Arabi in Sicilia - Storia

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Arabi in Sicilia

ARABI

STAMPA di DE VIVO: Il Vescvo di Siracusa Sofronio e il monaco Teodosio sono condotti in catene a Palermo al cospetto del Pascià

ASSEDIO E DISTRUZIONE DI SIRACUSA CLASSICA
Gli Arabi sbarcarono a MAZARA DEL VALLO nel giugno dell’827 e in quello stesso anno Siracusa subì un primo assedio da parte degli arabi . Comandato dal persiano Asad ibn al-Furat, la città resistette bene a questo primo attacco, anche grazie all'aiuto di alleati che vennero incontro alla difficoltà siracusana. Fu impedito agli arabi di ricevere altri rinforzi dall'Africa e ciò comportò la loro ritirata davanti al maggior numero di forze nemiche e la città fu lasciata libera. Cinquanta anni dopo nel mese di agosto dell’877 Siracusa subì un secondo e definitivo assedio che terminò il 21 maggio 878. Tale assedio fu intrapreso dai musulmani arabi e berberi, che con la vittoria finale tolsero la città di Siracusa dal controllo dell'Impero bizantino e quindi dell'imperatore Basilio I.
Fu uno degli assedi più duri e sofferti della storia araba in Sicilia. Durato nove mesi, gli abitanti siracusani vennero circondati e impossibilitati a procurarsi del cibo perché tutto il territorio fu messo a sacco e fuoco. Gli assediati, pur ridotti alla fame, non cedettero comunque. La presa di Siracusa infatti avvenne non per resa ma per conquista. L'eroica, se pur vana, resistenza siracusana divenne proverbiale tra i bizantini. Poiché le cronache narrano che tale assedio durò nove mesi, esso sarebbe iniziato nell'877, voluto e capitanato da Giafar ibn Muhammad, governatore della Sicilia musulmana che da Palermo si spostò a Siracusa con l'intento di portarla sotto il suo dominio. L’assedio ebbe come preliminare la distruzione del territorio circonstante per impedire i rifornimenti alla città. Furono distrutti i raccolti di grano tra Rometta, Tauromenium e Catana e furono saccheggiati e distrutti i domini di Siracusa cos’ da togliere alla città la possibilità di poter fare incetta di vettovaglie. Fu in quella occasione che vennero distrutte le città di Eloro, città sicula poi greca e romana sita circa a 6 Km a SSE di NOTO e TALARIA, città ricordata da Stefano Bizantino probabilmente coincidente con AVOLA MARINA. La città di Siracusa, che in epoca greca era considerata la più vasta del mediterraneo, tanto che i suoi quartieri venivano chiamati a loro volta città ed essa era nota con il nome di pentapoli, ora invece era ridotta ad un sol quartiere popolato, l'isola di Ortigia, e si dice anche parte dell'Acradina per via di una colonia latina introdottavi al tempo di Augusto. Ma ciò non deve far pensare che la capitale di Sicilia non custodisse, anche tra quella ristretta superficie, una quantità tale di ricchezze economiche da far sbalordire gli arabi, come vedremo più avanti, al momento della sua presa.
Gli arabi si accamparono all'interno dei quartieri abbandonati della città. Il fulcro della battaglia fu l’istmo che separa l'isola ortigiana dalla terraferma. Le mura che difendevano la fortificata isola divennero il principale bersaglio arabo. Tutta la difesa e l'attacco si concentrò lì.
Bisogna dire che Siracusa venne lasciata sola nella difesa; l'imperatore Basilio il Macedone, che pure inizialmente aveva mostrato ardore, affido’ la difesa di Siracusa all’ammiraglio Adrianon che invece di far vela per Siracusa preferi’ dedicarsi alla costruzione di una chiesa e poi a svernare in un porto del Peloponneso. A tragedia avvenuta l’ammiraglio pagò con l’esilio la sua vigliaccheria ma intanto ben poche forze imperiali vennero mandate in difesa della città siciliane e queste finirono abilmente sconfitte dalle navi arabe. All’assedio fu presente un monaco basiliano di nome TEODOSIO che assisteva l’Arcivescovo e che lasciò una cruda descrizione dell’assedio allorchè tradotto prigioniero a Palermo,insieme al Vescovo, avendo avuta salva la vita potè scrivere una epistola che è arrivata fino a noi :
« L’uccellame domestico era consumato; conveniva mangiar come si potea di grasso o di magro; finiti i ceci, gli ortaggi, l’olio, la pescagione cessata dal dì che il nemico insignorissi dei porti. Ormai un moggio di grano, se avveniva di trovarlo, si comperava centocinquanta bizantini d’oro; uno di farina, dugento; due once di pane, un bizantino; una testa di cavallo o d’asino, da quindici a venti. Un intero giumento trecento. I poveri, poiché mancavano loro i salumi e le erbe solite a mangiarsi, andavano scerpando le amare e tristi su per le muraglie; masticavano le pelli fresche; raccoglievano le ossa spolpate, e pestate e stemprate con un po’ d’acqua le trangugiavano; rosicavano il cuoio; poi soverchiato dalla rabbiosa fame ogni ribrezzo, ogni sentimento di religione e di natura, dettero di piglio ai bambini; mangiavano i cadaveri dei morti in battaglia: sol nutrimento di cui non fosse penuria. Ingeneravasi da ciò una epidemia crudemente diversa dalla quale chi subitamente moriva in orribili convulsioni; chi enfiò com’otre; chi mostrava tutto il corpo foracchiato di piaghe; altri restava paralitico.” » Ma assistiamo alla distruzione di SIRACUSA in diretta leggendo la cronaca che ne fa il monaco Teodosio:” Era il mercoledì 21 maggio 878 quando la città cadde in potere del nemico".
Ma è pregio narrare il modo come essa fu espugnata: fu orrendo: imperocchè la severa giustizia di Dio avendo permesso che i più valorosi fra i combattenti fossero caduti o dispersi, e l'inclito patrizio coi suoi commilitoni dalle mura fattisi alle proprie case per prendere poco ristoro, i barbari a quella torre fatale appressarono i mangani, e con facile pugna i parricidi invasero quella parte della città che a guardia di pochi soldati era stata lasciata, perchè i cittadini a quell'ora, non si attendevano quell'assalto, e sicuri a tutt'altro che alla difesa pensavano. Scagliando i nemici tutt'intorno grandissimi sassi, ruppero una certa scala di legno che ai difensori apprestava l'unico accesso delle mura alla torre già mezzo rovinata: al grande fracasso alzossi da mensa il patrizio, senza ancora aver preso cibo pieno d'angoscia per quella scala.
Ma i barbari avendo già presentito lo sfasciamento di essa attorno a cui era stato il grandinar delle pietre, si appressarono veloci al muro, e non avendo trovati che pochi a guardia della torre che valorosamente si difendeano, tutti li ammazzarono, fra' quali il beato Giovanni Patriano, e montativi su, se ne impadronirono. Da qui come fiumana sparsisi per la città, piombarono su quei che per la difesa ancora si raccoglieano, e trucidati fin all'ultimo tutti coloro che sul limitare del tempio del Salvatore tentavano assestarsi, spalancatene con grande impeto le porte vi entrarono colle spade sguainate spirando fuoco dalle narici e dagli occhi; in un solo istante ogni età fu passata a fil di spada, e per usare le parole del salmo, i principi e tutti i giudici della terra, i vecchi e i giovani, i monaci ed i coniugati, i sacerdoti ed il popolo, il libero ed il servo, anche gli infermi che da gran tempo giaceano, nessuno, oh buon Dio! quei carnefici risparmiarono". L'animo sitibondo di sangue non sapeva saziarsi di quelli che soltanto nel primo impeto si paravano loro d'innanzi; sembrava esser venuto quel giorno di cui parla Sofonia, giorno di calamità e di miserie, giorno dì pianto e dì rovine, di tenebre e di caligine's
Dopo tutto ciò a che vale raccontare quello che accadde ai principali cittadini, mentre gli animi e le orecchie stesse inorridiscono al sentirlo! L'egregio patrizio ch'erasi in una torre rifugiato, la dimane fu preso vivo con altri sessanta, e otto giorni dopo la presa della città messo a morte; il quale supplizio con tal forte e dignitoso animo sostenne, che nulla di vile o men che di costante, nè anche il più lieve segno di timore addimostrò; nè fa meraviglia, quando si considera, che prima a nessun patto potè indursi a provvedere alla propria salvezza col tradimento della città, egli che dove l'avesse voluto, avrebbe trovato non solo molti lodatori, ma anche mezzani di un tale consiglio; però amò meglio affrontare la morte onde provvedere alla salute dei suoi, e ad imitazione di Cristo offerire il suo solo capo al pericolo, quantunque nemmeno questo valse a mitigare a pietà gli animi efferati degli omicidi, piuttosto che pensare alcun che d'indegno alla nobiltà del suo animo; la cui grandezza e costanza furono di ammirazione allo stesso Busa, figlio dell'Emiro autore della sua uccisione». Ma egli già si era apparecchiato ad un pio e beato fine poichè tutto il tempo della guerra passava a meditare la morte, e a preparare con le sue esortazioni all'immortalità quei ch'erano seco lui assediati. I barbari poi presi tutti quelli ch'erano col patrizio, ed erano tutti delle nobili famiglie di Siracusa, ed insieme con altri prigioni condottili fuori dalla città, e dispostili in giro, a modo di rabbiosi mastini, incontro loro avventandosi con pietre, bastoni, aste, o altro capitava lor in mano, crudelissimamente ammazzarono, e dopo morti non sazi ancora di crudeltà, ne arsero i cadaveri.
Ma non posso tacere gli atti di efferata crudeltà che sfogarono su di Niceta nativo di Tarso, valoroso e istruito nell'arte militare, il quale tutto il tempo dell'assedio ogni giorno l'empio Maometto da quella gente veneratissimo maledicea: questi separato dal numero degli altri condannati a morire, steso supino al suolo, oh Signore invoco la vostra clemenza! dal torace al pube vivo scorticarono, e ancor palpitante gli strapparono il cuore, e crudelissimamente dilaniatolo coi denti, indi gettatolo a terra a colpi di pietra lo pestarono. “ il monaco assieme al vescovo fu risparmiato e condotto prigioniero a Palermo da dove potè scrivere la cronaca e spedirla a noi ,quasi mille anni dopo , per farci inorridire. Conclude la sua cronaca Gli arabi dopo l’espugnazione di Siraacusa “ vi dimorarono trenta giorni, che tanto tempo bisognò per distruggere le siracusane fortificazioni, in cui tutto ciò che nella città si continea fu bruciato: il bottino poi fi tale e tanto che fu calcolato un milione di soldi d’oro”. Finì così la Siracusa classica e la cittadella che venne dopo fu altra cosa!
STAMPA di DE VIVO: Il Vescvo di Siracusa Sofronio e il monaco Teodosio sono condotti in catene a Palermo al cospetto del Pascià


 
 
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