opere da collegare al culto delle Ninfe in Sicilia.
Agli ultimi decennî del VI sec. a.C., si assegna il pìnax fittile con rappresentazione di Demetra e Kore da Piazza Archimede. Le due divinità, di cui si conservano soltanto le teste, dovevano essere simmetricamente contrapposte ai due lati della scena figurata, compresa entro una riquadratura decorata da un filo di astragali e da un kymàtion ripetuti, in cui si nota «l'ingentilimento della severità dell'ordine dorico con motivi ionicizzanti, caratteristica dell'architettura siceliota di quest'età» (Bernabò Brea, 1973, p. 80); si tratta di elementi di ispirazione ionica che si trovano, di solito isolati nella plastica ornamentale siceliota arcaica (v. selinunte), ma che qui vengono moltiplicati e associati con la più grande ricchezza e con vivissimo senso decorativo. Nel pìnax di Piazza Archimede, è possibile cogliere lo splendido rendimento dei volti, caratterizzati dal sorriso ionico ma anche da un forte modellato che ricorda la dea di Grammichele e la Menade del Fusco.
A partire dalla seconda metà del VI sec., dunque, nelle produzioni artistiche siceliote si afferma un'influenza ionica che determina esiti piuttosto interessanti sia nell'architettura che nella scultura. A S., centro di grandi convergenze culturali, doveva esistere un'officina di scultori che avrebbe prodotto, insieme ai kouroi di Lentini e Grammichele, il noto kouros panneggiato databile al 500 a.C., sempre ritenuto d'importazione, ma che studi recenti (Barletta, 1987) considerano opera prodotta a S., ma legata a un contesto ionico, un chiaro indice dell'abilità degli artisti occidentali di adattare i loro modelli creando un prodotto locale. Dalla necropoli dell'Ospedale Civile proviene il sostegno di specchio in bronzo con figura femminile nuda, concepita come pòtnia therôn con una torques intorno al collo e due cembali nelle mani (i sostegni laterali dello specchio sono, invece, costituiti da due grifi alati con muso a becco di uccello). È un'opera di eccezionale interesse, sia per l'unicità della rappresentazione, sia per lo stile che la pone fra gli esemplari più antichi della serie numerosa degli specchi a manico figurato, tipico esempio di tale produzione del VI sec. avanzato (Rolley, 1989). La resa del corpo, quasi da kouros, «tradisce, nell'evidente influenza di un modello peloponnesiaco, caratteri provinciali che contribuiscono a conferire al pezzo carattere di singolarità fra gli esemplari analoghi d'età arcaica» (De Miro, 1976, p. 68). L'opera più vicina al manufatto siracusano, che si può annoverare tra le importazioni laconiche di VI sec. a.C., è costituita dal sostegno a figura femminile, proveniente da Camarina. Ben poco rimane della statua in calcare scoperta nel settore E del bacino della Fontana monumentale di Piazza della Vittoria. Rappresenta una figura femminile seduta, legata, probabilmente, al culto di Demetra e Kore, e si data al V sec. a.C. come suggerisce l'unione di «una sensibile durezza delle forme all'epidermicità delle notazioni che segnano il panneggio» (Voza, 1980, p. 683). E sempre legati alle divinità ctonie sono due rilievi figurati presso la Via dei Sepolcri con rappresentazioni di eroi affiancati dalle due divinità, oltre a una mascherina fittile di VI sec. dalla necropoli di Villa Maria e a un'erma bifronte con teste femminili da Piazza della Vittoria. Alla fine del V sec. a.C. si può attribuire, invece, il gruppo scherzoso di Hades e Persefone, identificabili grazie alla presenza delle grandi bende e del pòlos che caratterizzano rispettivamente la divinità maschile e quella femminile. Si tratta, probabilmente, della rappresentazione della theogamìa che veniva celebrata con riti misterici notturni nel Korèion presso la Fonte Ciane, durante la festa dell'estate in onore di Demetra e Kore (Bernabò Brea, 1973). E di un secolo più tardi, invece, il frammento di statua di Artemide-Bendis, proveniente dagli scavi eseguiti a S dell'Apollonion, caratterizzata dal costume di cacciatrice e dal berretto frigio. Attenzione particolare merita sicuramente il colossale busto di Artemide, rinvenuto alla fine degli anni '60 in un pozzo nell'area del Santuario della Madonna delle Lacrime e databile ai primi decennî del IV sec. a.C., di qualità superiore rispetto alla produzione artigianale, e ispirata alla grande statuaria attica di V sec. a.C. Alla figura di Artemide si può associare una testa femminile da Viale P. Orsi (scavi 1968) databile all'ultimo quarto del IV sec. a.C.
Queste due opere si vanno ad aggiungere ai numerosi capolavori noti di produzione siracusana e siceliota, diffusi tra la fine del V e il IV sec. in varî centri dell'isola (Selinunte, Agrigento, Grammichele, Centuripe). A esse, ovviamente, si affiancano le statuette femminili panneggiate, rinvenute nel «pozzo di Artemide» e gli ex voto di Piazza della Vittoria. Questi ultimi si presentano secondo la tipologia della figura femminile in piedi, panneggiata, che reca un'offerta (maialino o torcia) e sono probabilmente da identificare con una o l'altra delle due divinità ctonie. Alcune delle caratteristiche formali degli anathèmata di Piazza della Vittoria, quali la pienezza dei volti, il ricco drappeggio e la torsione delle forme, sono da considerare modesti echi della scultura monumentale di V sec. a.C. Considerazioni particolari merita l'officina siracusana a cui si devono attribuire questi piccoli capolavori della coroplastica siceliota. La sua produzione era caratterizzata da una grande varietà di tipi, resi in uno stile scorrevole con ripetizione di motivi quali la posizione delle braccia o la raffigurazione del panneggio inferiore. La divinità rappresentata in piedi sembra essere un'invenzione siracusana, o meglio la «metamorfosi di un'antica immagine votiva di divinità in forme scultoree più moderne» (M. Bell III, 1990, p. 68).
S. ha esercitato un influsso regionale assai forte, ed è stata il punto naturale di riferimento per coroplasti che lavoravano fuori. Del resto, elementi di dipendenza da modelli creati nella metropoli siciliana sono attestati a Morgantina, Centuripe e Lentini e, fuori della Sicilia, in Campania. Tra la fine del V sec. e gli inizî del IV si colloca l'altare a triglifi in terracotta scoperto durante scavi eseguiti agli inizî degli anni '70 in Via Somalia (Acradina). L'ornamentazione architettonica dell'altare, rinvenuto in contesto domestico e non sacrale, mostra il profondo collegamento di elementi d'ordine dorico e ionico tipico dei Greci d'occidente. Per quanto riguarda l'età ellenistica si segnalano le numerose testimonianze di coroplastica provenienti dalle abitazioni e cisterne di Villa Maria, oltre alle ben note figurine femminili di III sec., testine di animali e arnie fittili, con rullo a fasce orizzontali e motivi di ispirazione vegetale entro cornici architettoniche. All'inizio del II sec. d.C. si data un pregevole busto-ritratto di Vibia Sabina in marmo da Viale Cadorna (scavi 1972). E stata ripresa in esame di recente la grande testa marmorea proveniente dall'anfiteatro o dall'Ara di Hierone. La proposta più interessante è quella che vuole avvicinare l'opera siracusana con l'Asclepio di Pergamo dello scultore Phyromachos (v.), noto anche attraverso l'iconografia monetale. D'estremo interesse per la topografia monumentale di S. l'ipotesi (Andreae, 1990) secondo la quale il piazzale dell'area di Hierone da cui probabilmente deriva il capolavoro siracusano, sarebbe un sacro témenos dedicato a quel dio, anche se al momento non vi è stato trovato alcun resto di santuario.
Ceramica. - Per l'epoca precedente all'istallazione della colonia corinzia, si segnalano i materiali provenienti dalla tomba a grotticella di Viale P. Orsi e dalla Prefettura: si tratta di boccali, scodelle, bacini, anfore dipinti a motivi piumati e geometrici, e incisi, a lievi solcature e linee, che si datano al IX sec. a.C. Gli scavi eseguiti nell'ambito del tempio ionico (1969-1974) hanno restituito una grande quantità di materiali ceramici di VIII sec. a.C., la cui revisione, integrata con i dati emersi agli inizî del secolo e, più di recente, nell'area della Prefettura, permette di delineare un quadro abbastanza completo ed esauriente sulla presenza di ceramica greca o di tradizione greca a S. in età protoarcaica. Sono presenti coppe tipo Thapsos, con o senza pannello, variamente decorate (sigma verticali a tre segmenti, doppi angoli, gancio, S capovolta, losanghe); coppe-crateri di Thapsos; pissidi globulari; oinochòai a decorazione figurata e geometrica; kotylai con decorazione geometrica e ad aironi; kotylai in black style; kàlathoi·, arỳballoi; lèkythoi coniche. Il più antico materiale corinzio attestato a S. non è, dunque, più circoscrivibile al Protocorinzio Antico (ultimo quarto dell'VIII sec. a.C.), ma si deve assegnare al Tardo Geometrico (750-725 a.C.), riducendo in tal modo lo scarto cronologico, ipotizzato negli anni'50 da Vallet e Villard, tra il materiale più antico di S. e quello di Megara Hyblea. Alle due note classi di vasi figurati che caratterizzano la produzione siracusana di VII sec. a.C. rappresentate dai crateri del Fusco strettamente legati ad ambiente peloponnesiaco (Argo), si è aggiunta una terza categoria di ceramiche con decorazione figurata di stile orientalizzante, restituita dagli scavi recenti alla Prefettura. Si tratta di piccoli frammenti con scene di carattere mitologico (Eracle e l'idra di Lerna; accecamento del Ciclope) che documentano la presenza a S. di una classe di vasi che si diffonde in Grecia, dalle isole dell'Egeo fino alle colonie d'occidente, nel VII sec. e ha una fioritura tra il 670 e il 640 a.C., mentre in Sicilia è ben attestata a Megara Hyblea.
Nel VI sec. a.C., risulta assai articolato il quadro della presenza di ceramica laconica a S., presenta in una notevole varietà di forme: ai tipi noti provenienti dai corredi delle necropoli e da vecchi scavi condotti in area urbana, si sono aggiunte nuove scoperte che fanno di S. un «punto chiave del commercio laconico in Sicilia» (Pelagatti, 1990, p. 195). Nell'isola di Ortigia, scavi (1987), eseguiti nell'ambito del Convento di Montevergine, a S dell’Athènaion, hanno restituito due frammenti di kỳlikes figurate (un uccello in esergo appollaiato, palmette, melograni), attribuite rispettivamente alla cerchia del Pittore di Archesilas e al Pittore dei Boreadi, oltre a un frammento di cratere a staffa con decorazione geometrica a meandro. Dalla necropoli dell'Ospedale Civile (scavi 1969), si segnala una pròchoe, decorata con triplice serie di petali a goccia, riferibile agli inizî del Laconico III. Al VI sec. a.C., si datano, inoltre, le anfore attiche a figure nere dalla necropoli dell'Ospedale Civile che presentano raffigurazioni di vario tipo (scene di congedo, rappresentazioni di guerrieri, Eracle in lotta col leone nemeo, thìasos dionisiaco), e le kỳlikes schifoidi di fabbrica attica a figure nere con scene di palestra dalla necropoli di Villa Maria. A cavallo tra VI e V sec. a.C. si colloca la serie di vasi plastici proveniente dalla necropoli dell'Ospedale Civile, che presentano diverse forme (a testa di guerriero con elmo, a testa d'aquila che stringe nel becco un serpente, a figura femminile stante, a busto muliebre, a testa di Acheloo) e sono databili tra il 580 e il 550 a.C. I manufatti siracusani sono riconducibili a tipi noti della classificazione di Ducat (B, C, Κ e «Samienne I») abbastanza diffusi nel mondo rodio-insulare. A questi vasi, si affiancano, naturalmente, i noti askòi a forma equina di VI-V sec. a.C., recentemente riesaminati (Heldring, 1981; van der Vin, 1982), che da un punto di vista iconografico possono essere ricollegati alla monetazione siracusana di VI sec. a.C.
Per la ceramica a figure rosse si segnala, innanzi tutto, il frammento di cratere a calice con scena dell'Edipo Re, sempre dalla necropoli dell'Ospedale Civile (scavi 1969). Il vaso costituisce un documento eccezionale nel quadro delle rappresentazioni di una scena drammatica riferibile all'Edipo Re. Su un palcoscenico sono disposti i personaggi principali, in costume di scena, negli spazi scanditi da quattro colonne dal sottile fusto: messo rappresentato di prospetto, Edipo, Giocasta, un'ancella. In scala più piccola, vengono raffigurate Antigone e Ismene. Il cratere, attribuito da Trendall al pittore di Capodarso, nel Gruppo di Gibil Gabib, e considerato esempio mirabile del «nuovo stile monumentale» (Giudice, 1983), si colloca al terzo quarto del IV sec. a.C. Intorno agli anni 350-300 a.C., si può datare un altro cratere a calice dalla necropoli di Canalicchio. Il vaso presenta, probabilmente, un episodio tratto dalle Coefore di Eschilo (rito funebre di Elettra sulla tomba del padre accompagnata dalle ancelle e da Crisotemi), una scena di carattere funerario, che raramente compare nella ceramica a figure rosse. Il nostro vaso presenta «una misurata e calzante utilizzazione degli elementi funzionali nell'esatta rispondenza dei gesti e degli atteggiamenti delle figure» (Spigo, 1979, p. 62). Si può pensare alla mano del ceramografo del gruppo Lentini-Manfria, a cui rimanda la resa del volto di Elettra «indicativa di quelle suggestioni della coeva ceramica apula, presenti in alcuni artisti sicelioti» (ibid.).
Altro elemento di confronto iconografico, la testa maschile di prospetto (Dioniso o Faone) che compare su singolare pinàkion fittile scoperto vicino agli ipogei di Vigna Cassia. Sull'altro lato della tavoletta si trova un volto femminile, di profilo, con i capelli avvolti in un kekrỳphalos, disposto diversamente rispetto alla figura maschile presente nell'altra facciata. L'opera è riferita da Arias, per le strette analogie con esempi apuli della prima metà del IV, a un seguace del Pittore di Licurgo e presenterebbe l'intervento di due artisti diversi, autori rispettivamente del volto maschile e femminile. Di diverso avviso Spigo, che assegna il pìnax siracusano a fabbrica siceliota, per i caratteri della testa femminile. Del resto, le affinità con la ceramica apula di certi stilemi delle officine siceliote di età timoleontea e agatoclea si spiegano con la mediazione precedente di alcuni ceramografi attivi in Sicilia nella prima metà del secolo, che anticipano molti elementi caratteristici della produzione posteriore.
Si assegna agli anni 320-280 a.C lo splendido cratere a vernice nera, con iscrizione dedicatoria, dal Pozzo di Artemide che richiama, in forme monumentali, un tipo di vaso assai diffuso in ambiente apulo e campano. È stata identificata, in questi anni, una classe ceramica di fabbrica locale, proveniente da un'area che in età antica era occupata dalle officine siracusane (Predio Salerno Aletta, Giardino Spagna, Villa Maria). Questa classe, probabilmente di età ieroniana, è caratterizzata da anforette e brocche globulari, vasi a corpo ovoide, a forma di kàlathos, vasi plastici, unguentari, paterette, e presenta una decorazione su fondo bianco a fasce policrome e a motivi di ispirazione vegetale. Questi vasi siracusani rievocano consuetudini ceramiche di ambiente nord-africano, in particolare alessandrine, e sembrano legati al culto di Demetra e Kore.
Pittura. - Sono da ritenere documenti assai interessanti le pitture ad affresco di fine III sec. a.C., del sacello pagano, individuato nella «Regione C» della catacomba di S. Lucia, con scene mitologiche (Zeus Pelòros sulla prua di una nave), confrontabili con dipinti di Hadra e della necropoli di Sciatbi, mentre altri elementi decorativi accessori ci rimandano alle più antiche edicole di Lilibeo.
Due recenti lavori (Wilson, 1982; Boeselager, 1983) hanno ripreso in esame la produzione musiva siciliana mettendo in risalto le influenze nord-africane. Per S. si segnalano il noto mosaico con raffigurazione di Venere, rinvenuto in Piazza Archimede negli anni '40, e databile a età tardo severiana, oltre al mosaico a decorazione con viticci in forma sinusoide, nell'area dell'Ospedale Civile (anni '70), e i noti pavimenti della Stazione rinvenuti da P. Orsi agli inizî del secolo.
Gioielleria. - La rassegna sulle arti figurative a S. non può non toccare due piccoli capolavori di gioielleria: una gemma in pasta vitrea dagli scavi all'Apollònion con scena di centauromachia e una collana aurea d'età tardo repubblicana.
Museo Archeologico Regionale «P. Orsi». - Inaugurato il 16 gennaio 1988, sostituisce il Museo Archeologico Nazionale di Piazza del Duomo in Ortigia, ed è situato in uno dei punti più suggestivi della città, il parco della Villa Landolina, vicino agli antichi monumenti della Neapolis e alle catacombe di S. Giovanni. Attorno a un corpo centrale si dispongono tre grandi settori.
Il primo settore è dedicato alla preistoria e protostoria della cuspide SE dell'isola. Con riferimenti all'assetto geomorfologico e faunistico della regione iblea (tra cui resti di ippopotami ed elefanti). Seguono i manufatti in pietra del Paleolitico Superiore e i materiali più rappresentativi della preistoria e protostoria della Sicilia orientale dall'età neolitica agli anni che precedono la colonizzazione storica, con una esposizione in successione cronologica delle singole culture: la cultura di Castelluccio (XIX-XV sec. a.C.); quella di Thapsos (XV-XIII sec. a.C.), assai documentata nel museo grazie alle recenti ricerche; la cultura di Pantalica (XIII sec. a.C., metà VII a.C.), rappresentata dai reperti provenienti dalle necropoli di Cassibile, Caltagirone, Dessueri, Finocchito, Lentini, Tremenzano; e ancora i materiali della necropoli di Molino della Badia, presso Grammichele, e dalla valle del Marcellino (Villasmundo), qui esposti per la prima volta. Di notevole pregio sono i varî ripostigli di bronzi, scoperti nella Sicilia orientale e ricevuti dal museo per acquisto o per donazione. Si tratta di materiali di vario genere, legati alla vita quotidiana, che testimoniano un livello economico, sociale e produttivo piuttosto elevato.
Il secondo settore del museo è dedicato alle colonie greche della Sicilia orientale, secondo la canonica distinzione in colonie ioniche (Naxos, Katane e Lentini) e doriche (S. e Megara Hyblea). In particolare di Megara vengono esposti i reperti restituiti dalla ricerca archeologica condotta sul suolo dalla fine dell'800 ai giorni nostri (ceramiche importate e di produzione locale di VII-VI sec. a.C.; documenti di scultura arcaica, tra cui la statua marmorea del medico Sambrotidas e la statua di kourotròphos in calcare della metà del VI sec.). Più consistente è lo spazio riservato all'esposizione dei rinvenimenti da S.: un primo settore è dedicato a Ortigia (materiali preistorici; reperti provenienti dall'area dell'Athènaion e dalle recenti esplorazioni in Via del Consiglio Regionale); la documentazione offre un quadro della produzione ceramica di S., a partire dal primo stanziamento della colonia fino agli inizî di questo secolo, senza soluzione di continuità. Per quanto riguarda la statuaria d'età greca, oltre ai reperti già noti (kouroi), si segnalano le numerose statuette fittili di Demetra e Kore rinvenute in Piazza della Vittoria. Seguono i corredi delle necropoli siracusane presentati con eccellente documentazione. Si passa, infine, alla sezione dedicata ai grandi santuarî di Ortigia (Apollonian, tempio ionico e Athènaion, di cui vengono esposte le terrecotte architettoniche, le figure acroteriali e parte della sima a teste leonine) e ai santuarî extraurbani (tra cui spicca la testa di Laganello).
Il terzo settore del museo siracusano è dedicato a Eloro e alle subcolonie di S. Akrai, Casmene, Camarina, e ai centri ellenizzati del territorio circostante. Da segnalare, innanzitutto tre sculture in pietra di VI sec. a.C., due torsi di figure sedute da Akrai e una kòre in trono da Casmene. Assai più ricca è l'esposizione relativa a Camarina, di cui si segnala sicuramente la figura di cavaliere in terracotta, oltre alla collezione di vasi dei corredi della necropoli di Passo Marinaro e del Piombo. Per quanto riguarda l'ellenizzazione dei centri interni della Sicilia, il nuovo museo presenta una serie di materiali soprattutto terrecotte e ceramiche provenienti da Caltagirone, Grammichele, Mineo, Monte S. Mauro, Scordia, Vizzini. In primo piano, sicuramente, tre sculture di Terravecchia di Grammichele di VI sec. a.C., una statua fittile di Demetra e Kore, un'altra figura fittile di divinità femminile seduta e un torso di kouros in marmo. Eccezionali sono i manufatti scoperti recentemente nella stipe votiva di Francavilla di Sicilia, tra cui si notano alcuni pìnakes fittili, di V sec. a.C., con scene legate al culto di Persefone. Una parte di questo terzo settore è dedicata agli scavi condotti da P. Orsi a Gela e ad Agrigento (terrecotte architettoniche di VI a.C. da Gela; busti fittili di Demetra e Kore da Agrigento, oltre agli xoàna da Palma di Montechiaro).
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(B. Garozzo)

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