Mezio Alfredo - Siracusani

Antonio Randazzo da Siracusa con amore
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Mezio Alfredo

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Alfredo Mezio atto di nascita fornito da Marisa Pappalardo

Tratto da: “ I SIRACUSANI ANNO IX N.51 SETTEMBRE OTTOBRE 2004
Solarino degli inizi del Novecento in un racconto di Alfredo Mezio
"Ad ogni stagione sapeva il modo di parere nuovo e fors'anche bello" (Introduzione e note di Orazio Sudano)


Alfredo Mezio in un disegno di Amerigo Bartoli. Anni 50
Per il disordine della sua vita e la poliedricità della sua produzione artistico-letteraria, è abbastanza diffi¬coltoso scrivere, esaustivamente, di Alfredo Mezzio; mi auguro di licenziare alle stampe, prima o poi, uno studio — quanto meno organico — che faccia seguito al mio saggio "La saga dei Mezio", pubblicato in Prospettive - Siracusa nel marzo 1999.
Primogenito di due figli, il nostro nacque a Solarino, l'I 1 marzo 1908, dal medico dott. Luigi (che era figlio del primo medico solarinese, dottor Paolo) e da Concetta Fisicaro appartenente alla piccola borghesia di Feria.
Nel 1914 - a sei anni - gli morì il padre e, dopo poco tempo, la famiglia si trasferì a Feria dove Alfredo, nel 1916.1917, frequentò la 4" Elementare ottenendo, alla fine dell'anno scolastico, il "diploma di maturità": il primo e — pare — l'ultimo della sua vita. La madre si risposò; Alfredo fu turbato da questa decisione ed, insofferente ed un po' avventuriero qual'era, ancora ragazzo, preferì vivere da solo in una modesta pensioncina di Siracusa, sotto la tutela di uno zio, anziché in un ambiente familiare disturbato da problemi psichici. Avrebbe rievocato — già maturo — che la sua grammatica latina fu bagnata di lagrime: forse cadute al passaggio del venditore di lupini con il suo richiamo cantelinante che evocava ricordi familiari e andava diritto al cuore. Una sera d'inverno nelle strade di Ortigia; vento di grecale.
Per rimanere, un attimo, nell'ambito di questo lavoro, dirò che il nostro Mezio, quando aveva appena vent'anni, iniziò a scrivere, su Solaria, col racconto che propongo: il recupero memoriale di uno spettacolo di cavallerizzi girovaghi capitati a Solarino, e dello stesso paese, con molti spunti autobiografici. La prestigiosa rivista mensile di letteratura diretta, a Firenze, prima da Alberto Carocci e, poi, da Giansiro Ferrata, ebbe come altri collaboratori (solo per citarne alcuni) Carlo Emilio Gadda, Umberto Saba, Corrado Alvaro, Curzio Malaparte, Eugenio Montale, Giuseppe Ungaretti, Bonaventura Tecchi; scrisse, Elio Vittorini, che "solariano negli ambienti letterari di allora era parola che significava antifascista, europeista, universalista, antitradizionalista..." (Della mia vita fino ad oggi, 1949).
Il 30 aprile 1932, a Siracusa (stanze mobiliate in piazza Duomo, 16/int. 8), Alfredo fece le valige — non di cartone ma di cuoio nero! — per Roma dove sposò, nacque la sua unica figlia e visse il resto dei suoi anni.
Da Solaria, L'Azzurro e Lunario Siciliano, passando da Il Sevaggio di Maccari, le tre testate di Interlandi — La difesa della razza (ahimé), Quadrivio e II Tevere — e, poi, Il Piccolo (quotidiano del Mezzogiorno) e Scenario, il nostro, nel dopoguerra, entrò a far parte del salotto di Pannunzio divenendo uno dei più validi collaboratori de II Mondo. Quando la mitica creatura pannunziana non fu, più, in condizione di sopravvivere, Mezio dires¬se, per qualche anno, la rivista della televisione Video. Fu, anche, un abile disegnatore un po' alla maniera di Mino Maccari e, quale critico d'arte, presentò diversi cataloghi di mostre personali (Antonietta Raphael, Carlo Quaglia, Domenico Savica, Luigi Zuccheri, Orfeo Tamburi, Fiorenzo Tornea, Sante Monachesi) e collettive (<Galleria II Pincio di Roma, Galleria d'Arte Contemporanea di Firenze, Galleria del Cavallino di Venezia). Con l'editore Grimaldi pubblicò, nel 1957, la pregevo¬le monografia Tesori d'arte a Roma.
Antonello Trombadori, venuto a Solarino, nell'au¬tunno del 1983, per concordare un convegno — appunto su Mezio ed al quale erano interessati, fra gli altri, Renato Guttuso, Leonardo Sciascia e Corrado Sofia — mi intrattenne a lungo su Alfredo "romanzo" e mi racconto, anche, che l'amico, quando gli capitava di parlerne a siciliani, chiamava il suo paese con il nome originario di "San Paolo Solarino": forse un inconscio ritorno al tempo dei fasti dei suoi ricchi e "nobili" parenti. Mezio sarebbe venuto, per l'ultima volta, nella sua San Paolo Solarino, nella tarda estate del 1946 per vendere la sua casa. La morte lo colse nel 1978.
Molteplici giudizi - che ho raccolto e vorrò proporre in altro lavoro - sono stati espressi nei riguardi del nostro. In occasione della sua ultima venuta a Solarino, il dottore Lamonica — un medico, amico di famiglia, che lo aveva visto crescere e per quanto possibile, lo aveva seguito, negli anni — gli disse affettuosamente che — geniale ed affermato qual era - poteva anche smettere di apparire uno stràulu (termine dialettale siciliano, che vuole indicare chi va sempre girovagando o, anche, chi è distratto ed avventato): forse fra i più azzeccati, certamente il più spontaneo e disinteressato dei tanti giudizi.
Non c'è dubbio che un elemento di fondo del suo carattere fu di rimuovere da sé l'aspetto tragico della vita: la morte del padre quand'egli era, ancora, un bambino; una madre assai bislacca (sul suo conto circolano ancora, fra i più anziani del paese, tanti aneddoti curiosi ed esilaranti) ; un fratello, cerebropatico, morto in ma¬nicomio; il distacco — quasi totale — dalla famiglia, l'affidamento economico ad uno zio e tutti gli anni vissuti, in giovane età, in modeste pensioncine un po' bordellose; la non frequentazione di scuole pubbliche ed, a quanto pare, il mancato conseguimento di un — sia pur modesto — titolo di studio; la salute malferma (fu riformato dai medici militari perché affetto da debolezza di costituzione); il matrimonio fallito ab initio ed i vani tentativi di riconciliarsi alla moglie, se, nonostante tutto questo, nacque — e poi maturò — il personaggio-Mezio, seduttivo, curioso, colto, affermato, questo prodigio dovette avere, senz'altro, un risvolto difensivo con la rimozione del tragico. Accadde esattamente ciò che Eugenio Scalfari ebbe a scrivere dell'avvocato Agnelli: non ci fu posto perla tragedia, Alfredo Mezio fu un personaggio ludico.




Spettacolo al "Pratovecchio" racconto di Alfredo Mezio
Un inverno di tanti anni fa2, lucido, vivo, solitario, m'è rimasto nella memoria per una giornata in j cui ci fu spettacolo di cavalli e di donne seminude alle porte del mio paese3. Cosa di gran novità tra quegli abitanti, e a ragione, poiché impalati in pianura4 di poche strade° e fiumiciattoli strozzaorti6, non era ancora venuta la guerra' a trar di casa tanta gente per fuori e lontano e a rimandarla dopo tanti anni incivilita e sprezzante, con lo sputo fine e la be¬stemmia arrotondata, aggiornata insomma con le cose del mondo e pure fatta pratica di vizi8. Allora s 'andava per negozi a piedi e a cavallo, piano e lontano9. Ad ogni spartistrade c'era un santo dentro il muro10 e un abbeveratoio (sic!) per le bestie. Il paese non s'intendeva ancora di ruggine" e di campanelli elettrici12, di rumori e di fermate ferroviarie13 e ad ogni stagione sapeva il modo di parere nuovo e fors anche bello. In omnibus monumentale14, tinto di color giallo lazzaretto, con lo stemma e la buca per le lettere tagliata sotto lo sportello, serviva a legarlo alla città più vicina13, e ogni giorno entrava rumorosamente in piazza scaricando all'insegna del tabaccaio16 i sacchi sigillati della posta1' e un paio di passeggeri stanchi e senza fianchi111, in mezzo ad una folla di ragazzi accorsi da tutti i luoghi.
Va detto che esistevan pure alcune misteriose carrozze padronali'9, ma era raro il caso di incontrarle in moto fuori delle rimesse enormi e scure come grotte dove i cocchieri scendevano con la lanterna accesa. Sopra qualcuna di queste carrozze io ho lasciato più di una volta il mio paese — e mi pareva di lasciar la terra — salutato a vista da mia madre20 che per vedermi meglio e seguirmi fino all'ultimo si portava da un balcone all'altro21, finché la casa non spariva dietro i tetti sopraggiunti l'uno dopo l'altro. Dopo, la visione degli ultimi abitati si staccava dall'abbraccio e si metteva lentamente a scivolare nella pianura22 sospinta dagli alberi e dal verde della campagna. Allora, con gli occhi gonfi e una dolce indecisione di pianto, mi buttavo a scandagliare la strada che sfuggiva sotto le ruote e a riconoscerne i punti, i luoghi usati, gli alberi, le sparse case, i muricciuoli di cinta, i cancelli dei poderi ai lati che giravano nella fuga come in un carosello, e m'afferravo con tenera insistenza e pentimento ora all'uno ora all'altro, nell'illusione di tenermi ancora nel cerchio delle cose care e abituali, temendo di perderle per sempre coli'approssimarsi di una rotta nuova e sconosciuta di cui sentivo l'imminenza nello svolgersi del viaggio.
Qui, di passaggio, capitò un giorno una compagnia di saltimbanchi affacciati come da un'arca sopra alcuni carrozzoni tirati da cavalli. Si fermarono davanti alle prime case lungo un tratto di campagna spopolata detta il "pratovecchio"23, dove d'inverno s'andava a trar fascine dalle sterpale a fianco del torrente24 e d'estate a farci la serata conversando con le donne davanti alla pianura rischiarata dagli ulivi25.
Il terreno era giallo, fatto di uno strato di creta26 che il traffico dei carri e delle bestie di passaggio serviva a rassodare fino al mese d'ognossanti, e qua e là offriva in quel tempo persino qualche macchia o ciuffo d'erba spuntata con la prima frescura. (...)
Lungo la vecchia strada bagnata dall'umidità della notte, finì che i carrozzoni, cigolando e traballando tra i fossi e le siepi, riguadagnarono nuovamente la pianura, e sul luogo abbandonato dalle tende e da quelle mobili abitazioni, ancora il giorno dopo gli uomini s'incontravano cercandosi negli occhi la visione di quelle creature oramai assunte nel cielo di una povera mitologia paesana, e spingevano la punta degli stivali sotto l'erba nella speranza di trovare, tra i cocci e i rottami lasciati da quell'effimero passaggio, qualche traccia di una strana e favolosa esistenza2'.



Disegni di Alfredo Mezio tratti da Satira è vita, disegni del Fondo Flaiano pubblicati da Diana Ruesch.





1 Lo scritto fu pubblicato in Solaria, anno III, n. 9-10 Settembre- Ottobre 1928 - pagg. 50-54. "Pratovecchio" sta per "Camposanto vecchio" toponimo dovuto al fatto che, nei pressi imme-diati, dall'Agosto 1841 e per mezzo secolo, ebbe la sua ubicazione il primo cimitero extraurbano di Solarino; attualmente la zona è occupata da case popolari. A poca distanza, fino agli inizi degli anni Cinquanta del secolo scorso, si tenevano le fiere del bestiame la più





2 Si trattava, verosimilmente, dei mesi che andavano dal Dicembre 1914 al Febbraio 1915 "non era ancora venuta la guerra").
3 Eravamo all'estrema periferia dell'abitato, allora campagna con qualche casa sparsa.
4 "impalati in pianura": l'espressione ha una forzatura che, però, non è eccessiva se si considera che il nucleo urbano del tempo (forse un terzo di quello attuale) si sviluppava in dolce pendio.
D Le poche strade del tempo erano molto dissestate; le frequentate vie Principe Umberto e Calatafimi non erano percorribili neppure dai carri agricoli.
6 Le acque piovane provenienti dalle contrade situate a monte dell'abitato non erano ancora regimentate e trovavano sbocco in valloncelli e canali, che passavano accanto agli orti esistenti anche nell'area urbana, rendendone poco agevole l'accesso ("strozza-orti").
' Vedi nota 2.
8 Mezio colse, con rara efficacia, il dato sociale relativo a quei poveri contadini del profondo sud - di poco più anziani di lui ed, in gran parte, analfabeti — che, quando e se tornarono, furono un po' meno ignoranti, ma dimenticò o tralasciò di scrivere che, pur "con lo sputo fine e la bestemmia arrotondata", essi ripresero a lavorare come some per magrissimi guadagni. In ogni caso, l'autore assunse uno sprezzante ed ostentato atteggiamento da giovin signore. Da tempo porto avanti la tesi che il pallino dei parenti "nobili", seppure alle volle malcelato, avrebbe accompagnato - e condizionato - il nostro Alfredo per tutta la vita.
9 Solarino era un paese fondamentalmente agricolo e ad economia povera: "piano e lontano" andavano i massari ad ingabellare ed i pochi piccoli possidenti a negoziare.
10 Si trattava delle edicole votive la cui funzione era quella di rassicurare il viandante lungo il suo cammino. La loro origine era spesso legata al voto di un ricco possidente o alla consacrazione del luogo da parte della gerarchia ecclesiale. Capita di incontrarne, ancora, qualcuna.
1 ' Non mi è molto comprensibile l'espressione "il paese non s'intendeva ancora di ruggine". Suppongo che Mezio volesse alludere al fatto che esistevano pochi manufatti in ferro (cancellate, inferriate di balconi o, anche, macchinari di mulini e frantoi).
12 L'energia elettrica arrivò a Solarino nel 1922; l'inaugurazione della pubblica illuminazione avvenne la sera dell'8 Dicembre di quell'anno.
13 Il tratto Siracusa-Solarino della ferrovia secondaria Siracusa-Vizzini fu inaugurato il 19 Luglio 1915.
14 Si trattava dell'autobus che effettuò il servizio Solarino-Siracusa e viceversa, per poco tempo, fino all'avvento del trenino (vedi nota 13).
lD II capoluogo di provincia - Siracusa - che si raggiunge attraversando, a tre chilometri, l'abitato di Floridia.
16 II tabaccaio era don Michelangelo Cianci, con privativa (compresa la mescita del vino) ad angolo tra le attuali via Dante e via Palestre.
'' L'ufficio postale, gestito dal signor Marcello D'Agostino, era ubicato negli attuali numeri civici 16-17 di piazza del Plebiscito.
18 "Senza fianchi" per gli scossoni subiti nel viaggio in autobus a causa della strada non ancora asfaltata, che tale sarebbe stata nel 1925, ad opera della ditta Puricelli.
19 Si trattava, evidentemente, delle carrozze già appartenute al ramo "nobile" dei Mezio - già allora estinto — che si trovavano ancora a Solarino nella rimessa del palazzo situato di fronte alla casa di Alfredo. Per un approfondimento genealogico, rimando il lettore al mio lavoro La saga dei Mezio, pubblicato in Prospettive - Siracusa anno XVIII, n. 1 -2 marzo 1999, pagg. 45-50.
2(1 La signora Concetta Fisicaro da Feria che aveva sposato, il 18 Luglio 1905, il medico solarinese Luigi Mezio del quale era rimasta vedova il 13 Aprile 1914. Dal matrimonio, oltre ad Alfredo, era nato Olindo, un povero ragazzo affetto da cerebropatia (su base, verosimilmente, ereditaria) che sarebbe morto, al manicomio Vignetta di Palermo, il 19 Luglio 1928, all'età di 17 anni. La vedova Mezio, presto, si sarebbe risposata ed avrebbe avuto altri due figli; da questa vicenda sarebbe scaturito, in Alfredo, quel conflitto che lo avrebbe portato — ancora adolescente — a vivere in pensioncine, con la tutela di uno zio.
21 La casa natale di Alfredo Mezio esiste ancora ed ha il suo ingresso dal numero civico 1 della via Diaz (già via Garibaldi). Due balconi del primo piano si affacciano sul corso Vittorio Emanuele dal quale si diparte, in rettilineo, la strada per Floridia e Siracusa.
22 È il primo tratto della strada statale 124 che va da Solarino a Siracusa.
23 Vedi la nota 1.
24 E molto puntigliosa, quasi pedante, la descrizione dei luoghi: a pochi metri dal "Camposanto vecchio" esiste il valloncello "do' Matisi" ("del Maltese") dove, fino agli anni Trenta del secolo scorso, a memoria dei più anziani del paese, si andava anche per fascine, realizzate con "alastri" (ginestra spinosa = calicotoma infesta).
Antonello Trombadori mi scrisse, una volta, che Mezio aveva una memoria visiva eccezionale: nello scritto Vittorini in Seminario (pubblicato nel n. 3 del 1979 de L'Antipatico) aveva ricordato "il bollo ad inchiostro violetto" (!) della cartolibreria di suo nonno, don Antonino Trombatol e.
2J Sembra di capire che la pianura si osservava più nettamente (fino al mare di Siracusa) per la presenza delle migliaia di ulivi secolari e monumentali che caratterizzavano le nostre contrade.
-" Più che di argilla, si tratta del calcare, giallo e tenero, che caratterizza gli ultimi tavolati degli Iblei degradanti verso lo Ionio. Era annunciato — e se vogliamo, atteso — l'arrivo degli artisti ambulanti, ma essi rappresentavano "Lo straniero", "il diverso" e, come tali, erano da temere. D'altra parte, come tutte le cose che si temono, esercitavano attrazione. I saltimbanchi, i funamboli, i cavallerizzi erano le figure di un mondo I¡minare, limite fra il lecito e l'illecito, la normalità e l'anormalità, la vita e la morte: qui sta il mito.




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