Abela Giuseppe Placido - Personaggi storici Siracusa

Antonio Randazzo da Siracusa con amore
Personaggi storici
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Abela Giuseppe Placido

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Giuseppe Ilarione Placido Abela, frate Benedettino, musicista, nato a Siracusa nel 1814.
Figlio di Gaetano Abela e di Bettina Avellone- Giuseppe Ilarione, che poi, presi gli ordini sacri e venne chiamato Placido, quando il martire dei moti carbonari del 1820 fu fucilato, aveva appena 12 anni. Infatti era
Figlio unico, fin dall’infanzia fu cresciuto a Napoli dai genitori della madre, che era deceduta quando ancora egli era in fasce. Egli dimostrò fin da piccolo una grande inclinazione per la musica e fu affidato all’insegnamento dei primi elementi al maestro Pietro Casella. Quando il padre venne fucilato, il re Francesco I lo mantenne agli studi presso il Real Collegio dei Maddaloni e lì continuò gli studi di pianoforte. Volle entrare a far parte dell’Ordine dei Benedettini a Montecassino, dove ebbe occasione di dedicarsi agli studi dell’armonia, del contrappunto e della composizione sotto la guida dei vari maestri che si trovarono ad essere in varie circostanze ospiti di quel famoso convento. Lì prese gli ordini sacri nel 1835 , e in seguito divenne Priore. Per le sue spiccate doti di musicista, anche se non aveva compiuto studi accademici regolari, fu molto apprezzato come esecutore d’organo e quando qualche pellegrino importante andava a visitare il celebre monastero, egli veniva pregato si deliziarlo suonando quell’organo che era uno dei migliori d’Italia. Molte furono le composizioni da lui scritte, che vennero pubblicate in più riprese e gli procurarono l’ammirazione anche di musicisti insigni. Le sue composizioni ovviamente erano, per la maggior parte, di genere sacro; ma egli trascriveva per pianoforte o per organo anche opere liriche, sinfonie, arie “profane”, e le sue trascrizioni venivano molto apprezzate anche in chiesa, giacchè vi era l’abitudine di suonare anche musica profana durante le cerimonie liturgiche. Egli però era per la purezza della musica sacra, e nei dibattiti che allora si facevano e a cui partecipavano anche i più grandi musicisti del tempo, sosteneva che essa doveva ben distinguersi da quella lirica o generalmente detta profana e doveva distinguersi per la sua semplicità e per il suo fraseggio non teatrale ma raccolto sì da favorire la devozione e il culto religioso. Altrettanto interessamento rivolse al canto gregoriano e all’esigenza di restituirlo all’originale rigore compositivo ed esecutivo e alla sua originale spiritualità. Apprezzata fu, in tal senso la sua raccolta di “Canti ecclesiastici che si adoperano nel servizio divino ridotti con accompagnamento d’organo” che fu pubblicata una prima volta nel 1858 da Giorgio Del Monaco, una seconda volta nel 1862 da Girard e una terza volta, nel 1868, con l’aggiunta di altre composizioni dello stesso Don Placido Abela, che fu pubblicata da De Giorgis. Egli nella premessa a questa sua opera espose appunto la sua opinione sulla necessità di far musica sacra in semplicità e fede, ripercorrendo quella più tradizionale, degli Inni, delle Antifone, dell’Officio e delle Sequenze, che egli in buona parte trascrisse adattandola e facendola accompagnare dall’organo. Ebbe pertanto grane stima da parte dei più grandi compositori, come Gioacchino Rossini e Liszt. Ed ottenne anche una medaglia d’oro dal Re di Prussia Guglielmo I. Possiamo dire che per la restaurazione del Canto Gregoriano all’originale purezza egli 94 sia stato ritenuto l’antesignano dei Benedettini di Solesmes. Ma egli compose anche numerosa altra musica, come Messe Vespri, Magnificat, Mottetti e fu anche un buon compositore di musica polifonica.
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