Eschilo - Siracusa memorie ricordi

Antonio Randazzo da Siracusa con amore
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Eschilo

Dramma antico > Tragici Greci
Eschilo
 

Figlio di Euforione nacque ad Eleusi (Atene] nel 525 a.C. Apparteneva ad una famiglia nobile. Il santuario della sua città ebbe un'influenza profonda nella sua formazione.
Combatté a Maratona, dove cadde suo fratello Cinegiro, come racconta Erodoto, poi nell'Artemisio e a Platea.
Prese parte al concorsi tragici già nel 484 a.C. ed ebbe il primo premio con una tetralogia, che comprendeva i Persiani. Quando era al colmo della fama (472-468), fu invitato alla corte di lerone, signore di Siracusa. Venne in Sicilia, dove rappresentò le Etnee, dramma composto per celebrare Etna, la nuova città fondata da lerone.
Da qui nel 468 ritornò ad Atene per partecipare al concorso delle Grandi Dionisie, che fu vinto dal giovane Sofocle. Ma nel 467 fu primo con la tetralogia tebana (Laio, Edipo, Sette contro Tebe, La Sfinge), di cui restano solo i Sette contro Tebe. Nel 458 ebbe l'ultima vittoria con l'Oresta, di cui si conservano le tre tragedie: Agamennone, le Coefere, le Eumenidi.
Eschilo, forse più degli altri grandi tragici del V secolo a.C. fu il poeta e il maestro del suo popolo. La sua religiosità e il suo profondo senso morale, hanno fondamento in uno stesso ideale di giustizia, che amò con fede incrollabile come vediamo dai concetti, dalle parole e dai personaggi delle sue tragedie.
Introdusse il secondo attore e diminuì le funzioni del coro, dando così alla tragedia un carattere più drammatico. Per questo, oggi, viene considerato il creatore del dramma tragico.
Il suo teatro è dominato da una chiara visione del rapporto tra colpa e pena. Gli dèi non puniscono per una capricciosa invidia la prosperità degli uomini, ma la prevaricano.
L'esistenza è gravata da forze fatali, soprattutto l'ereditarietà della colpa, per cui sangue chiama sangue. Tuttavia è un moto libero della volontà umana di fare precipitare le forze sospese del destino.
Sul piano teologico Eschilo appare un monoteista. Zeus incarna il supremo polo della fede e della speranza, è congiunto con Dike (la giustizia). E appare come un dio-salvatore, che dopo aver travagliato l'uomo, interviene per redimerlo, inserendolo in un ordine etico e giuridico, basato sulla pietà e sul rispetto del limite umano.
La sua è una poesia traboccante di metafore, oscura per la straordinaria densità verbale e potenza drammatica. I Persiani
Hanno per argomento la sconfitta persiana da parte dei Greci. La scena si svolge a Susa presso la corte di Serse. Il coro è formato dai vecchi fedeli consiglieri del re.
La prima parte rappresenta le ansie angosciose dei vecchi e della regina Atossa, madre di Serse, atterrita da un sogno infausto per la sorte del suo esercito e del suo popolo.
Nella seconda parte un messo racconta nei suoi particolari la battaglia di Salamina e il disastro della ritirata attraverso la Tracia. Mentre appare l'ombra di Dario, il re saggio, evocata dal lamenti del coro e di Atossa. Il quale ammonisce dall'Ade che la rovina dei Persiani è stata voluta dagli dèi per la loro mancanza di moderazione.
Nella terza parte appare con i vestiti a brandelli, Serse, il re dissennato, punito dagli dèi per la sua superbia ed empietà. Con i lamenti e i pianti finisce la tragedia.
La poesia dei Persiani sta nella disperazione dei vinti. Il vero protagonista è il coro, che rappresenta tutto il popolo persiano. La morale di questa tragedia è contenuta nelle ultime parole di Dario: "Un mortale non deve concepire disegni superiori alla sua natura, la tracotanza produce lacrime. Nessuno disprezzi la propria condizione per desiderarne un'altra, finendo così col dissipare la grande prosperità che possiede".
Un avvertimento che suona come un invito alla moderazione, alla saggezza e alla pace, premesse per lo sviluppo e il sereno vivere dei popoli.
Opere
Le Supplici
Sono le 50 figlie di Danao, che per sfuggire alle nozze con i loro cugini, figli di Egitto, si sono rifugiate col vecchio padre ad Argo, la città da dove aveva origine la loro stirpe e implorano l'ospitalità del re Pelasgo.
Questi le accoglie generosamente e respinge le intimazioni e le minacce di un araldo egiziano, venuto a chiedere le fanciulle per condurle in Egitto.
Alle Supplici, la prima tragedia della trilogia, seguivano gli Egizi e le Danaidi, andate perdute. Negli Egizi, le giovani costrette a nozze, uccidevano per ordine del pa¬dre, i loro mariti. Una sola, Ipermestra disobbediva e risparmiava la vita a Linceo, suo sposo.
Nelle Danaidi, Ipermestra, accusata dal padre, era assolta e lodata da Afrodite per essersi conformata alla grande legge dell'amore, poiché le donne mediante il matri-monio sono destinate a perpetuare la specie. Anche Zeus la premiò, dando origine ad una stirpe reale, dalla quale sarebbe nato Eracle. Le Danaidi omicide, invece, furono punite, offerte in premio ai vincitori di una corsa.
Queste strane vergini sono vittime insieme e colpevoli, Innalzano le loro preghiere a Zeus inutilmente.
La poesia della tragedia è nel carattere del coro, nella sua asprezza e religiosità, nel suo odio violento contro gli uomini, nella sua angoscia di bestia inseguita, che ci riporta per certi aspetti al femminismo dei nostri giorni.
Sette contro Tebe
Eteocle, re di Tebe, si prepara a difendere la città assediata dal fratello Polinice e da altri sei guerrieri.
Il coro è composto di donne tebane, che vengono rimproverate da Eteocle, per i loro lamenti e per le troppe preghiere.
Un messo lo informa dei propositi dei nemici, che hanno giurato di espugnare Tebe o morire e fa la descrizione dei sette condottieri alleati, da cui il titolo della tragedia. Eteocle oppone a ciascuno dei sette nemici un guerriero tebano e a Polinice se stesso.
Nella descrizione spiccano figure di grandi eroi, su cui s'innalza Eteocle. Il coro cerca di trattenere l'eroe perché salvi la sua vita, ma egli pur con il cuore turbato dalla maledizione, che pesa sulla sua stirpe, va incontro alla battaglia e alla morte.
Alla fine un messo racconta il duello e la morte dei due fratelli e il coro piange sui guerrieri periti.
In questo dramma l'eroe ha momenti di commozione struggente al pensiero della patria, per la cui salvezza è disposto ad uccidere il fratello. Ma Eteocle è anche un maledetto. La maledizione di Edipo, in quanto nato dall'unione con la madre Gioca- sta, rende più tragico il suo destino, da cui il pessimismo e la tristezza, che caratterizzano la sua figura.
Prometeo Incatenato
Faceva parte di una trilogia così composta: Prometeo incatenato, Prometeo liberato,_ Prometeo portatore del fuoco.
È una tragedia i cui protagonisti sono tutti dèi. Nel prologo, Kratos (Potenza] e Bia (Violenza) fanno incantenare da Efesto per ordine di Zeus, il Titano Prometeo ad una rupe della Scizia perché ha rubato il fuoco agli dèi e lo ha donato agli uomini.
Il Titano si lamenta della pena, lasciato com'è in mezzo alle forze della natura. Ven¬gono a confortarlo le Ocenine, che formano il coro. Oceano gli consiglia di sottomet¬tersi al volere di Zeus e per questo viene trattato con asprezza.
Nella sventura non è solo, arriva un'altra vittima, lo, costretta da Era, gelosa sposa di Zeus, ed errare. Ad essa il Titano presagisce la fine dei suoi mali e la stirpe che na¬scerà da lei, fra cui Eracle, il futuro liberatore di Prometeo, quando Zeus dovrà scen¬dere a patti per salvare il trono, venendo a conoscenza di un segreto.
Ma Prometeo non rivela ad Ermes, inviato dal dio dell'Olimpo, che Zeus perderà la signoria se sposa Teti, e sfida così la sua ira e i fulmini, che lo inabissano nel Tartaro.
Il messaggio di Prometeo è, certamente, da cogliere nella ribellione dell'eroe a una tirannide violenta e ingiusta, nella necessità di beneficiare gli altri di quanto hanno gli
dèi, il "fuoco" ovvero la "conoscenza" e il "progresso".
Problema che Eschilo affronta con una mentalità nuova rispetto a quella religiosa del suo tempo.
Agamennone
Il genio di Eschilo culmina nell'Orestea. Dalla prima tragedia all'ultima è un'unica tragica azione, che alla fine trova la sua catarsi.
Argomento dell'Agamennone è la sua uccisione per mano della moglie Clitenne- stra e del suo amante Egisto, fratello di Agamennone. Nel prologo il guardiano, mes¬so di vedetta sul tetto della reggia, dà la notizia della presa di Troia, comunicata attraverso i fuochi accesi sulle cime dei monti.
Intanto il coro, composto di vecchi Argivi consiglieri del re, esprime le sue angosce per le sorti dell'esercito mandato a combattere per una causa inadeguata e per il re, che ha imposto la guerra al suo popolo e per il sacrificio della figlia Ifigenia, che ha attirato su di lui lo sdegno degli dèi.
Clitennesta, appresa la vittoria, ma anche i disagi e i dolori che sono costati, mani-festa la sua gioia per il ritorno del marito ma con parole oscure.
Finalmente arriva Agamennone sul carro accanto alla schiava Cassandra, figlia di Priamo, re di Troia, che sulla scena annuncia profeticamente l'uccisione del re.
L'angoscia domina tutta la tragedia e culmina nella visione del destino degli Atridi. Tutto è presente a Cassandra. Agamennone che sta per essere trafitto dalla moglie, ma anche lo strazio dei piccoli corpi dei figli di Tieste e la spada vendicatrice di Oreste.
Finito il delirio si odono le grida di Agamennone, colpito nel bagno. Subito dopo appare Clltennestra macchiata di sangue. Al coro che piange il re morto e rimprovera il delitto, risponde arditamente che ella non è la moglie del morto, ma l'antico de¬mone della stirpe, che deve punire il delitto di Atreo e si è incarnato in lei. Agamennone ha pagato per la fine di Ifigenia.
All'apparire di Egisto, i rimproveri del coro si fanno più aspri e minaccia di vendicare l'assassinio. Egisto vuole lanciarsi con la spada In pugno contro i vecchi del coro, ma Clitennestra modera l'impeto. In lei non c'è pentimento o rimorso, tuttavia il delitto compiuto le fa sorgere un'inquieta amarezza,
Goethe definì questo dramma "il capolavoro dei capolavori". Alle scene lente della prima parte, seguono quelle rapide del secondo atto, dove pricipita l'azione e do¬mina l'orrore.
Vera protagonista è Clltennestra, la figura più complessa di tutta la tragedia greca. Ella pensa e sente come un uomo. E capace di passioni gigantesche. Nulla in lei è meschino o mediocre. Il rancore contro il marito per il sacrificio di Ifigenia, l'ha resa un genio del male.
Per avere la sua vendetta ricorre all'adulazione più accattivante, finché Agamennone, senza alcun sospetto, cade nella rete. Consumata la sua vendetta, getta la ma-schera e con voluttà feroce confessa la propria colpa e il delitto.
Altre note arricchiscono il carattere di questa donna, la gelosia per Cassandra, l'u¬miltà affettuosa davanti a Egisto. Contraddizioni che ci fanno comprendere la pro¬fondità psicologica di Eschilo, che sa cogliere in una donna intrepida e feroce i segni nascosti di una invincibile femminilità, di una umana debolezza nella riflessione di uno strano tormento, che l'agita.
Le Coefore
"Portatrici di libagioni" prendono il nome del coro, composto dalle prigioniere troiane, ancelle nella casa di Agamennone.
Clitennestra spaventata da un sogno orrendo, le ha incaricate di portare offerte espiatorie sulla tomba dell'ucciso.
Intanto, dopo dieci anni di assenza, ritorna ad Argo il figlio Oreste assieme all'ami¬co Pilade per vendicare il padre. Oreste era stato inviato, ancora bambino, dalla ma¬dre nella Focide. Depone una ciocca di capelli, come offerta, sulla tomba e si nasconde. Così assiste all'arrivo delle donne del coro e della sorella Elettra, che ven¬gono per le libagioni.
La cerimonia sembra un sacrilegio ad Elettra, poiché le offerte vengono dalla ma¬dre omicida. Ma poi si decide e versa le libagioni, imprecando contro gli assassini e pregando per i figli del morto. Il coro risponde con lacrime e canti di dolore.
D'un tratto Elettra scopre sulla tomba il ricciolo di Oreste e lo confronta con i suoi capelli. Il coro fa subito il nome di Oreste. Ed Elettra piange mentre spera nella pre¬senza del fratello. Poi vede le impronte dei piedi e le misura con le sue. Allora è presa da una terribile angoscia.
A questo punto Oreste esce dal suo nascondiglio e si fa riconoscere. Elettra in pre¬da all'emozione non vuole credere alla realtà, ma poi si getta nelle sue braccia con parole tenerissime. Ma Oreste torna al pensiero della vendetta e invoca Zeus vendi¬catore, ricordando l'oracolo di Apollo, che impone con la minaccia di mali tremen¬di, di uccidere chi ha ucciso.
E così si giunge al cuore della tragedia. Oreste, Elettra, il coro, diventano le voci della grande sinfonia del lamento funebre, che deve risvegliare l'anima del morto, perché aiuti il figlio nella vendetta.
Il rimpianto per la morte miseranda del re, i lamenti per la casa desolata degli Atri- di, fanno posto a poco a poco al selvaggio desiderio di vendetta, che è sentito come una necessità e come un dovere. Le vergini del coro agitano le chiome, si percuoto¬no le membra, piangono e gemono.
Quando il canto tace, Oreste ed Elettra continuano ad implorare il padre per richia-mare alla loro mente l'ignominia subita.
L'azione ormai è al compimento. Fingendosi un forestiero della Focide, Oreste si pre-senta a Clitennestra e la informa che suo figlio è morto. Clitennestra piange di dolore e introduce il forestiero nella casa per ospitarlo. Un grido svela agli spettatori l'ucci¬sione di Egisto e un servo lo annuncia a Clitennestra, che ha parole di affetto per l'a¬mante. Parole che spingono Oreste ad essere spietato e cerca di ucciderla. Ma davanti alla donna che gli mostra il seno materno, la spada del figlio cade.
Allora interviene Pilade, che gli ricorda l'oracolo di Apollo e i giuramenti. Oreste non esita più e risponde alle suppliche della madre con parole di giustiziere. Tuttavia quel-l'attimo di esitazione è bastato a rendere umana la figura dell'uccisore, a mitigare l'orrore del matricidio. Oreste porta la madre sulla tomba del padre e la uccide.
L'esaltazione del delitto compiuto spinge Oreste a gridare II suo trionfo, come fece Clitennestra su Agamennone. Ma passato il momento, anche per Oreste comincia il turbamento e molto più profondo di quello vissuto da Clitennestra. Con la mente scon-volta vede le Erinni vestite di nero, con il capo intrecciato di fitti serpenti, dai cui occhi cola sangue.
In questa brevissima scena, Eschilo ancora una volta, si rivela poeta e psicologo grandissimo. Prima ancora che Oreste abbia la mente sconvolta, muta il suo superbo discorso di trionfo in pianto, in una tristezza che palesa il suo smarrimento. E contro questo l'eroe cerca di lottare, chiama tutti gli Argivi a testimoniare della giustezza del delitto. Ma tutto è vano, "le cagne" della madre lo assalgono e non gli danno tregua.
Le E u meri idi
Prendono nome dal coro, che è composto dalle Erinni, le dee che puniscono i delit¬ti, venerate ad Atene con il nome di Eumenidi (le benevole).
La prima parte dell'azione si svolge presso il Tempio di Apollo, la seconda ad Atene.
Il dramma si apre con una scena serena. La Pizia, sacerdotessa del dio, prega pri¬ma di entrare nel Santuario. Entra e ritorna indietro spaventata. Ha visto uno spettaco¬lo orribile. Un uomo con le mani che stillano sangue è in atteggiamento di supplice e davanti a lui c'è una schiera di donne dormienti, che sembrano Gorgoni o Arpie, russano e piangono lacrime di sangue e hanno crini di serpenti.
Poi la Pizia scompare e si apre la porta del tempio. Accanto a Oreste e alle dee addormentate appare Apollo, che rassicura l'omicida e lo raccomanda ad Ermes per-ché lo guidi fino alla città di Pallade, dove troverà la fine dei suoi dolori. Ma appena si mettono in cammino, ecco l'ombra di Clitennestra che incalza le Erinni contro il fug-gitivo. Ma le trattiene, armato di arco, Apollo che le scaccia dal suo santuario.
L'azione di questa scena è rapida, essenziale e per questo acquista una drammati¬cità inarrivabile. Ma la tragedia non ha toccato il suo vertice. Cambia il luogo di azione e ritorna la situazione di prima.
Oreste è ad Atene, inginocchiato davanti alla statua di Pallade e prega. Entrano le Erinni, come cani cercano il matricida, per lanciarsi addosso alla preda, e portarlo sotto terra. Oreste impassibile, continua a pregare. Egli celebra Atena e la sua potenza.
Allora le Erinni si stringono intorno all'altare e intonano attorno all'omicida un canto di orrore in una danza selvaggia. Formando così una specie di catena magica. I no¬di sono le strofe del canto, che "lega le anime". La tragedia è all'apice con le Erinni che esaltano il proprio ufficio e celebrano la propria vittoria, la loro missione divina fissata dalle Parche, che rovinano le glorie umane più auguste per affermare la loro legge implacabile.
Appare improvvisamente Atena, che convince le Erinni a rimettere ogni decisione a un tribunale di Ateniesi. Segue la scena del giudizio con i giudici che sfilano solen-nemente e vanno ad occupare i loro seggi. Le Erinni dopo essersi proclamate, anco¬ra una volta, ministre di Dike, sono le accusatrici. Apollo appare all'improvviso e si dichiara insieme testimone, difensore e responsabile.
Prima della votazione Atena istituisce per l'eternità il tribunale ateniese dell'Aeropa- go per giudicare il sangue versato. Oreste è assolto perché vi è parità di voti per l'as-soluzione e la condanna. È stato decisivo il voto di Atena in suo favore. Con l'assoluzione di Oreste e il suo ritorno ad Argo si conclude la storia.
Ma le Erinni non contente della sentenza, protestano e minacciano l'Attica di ogni sorta di mali. La loro ira traspare dai loro canti. Atena, che sa convincere, a poco a poco le placa. Così i canti di rovina e di morte si trasformano in canti di benedizio¬ni. Non la sterilità ma la prosperità e la pace, le terribili dee, daranno ad Atene.
Le Erinni sono divenute Eumenidi e gli Ateniesi festeggiano le divinità divenute be-nevoli e le accompagnano con una processione solenne al lume delle fiaccole nel-l'antro sotterraneo, dove saranno venerate.
In tal modo la cupa tragicità della trilogia svanisce nella serenità di un canto sacro, si smorza nel lirismo delle parole, nella musica dell'ultima scena delle Eumenidi.
In essa vediamo il poeta dei pensieri e delle azioni ciclopiche. Lingua, stile, sintassi, rispondono alle situazioni create con una straordinaria fantasia. Ogni suo dramma è diverso dagli altri, solo il pathos tragico è la caratteristica costante.

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