quartiere Maniace - ortigia

Ortigia
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Siracusa sesto itinerario
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Il quartiere Maniace
Premessa storica
I luoghi dall'origine ai nostri giorni

Le fonti storiche tramandano che nell’estrema cuspide meridionale di Ortigia, in epoca greca, vi era il tempio di Hera e in tarda età repubblicana la dimora di Verre.

Secondo gli archeologi, il decumano maggiore, direttrice tempio di Apollo-tempio di Athena, attuale via Dione-via Roma, proseguiva fino a giungere e collegare il tempio di Hera.

Le ricerche condotte nel 1926 da Paolo Orsi, non confermarono l’esistenza delle strutture greche e romane citate dalle fonti, e nemmeno elementi utili alla individuazione di quelle bizantine e arabe.

Gli storici tramandano che nel 1038, il capitano bizantino Maniace, fece edificare in quel luogo una torre di difesa militare.

Federico II di Svevia, Hohenstaufen, “stupor mundi”, (1194 - 1250), in quello stesso sito fece edificare il monumentale “castello”, chiamato impropriamente Maniace, a partire dal 1232 e completando i lavori di fortificazione nel 1239, come si evince dalle famose lettere lodigiane datate 17 novembre 1239, inviate da Federico a Riccardo da Lentini.

Durante i lavori di restauro, l'esame sui conci messi in opera nella fabbrica federiciana, hanno rivelato il reimpiego di materiali di spoglio sia greci che bizantini, provenienti dalle costruzioni preesistenti nel sito.

Nel corso dei secoli, come tutta Ortigia, il quartiere subì gravissimi danni a causa dei vari terremoti del 5 e 10 agosto 1542 e del 9 e 11 gennaio 1693, che fece crollare il campanile della chiesa di Santa Maria della Porta sopra Aretusa oltre a varie mura e case.

La notte del 5 novembre 1704 un fulmine cadde sul castello facendo scoppiare la polveriera e la violenta esplosione distrusse la chiesa e il torrione.

Nonostante il funesto terremoto del 9 e 11 gennaio 1693 rimasero alcune strutture medievali ancora oggi visibili.

Il quartiere Maniace
Storia, immagini, memoria, aneddoti e curiosità.

Antichissimo quartiere ricco di storia, monumenti ed edifici nobiliari che raccontano la magnificenza e la potenza, anche militare, della città.

Nel sottosuolo, mai scavato archeologicamente, salvo sotto il Maniace, sicuramente esistono tracce di frequentazione indigena, sicula e greca e, in particolare, l’antica via sacra che collegava il tempio di Hera sulla punta estrema di Ortigia ai templi di Apollo ed Athena in prosecuzione del decumano maggiore, attuale via Dione-via Roma.

Nel medioevo, era racchiuso e contornato da alte muraglie del Maniace, separato dall’abitato da profondi fossati, e dalle alte mura del lungomare di levante, Ortigia, e di ponente, Alfeo.
Il quartiere, secondo Paolo Giansiracusa, confinava con il quartiere Duomo e il quartiere Giudecca, (via Capodieci Turba e via Serafino Privitera).

Storicamente era caratterizzato da funzioni militari difensive con le fortificazioni e il castello, ma anche sede di antichi e operosi mulini, concerie e botteghe artigiane per la lavorazione del pellame per l’abbondanza di acqua dell’Aretusa e di tutta la zona circostante, come documentato dal Gaetani e dal Capodieci nei loro Annali di Siracusa.

Ancora oggi conserva la configurazione architettonica e urbanistica descritta dal Privitera, e, nonostante l'incuria, una omogeneità architettonica e urbanistica difficilmente riscontrabile in altri settori dell'isola.

Dal Duomo, percorrendo la via Pompeo Picherali, si giunge alla storica fonte Aretusa, cantata da poeti e viaggiatori.
L'acqua del fonte Aretusa, l’occhio della Zillica, in mare nei pressi della fonte, come tutte le polle d’acqua di Ortigia sono alimentate dal bacino sotterraneo che secondo i geologi, si trova nella profondità del porto grande.
Come bene ha documentato il Mauceri, in effetti è uno dei tantissimi sfoghi della falda freatica iblea, la stessa che alimenta la fonte Ciane dal lato opposto del Porto Grande.
Attraversando terreni calcarei, spesso fragili e permeabili, le acque si incanalano sotto terra e ricompaiono in superfice appena incontrano un terreno roccioso poco permeabile.
La fonte Aretusa sgorga a circa 0,65 metri sul livello del mare e risente dell'influenza delle stagioni, delle alluvioni, e di tutti quei fenomeni che nel territorio si possono verificare.
Durante il terremoto del 1169 la fonte seccò per qualche giorno e quando le acque ricomparvero, erano salmastre.
Nel 1506 scomparvero e diedero vita a molte altre fonti; nel 1623 crebbero per 3 giorni fuori misura; nel 1793, a causa di alcune alluvioni, cominciarono a scorrere per 3 giorni torbide per la terra; nel 1870, essendo piovuto poco per parecchi anni, le acque dell'Aretusa e di tutte le altre sorgenti e dei pozzi vicini, scomparvero per ricomparire e scorrere normalmente col ritorno delle piogge.
La fonte, in epoca greca, era fuori le mura difensive della città ed era raggiungibile da una scala profondissima scavata nella viva roccia e dalla porta chiamata Saccaria che si trovava nella muraglia attuale largo Aretusa.
Secondo il Mauceri, sul lato meridionale della casa Politi, vi era la chiesa di Santa Maria della Porta, distrutta dal terremoto del 1693 e non più riedificata.
Ricostruzione congetturale della fonte e delle fortificazioni, in epoca greca, a cura di Luigi Mauceri.
Largo Aretusa, in epoca spagnola, era il bastione Fontana edificato nel XVI secolo con l’annessa porta Saccaria realizzata nel 1762.
In epoca Borbonica, il bastione, separava ermeticamente l’attuale villetta Aretusa, dov’era lo slargo e il piccolo molo con la Casina sanitaria, dalla mitica fonte Aretusa.
Non esistevano ancora l’attuale passeggio Adorno e la villetta Aretusa realizzati alla fine dell’800.
Ogni sera, al tramonto, il sole indora il ponente e inebria gli amanti di questa terra.

12-Ortigia amuri miu. Vadda chi beddu tramontu se ti metti o spiazzettu, viri u suli e pantaneddi s’arrizzetta ‘nta l’iblei. Veni veni furasteri ccà passò a storia ‘ntera. Vadda sta funtana bedda, nesci frisca i sutta terra. Archimedi ‘nta so sfera ‘mmaginò stu gran futuru, ‘nta sta costa frastagliata anniricò tanti straneri. Viri chi magni cenza ri sti pettri antichi ie saggi. Veni ccà tra mari e suli ‘nta stu ciauru celesti. Quanta é bedda ccà a staciuni, sunu quattru e pari una, ‘nta stu locu ri malia tanti già passaru i ccà. Ri chiù granni fommu capaci ri puttalla a ‘sta ruvina, quanti  gghi strummintusi appò na scappari fora. Nuddu ié profeta rintra ‘nta sta terra futtunata, sulu quannu arriva a morti i chiangemu tutti pari. Veni veni viandanti ca u viddicu ié sempri ccà, ’nta sta terra luminusa ‘ncuminciò a civiltà.

12. Ortigia amore mio. Guarda che bel tramonto dal passeggio Aretusa, vedi il Sole ai Pantanelli si sistema tra gli Iblei. Vieni vieni forestiero qui passò la storia intera. Guarda questa fontana bella, sorgere fresca da sotto terra. Archimede nella sua sfera immaginò questo gran futuro, in questa costa frastagliata bruciò tanti stranieri. Guarda la magnificenza di queste pietre antiche e sagge. Vieni qui tra mare e Sole in questo profumo celeste. Quanto è bella qui la stagione, sono quattro e sembra una, in questo luogo di magia tanti già passarono da qui. Da grande città che era fummo capaci di portarla a questa rovina, quanti figli geniali dovettero fuggire fuori. Nessuno è profeta in questa terra fortunata, solo da morti li piangiamo tutti quanti. Vieni vieni viandante l’ombelico è sempre qui, in questa terra luminosa incominciò la civiltà
Sotto la sindacatura del barone Borgia, "venne tolto quell'oscuro ridotto di garrule e disoneste lavandaie, in cui era stato da tempo mutato il celebre fonte Aretusa, e si die una forma di semicerchio al bacino, ora adorno delle piante rigogliose del siracusano papiro, popolato di pesci natii e di uccelli acquatici ed abbellito di sopra di pilastri intagliati a fregi e di ringhiere" (Privitera, Storia di Siracusa, volume II. pag. 383).
Alimentate dalle stesse acque della fonte Aretusa, sul lungomare Alfeo, numero civico 6, proprietà Cannizzo e numero civico 11/A, proprietà Bongiovanni e ancora largo Aretusa, numero civico 5, vi sono le antiche concerie sul conto delle quali ne parla in maniera sfumata a proposito della descrizione della fonte Aretusa, Tommaso Fazello, nel “De Rebus siculis”, 1558.
Le vasche sono cavità artificiali intagliate nella roccia in epoca greca, con le stesse caratteristiche delle Latomie, (pareti ad imbuto rovescio con forte rastremazione alla base).
Nel Cinquecento e nel Seicento furono utilizzate per la “concia dei cuoiami”.
Il primo rilievo delle concerie della zona della fonte Aretusa fu eseguito nel 1880-81 da Cristoforo Cavallari il quale ne segnalò tre, due nella striscia compresa tra il Lungomare Alfeo e la Via Maniace e una sotto le abitazioni ad est dell'Aretusa.
il vasto piazzale Aretusa nel tempo ha ospitato eventi culturali e giochi ludici di altissimo livello.
La principale via del quartiere era ed è la via Maniace che inizia da largo Aretusa e conduce al castello di Federico II° nella quale ci sono:
al civico 32, il palazzo Fortezza, imponente costruzione settecentesca in stile barocco con l'imponente e altissimo portale a bugnato, chiuso da un grazioso concio di chiave, modellato dagli emblemi del Casato. La pavimentazione dell’atrio è realizzata a riquadri campiti con ciottoli di fattura settecentesca;

al civico n.55/56, palazzo Blanco, elegante costruzione seicentesca attribuibile ad Andrea Vermexio per gli elementi architettonici e le decorazioni tardo-rinascimentali della facciata. Fu, forse, residenza stessa dei Vermexio. Apparteneva a Vincenzina Anna Carmela Blanco IX° ed ultima generazione dei baroni di Furmica che il 13 gennaio 1957 sposò Giuseppe Barone.
Parallela alla via Maniace, la via Salomone, dal tracciato angusto e tortuoso aperto tra i grossi volumi delle residenze di via Maniace e i complessi monumentali dello Spirito Santo e dell'ex Ospedale Militare di Santa Teresa, che conserva ancora i ricordi dell'architettura tardo-gotica

al civico senza numero, angolo vicolo Plemmirio, il palazzetto di civile abitazione, opera di fine 800, primo 900, con un intero cantonale a conci squadrati in buono stato di conservazione;

al civico numero 56, al piano terra, all’interno di una ex falegnameria, in un muro interno di origine trecentesca, una porticina ogivale con ventaglio di conci squadrati e una finestrella con peducci, forse nicchia;
al civico n. 52 palazzo Lanza, ora Di Dato e Di Majo, una originale costruzione barocca dagli aspetti formali e decorativi raffinati ed eleganti con la massiccia loggia a bifora e, sotto, l'imponente portale a bugnato di arenaria gialla alternata a calcare bianco, magazzini al piano terra e alloggio al piano superiore distribuito a corridoio parallelamente alla strada;
al civico senza numero, nel cantonale angolo via Maddione, più tarda, la graziosa casa Cassone con elegante modellato e colonnina con capitello a foglioline.
Accanto al civico numero 38, l’edicola votiva dedicata, forse, alla Madonna Odigitria, patrona della Sicilia.
Sulla costa di levante, lungomare Ortigia, la stupenda chiesa dello Spirito Santo che sorge su un antico luogo di culto in sostituzione di una precedente costruzione distrutta dal terremoto del 1693;

La chiesa, fu progettata nel 1727 da Pompeo Picherali, con due ordini sormontati da una trifora e divisi da un imponente cornicione dalla linea spezzata altamente plastica. Tutta la facciata, risolta con bianco luminoso calcare, è un continuo gioco di piani e di sagome definito in ogni nodo strutturale con decorazioni morbide e fantasiose.

L'interno luminoso e imponente, ricco di qualità plastiche e pittoriche, è un modello di riferimento per l'architettura locale del Settecento.

Il motivo delle colonne abbinate al pilastro e la linea spezzata delle cornici, che si ripercuote nelle dilatazioni spaziali, rendono il volume interno vario e dinamico.

L'Arciconfraternita dello Spirito Santo, operante da 380 anni, venne istituita nell'anno 1652 da Mons. Giovanni Antonio Capobianco, Vescovo di Siracusa ed approvata dal Monarca in Madrid in data primo Agosto 1652.

Durante i riti della Settimana Santa, i confratelli sfilavano incappucciati per le strade di Ortigia con i caratteristici costumi e la lampada ad olio.

Il Giovedì Santo, nella chiesa, veniva allestito il rituale sepolcro, “u sapurcuru”, che era la rappresentazione di una tappa della Via Crucis, allestita con statue a grandezza d'uomo, variata ogni anno con diverso tema delle stazioni della via Crucis.

Limitrofo alla chiesa, al civico n.3, palazzo Platania, elegante costruzione barocca del 1720, con il massiccio e imponente portale d’ingresso a bugne gialle e bianche e, nella parte superiore della facciata, ricco di dinamismo e di giochi plastici.

Poco più avanti l’antico plesso del monastero di S. Croce, o delle Ree pentite istituito il 4 maggio 1568 dalla vedova suor Benigna Romano, terziaria cappuccina che lo eresse a sue spese per dare riparo alle donne che si trovavano in lite con i mariti. Funzionò da reclusorio fino al 1800 quando fu soppresso.

la chiesa di Santa Teresa, ingresso dalla via omonima, venne edificata, insieme al convento, a partire dal 6 novembre del 1667 e fu il vescovo Antonio Capobianco che nel 1650 pose la prima pietra. La chiesa restò aperta al culto come cappella Regia e nel 1861, annessa al Distretto militare, venne adibita a magazzino per le armi mentre il convento fu unificato al plesso del monastero delle Ree pentite.

La via Santa Teresa è la più ampia e luminosa del quartiere contraddistinta da un insieme quasi omogeneo di interessanti costruzioni settecentesche. Sul lato sud le costruzioni più significative sono quelle dei numeri civici 7, 15 e 23 con balconcini a ringhiera in ferro battuto a petto d'oca e mensole fantasiosamente intagliate.

In via San Martino, una delle più antiche chiese di Siracusa, forse del VI° secolo d.C.,
ampliata e modificata tra il XIV/XV secolo con le aggiunte del rosone e del portale d'ingresso sul quale è incisa la data, MCCCXXXVIII, 1338.

La parte superiore della facciata e con essa l’antico rosone, crollarono a causa del terremoto del 1693. Venne restaurata dall'arcivescovo Luigi Bignami nel 1916/17 che fece aggiungere l’attuale rosone, copia di quello della chiesa di San Giovanni, opera del siracusano Giuseppe Gallone.

La chiesa è a tre navate con la centrale fiancheggiata da archi a sesto acuto poggianti su pilastri a sezione rettangolare e con il soffitto in legno poggiante su capriate del XV secolo.

Nelle navate laterali sono gli altari dedicati a Sant’Amatore, a tutti i Santi, a Sant’ Elena, a San Costantino e a Sant’Aloè. Sotto un altare il corpo di San Vincenzo Martire proveniente dalle catacombe di San Callisto in Roma. Sull'altare laterale da ammirare il polittico su tavola, opera di ignoto, indicato "Maestro di S. Martino", e un bellissimo crocifisso in legno del XVI° secolo.

Nella stessa via San Martino, ai civici n. 5, notevolmente manomesso dalle superfetazioni, e al n. 14, ancora intatto nella sua struttura originaria, tipiche costruzioni siracusane dell'ultimo Settecento.

La via Capodieci segna il confine con il quartiere Duomo.
Al civico senza numero, c’è palazzo Naro, antico edificio ristrutturato e modificato nel 1905 da Gaetano Avolio che progettò la nuova facciata e diresse i lavori durati 4 mesi, eseguiti a cottimo, dall'Impresa Salvatore Agati e Maiolino.
Ad angolo. tra via della Conciliazione e via Capodieci, ciò che resta del palazzo Steri Magno del XV secolo, parte del paramento murario originario, la curiosa "porta dei morti" e, all’interno alcuni archi a sesto acuto databili all'incirca tra XIV e XV secolo oltre a particolari del fabbricato quattrocentesco degni di uno studio più approfondito.

A sinistra, angolo via delle Vergini, si trova l’antica chiesa di San Benedetto, edificata nel 1619, su progetto di Andrea Vermexio, oggi in uso dalla comunità ortodossa rumena.

La facciata, mistilinea, ha il portale racchiuso tra semicolonne ioniche, e nel secondo ordine, le guglie e motivi curvilinei con una finta balaustra a bulbo e un finestrone centrale. L'interno, ad unica navata, ha stucchi di stile manieristico nelle cappelle laterali e nell'arco di trionfo. Il soffitto, in buona parte cinquecentesco, è a lacunari ottagonali con rose al centro. Sul fondo la tela d'altare opera di Mario Minniti (1625) che raffigura la morte di San Benedetto.

La chiesa era annessa al contiguo Monastero Benedettino, fondato nel 1725 da Suor Cesarea del Cassaro che ebbe in dono il palazzo del XIV° secolo, dal fratello Pietro Parisio, Barone di Cassaro. Il monastero fu danneggiato gravemente dal terremoto del 1693 e numerose furono le monache che morirono sotto le macerie. Dell'originario impianto rimangono poche tracce sia a causa della trasformazione d’uso e alle successive modifiche dopo i danni del terremoto del 1693. Alla primitiva costruzione appartengono gli archi del portico ed altre strutture ogivali.

Il contiguo palazzo, edificio del XIII° secolo, appartenuto alla famiglia Bellomo che lo abitò per tre secoli, fu ceduto al confinante monastero benedettino nel 1725 ed oggi è sede della Galleria regionale di palazzo Bellomo.

Dell'originario impianto rimangono la muratura a filari di piccoli conci squadrati fino all'altezza di m. 7,50 e comunque fino alla cornice marcapiano, e alcune stanze del piano terra coperte da poderose volte a crociera, e le grandi fosse a campana adibite a pozzi o granai.

Le prime trasformazioni iniziarono nel sec. XIV quando per motivi spaziali fu abbattuto il muro di recinzione a settentrione, furono attuate le profonde trasformazioni del portico e fu iniziata la soprelevazione.

Nella stessa via Capodieci, a sinistra, il vicolo Bellomo, privatizzato arbitrariamente, e a destra al civico n.11, ciò che rimane dell'antica chiesa di Gesù e Maria, un ampio ed elegante portale, raffinato esempio di architettura seicentesca con severe linee geometriche mitigate da eleganti decorazioni floreali.

Infine, angolo via Roma, Palazzo Lantieri, forse famiglia genovese che qui risiedette. Su via Capodieci la parte originaria con tre portali arcuati del XVI° secolo, uno murato, e diversi balconi con inferriate bombate e mensoloni riccamente scolpiti.

Il prospetto, su Via Roma, nella parte inferiore, ha cinque aperture arcuate intervallate da finestrelle quadrangolari. Nella parte superiore tre eleganti balconi, con due aperture quello centrale e una quelli laterali. Ad angolo due mascheroni grotteschi con funzione di grondaia.

La parte finale di Via Roma, in epoca medievale, era chiamata Turba. Si devono al vescovo Giovanni Antonio Capobianco, (1649-1673), gli attuali muraglioni costruiti con blocchi squadrati del duro calcare bianco siracusano.

Accanto, al civico 125, la magnifica edicola dedicata a Santa Lucia in un dipinto settecentesco che raffigura la Santa Siracusana sopra la raffigurazione del quartiere della Turba con i suoi alti muraglioni, testimonianza della devozione alla Santa degli abitanti del quartiere.

Semplici, autentici e funzionali, i prospetti sulla costa di ponente del Lungomare Alfeo, dove, negli ariosi e soleggiati ambienti sono allocati i servizi, la zona pranzo e le cucine, normalmente collegati tramite un corridoio stretto e buio sotto o accanto alla scala impiantata dal lato di Via Maniace, dove, al piano superiore, sono gli alloggi e gli ambienti rappresentativi.

testi rielaborati e sintetizzati da Antonio Randazzo tratti da: Ortygia 2 illustrazione dei quartieri della città medievale di Paolo Giansiracusa,Dicembre 1981; Luigi Mauceri, La fonte Aretusa nella leggenda, nella storia e nell'idrologia, Torino 1939; Siracusa Sveva, guida ai monumenti della provincia.

i miei ricordi
Negli anni 50/60, accanto alla fontana, ogni giorno u zu vittoriu approntava il suo carretto dove esponeva pupi siciliani, cartoline illustrate e oggetti per turisti;
al civico numero 2 di largo Aretusa, abitava la famiglia del calzolaio Giangreco, poi emigrata al nord;
al civico n. 10 il barbiere “mastru Taccuni” e al piano superiore il mio amico Mario Puglisi.
In via Maniace, angolo via Santa Teresa il negozio di frutta e verdura di Maiore, “renti r’oru”, e al civico n.47, angolo ronco III, il fratello, anche lui “renti r’oru”, venditore ambulante, marito di mia zia “cuncittina”, sorella di mio padre;
nel portone quasi di fronte, “Pippu Malfa”, bidello della scuola d’Arte e valente restauratore, mio maestro;
più avanti “taninu” col suo negozio di alimentari;
via delle Sirene, nel palazzetto angolo via Salomone, civico numero 5, abitava “ ma zu Tanuzzu” al secolo Randazzo Gaetano, fratello di mio padre, vigile urbano del comune di Siracusa, con la moglie Mariannina;
in quella via nacque e visse mia moglie fino ai suoi venti anni.







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