Turba - ortigia

Ortigia
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Confini orientativi zona Turba e Cannamela


3 - LA TURBA
«Chiamavasi Turba quella contrada della linea di mare, che è tra San Domenico e lo Spirito Santo. Ora è stata detta Capodieci, perchè ivi è la casa dove nacque il rinomato antiquario siracusano Giuseppe Capodieci» (Serafino Privitera, op. cit.).
Della Turba si hanno notizie durante il vescovato di Mons. Giovanni Antonio Capobianco (1649-1673) il quale fu Vicario Generale del Val di Noto e sotto questo titolo fortificò in diversi punti Ortygia. A lui si devono gli attuali muraglioni della Turba costruiti con blocchi squadrati del duro calcare bianco siracusano.
La gente del quartiere è tradizionalmente devota a Santa Lucia e ne è conferma l'edicola votiva che si trova in fondo alla Via Roma. L'edicola accoglie un dipinto settecentesco che raffigura la Santa Siracusana con il quartiere della Turba e i suoi alti muraglioni contro il mare e i nemici.

vedi anche:http://www.antoniorandazzo.it/palazzidipregio/palazzo-lantieri.html


3/A - ANALISI DEL TESSUTO URBANISTICO COMPRESO TRA LE VIE ROMA, DEL TEATRO, GALILEI E IL LUNGOMARE ORTYGIA
Questo settore del centro storico presenta le stesse caratteristiche funzionali e tipologiche della Giudecca. Le piccole abitazioni delle vie Galilei, Aracoeli e Zummo sono infatti a doppia schiera ed hanno uno sviluppo interno a catena che caratterizza la aggregazione dei vani. Mancano anche qui il ronco e il cortile e quindi le abitazioni non si proiettano verso l'esterno ma tendono a chiudersi nel loro limitato ma profondo spazio interno.
Solo dal lato di Via Roma, ove l'eredità quattrocentesca dell'architettura nobiliare ha consentito nel Settecento la costruzione di residenze modularmente più grandi, si hanno tipologie dell'alloggio e caratteristiche costruttive diverse.
È nel perimetro di questo comparto che prima del terremoto del 1693 sorgevano i complessi monastici dell'Annunziata, di Aracoeli e la Chiesetta di San Fantino. Piccole costruzioni per la verità ma che appunto grazie a tali dimensioni minime garantivano la continuità urbanistica tra l'architettura religiosa e quella civile. Tale continuità è ormai perduta a causa del diverso modulo costruttivo del Teatro (che sorge nel perimetro dell'Annunziata) e della Chiesa di San Giuseppe (che sorge nel perimetro di San Fantino).
Per capire quale era il rapporto architettonico con cui stavano le costruzioni religiose e quelle civili basta guardare la Chiesetta di Sant'Anna in Via Zummo organicamente inserita col suo umile e piccolo prospetto nella continuità strutturale e ambientale delle altrettanto umili e piccole residenze (la chiesetta ha impianto a mononavata ed è del 1727).
Anche in questo settore, in Via Privitera così come in Via Alagona, un isolato allungato (comprendente edifìci settecenteschi) protegge il quartiere e le sue viuzze dal vento marino.
La caratteristica delle residenze di questo isolato è quella di essere rivolte verso la via interna e non verso il mare dove forte è l'azione degli elementi. Dal lato del mare si hanno infatti piccole aperture utilizzate esclusivamente per fare penetrare nell'alloggio l'abbondante illuminazione naturale. Vedremo poi come nella Passeggiata Aretusa le aperture verso il mare sono più grandi per qualificare la veste decorativa e lo spazio architettonico interno; e ciò è possibile in quanto l'esposizione in quel caso è felicemente rivolta verso il Porto Grande ove la forza dei venti è minima e il soleggiamento è ideale, essendo il sito alto e riparato.
Alla stessa maniera della Giudecca anche in questo comparto i cortili sono sostituiti da pozzi di luce verso i quali si affacciano di solito più di tre alloggi.
Il piano terra e il piano superiore, come è tipico alla Giudecca, anche qui alla Turba costituiscono un'unica residenza. Il collegamento verticale è solo ed esclusivamente interno e ciò per la mancanza di spazio di relazione.
Frequenti sono le terrazze comuni che in mancanza di spazio di relazione a livello della strada si pongono quasi in alternativa ad esso.


 un tempo via Roma si chiamava via S. Maria fino al bar minerva dopo si chiamava via roma, fino all'angolo del cinema Lux ed il rimanente si chiamava via dell'Itria. In quanto esisteva una piccola cappella dedicata alla Madonna dell'Itria.

Siracusa: Turba, contrada dimenticata
 
In questo secondo appuntamento parliamo ancora del territorio siracusano e vi proponiamo una passeggiata in una delle contrade dimenticate di Ortigia. Quest’isolotto, antico insediamento greco e nucleo focale della vita cittadina, era costituito da sette quartieri, uno per ogni chiesa parrocchiale: quello della Madre Chiesa Cattedrale o Matrice, quello di San Giacomo (oggi non più esistente a causa dello sventramento attuato per la creazione di piazza Archimede alla fine degli anni settanta del 1800), San Paolo, San Pietro, San Tommaso, San Giovanni Battista (o San Giovannello) e San Martino; e nove contrade: Graziella, Bottari, Spirduta, Duomo, Mastrarua, Giudecca, Maestranza, Maniace e Turba. Quest’ultima, posta all’incrocio dei quartieri della Matrice di San Martino e di San Giovanni Battista, è la zona di nostro interesse. Questo piccolo angolo dimenticato di Ortigia cela molti tesori.
A parte le magnifiche facciate di palazzo Bellomo e della Chiesa di San Benedetto e le opere conservate al loro interno, tra la fine di Via Roma e Via Capodieci due importanti esempi di decorazione scultorea ante terremoto (1693) si offrono al visitatore. Il primo, più antico, è un balconcino medievale, fittamente decorato di figure antropomorfe e fitomorfe, sulla cui iconografia sono state scritte molte pagine dagli storici locali. Per vederlo bisogna entrare nello stretto ronco I alla Turba, alla fine di Via Roma. Vi noterete oltre all’opera in questione anche la strana presenza di una colonna di granito coricata sotto una pila. All’angolo, tra Via Capodieci e Via Roma, in bella vista, troverete invece una cantonata rinascimentale in pietra calcarea decorata di colonnine classiche e figure antropomorfe.
Questo edificio, ignorato dai più, ospitava al pian terreno la bottega di uno speziale, un’antica farmacia, le cui tracce sono ancora evidenti, se si osserva con attenzione la struttura dell’arco di sinistra, un tempo aperto, in cui si percepisce la presenza di conci di pietra disposti in modo da creare un bancone.  Di fronte a questo edificio, accanto al complesso di Gesù e Maria, un tempo vi era una piazza occupata alla fine del Settecento dal grande edificio che potete vedere oggi. Quando la piazza scomparì, la stretta via che ne risultò prese il nome di Strada Gesù e Maria che mantenne anche nell’Ottocento, mentre il segmento terminale di Via Roma veniva chiamato, nello stesso periodo, Via Turba. Oggi la Via Gesù e Maria è divenuta Via Capodieci, perché vi nacque il rinomato antiquario siracusano Giuseppe Capodieci.
Le vie erano un tempo chiamate semplicemente “strada principale” o “via pubblica”, l’unico modo  esistente per distinguerle consisteva nel citare la chiesa o il palazzo nobiliare ivi presente; per l’attuale via Capodieci, ad esempio, c’erano nel ‘600 sia la Chiesa di San Benedetto che  quella della Confraternita di Gesù e Maria e, a seconda della vicinanza dell’edificio da indicare rispetto ad esse, si citava l’una o l’altra. A tal proposito, per spiegare questa antica maniera di indicare le vie, citiamo un esempio pubblicato da Liliane Dufour, estratto da un bando pubblico del 1694 relativo alla rimozione dei calcinacci dalla strada che iniziava dalla “cantonera del Monastero di Montevergine tirando dritto per la strada di S. Sofia (via della Conciliazione) sino alla cantonera della chiesa di S. Benedetto, e dalla detta cantonera sino alla cantonera della Turba (via Capodieci) ove era la spezieria di Francesco Seguida”. La cantonera della Turba è proprio quella tra Via Roma e Via Capodieci, punto focale della vita della comunità cittadina fino alla soppressione della piazza.
In una delibera del Senato del 1638 sono riportate le piazze commerciali della città, in particolare quelle in cui vi erano le botteghe autorizzate alla vendita del vino e del pane: “La piazza della Giudecca, la piazza nominata della piazza grande, la piazza nominata della Turba e la piazza nominata della Salibra”. Privitera definisce Turba “quella contrada della linea di mare tra San Domenico e lo Spirito Santo” e cioé tra il bastione San Domenico (detto anche Cannamela) e la Chiesa dello Spirito Santo, in cima alla muraglia che affaccia sul mare di levante, uno dei costoni di roccia più alti dell’isola. Il termine ha un etimo incerto. Potrebbe derivare dal greco turbe che significa confusione, afflusso di gente, tumulto; tale toponimo potrebbe essere spiegato in relazione all’antica presenza nella zona del mercato della carne, attestato sin dal XV secolo. Un’ulteriore testimonianza tramanda che essa venne chiamata così perché abitata dagli infedeli, ovviamente in senso religioso, e che successivamente il quartiere divenne particolarmente devoto a Santa Lucia.
Nel tratto terminale di Via Roma, infatti, sorge un’edicoletta in onore della patrona, ivi posta probabilmente dopo il terremoto, per perpetuare il ricordo del passaggio della sacra processione dell’otto Maggio 1695. Liliane Dufour fa derivare il termine dall’arabo e lo mette in relazione, senza addurre motivazioni, con la presenza di un (improbabile, a parere di chi scrive) cimitero. Sicuramente il topos ha origini antichissime e per questo anche misteriose. Le ipotesi suddette risultano a nostro avviso poco soddisfacenti. Una nuova ipotesi ci sfiora: e se fosse, il condizionale è d’obbligo, legato alla Turba  philosophorum?, uno dei testi medievali più antichi e discussi dal Medioevo ad oggi, opera alchemica di un anonimo compilatore? Se così fosse il termine “turba” assumerebbe il significato di assemblea.
Questo è, infatti, il senso in cui viene inteso in questo antico testo e, se si considera che prima del Settecento in questa contrada c’era uno dei pochi spazi aperti dell’Isola oltre piazza Duomo (la piazza grande), centro del potere ecclesiastico, si può pensare  che la funzione associativa come piazza e luogo di comunicazione sia indiscutibile e avvalori quest’ipotesi. Il documento più antico riguardante la Turba che abbiamo avuto la fortuna di trovare, parla di un Bastione alla Turba, appunto, esistente nei primi anni del Cinquecento. Questo si deve probabilmente identificare col bastione Cannamela, risalente al XVI secolo, il più vicino alla contrada in questione, oppure con un altro bastione, scomparso dopo gli interventi dell’ingegnere militare bergamasco Antonio Ferramolino. Essendo la Turba costruita sullo sperone di roccia più alto d’Ortigia, a levante, e quindi luogo ideale per l’avvistamento e la difesa, gli abitanti si attrezzarono di alti balconi angolari, simili a quelli che caratterizzano ancor oggi le torri di difesa costruite nel XVI secolo ad opera di Camillo Camilliani in tutta la Sicilia, probabilmente forniti di cannoniere.
Al di sopra della cantonera della Turba ne esisteva sicuramente uno, di cui possiamo ancora osservare qualche resto decorato di volti umani sofferenti per l’enorme peso portato. Anche sopra palazzo Bellomo vennero istallati questi balconi/caditoie che possiamo ancora ammirare a coronamento della nostra pinacoteca. Questi punti strategici di avvistamento e difesa, come la Grotta del Gigante, servivano per contrastare le continue scorrerie dei pirati ottomani che per secoli hanno saccheggiato le nostre coste. Questa contrada, oggi dimenticata a causa della soppressione della piazza, è divenuto un luogo di passaggio, dove raramente qualcuno si ferma o alza semplicemente la testa. Peccato che uno dei punti di Siracusa che meno ha sofferto gli effetti devastanti dei terremoti che nei secoli hanno colpito la città rimanga ignorato da chi la città dovrebbe invece abitarla, viverla. Ci auguriamo che, dopo aver letto queste poche righe, qualcuno esca e passeggi a testa alta alla scoperta di questo magnifico centro storico pressoché sconosciuto ai suoi abitanti ed ai suoi amministratori.
Angelo De Grande -ilmegafono.org
 

Ronco I alla Turba. ( il ronco dei misteri?) 
Non ricordo chi postò questa interessante relazione e non so quindi la provenienza, forse da un post di Roberto Capozio.
Preciamo che  un tempo via Roma si chiamava via S. Maria fino al bar minerva. Il tratto fino all'angolo del cinema Lux si chiamava via roma, ed il rimanente si chiamava via dell'Itria. In quanto esisteva una piccola cappella dedicata alla Madonna dell'Itria.



 Tratto di linea marcapiano quattrocentesco, che funge da piano di posa di un balconcino moderno. Nel  primo pannello di sinistra è raffigurato il nodo di Salomone.
"Belli e sontuosi palazzi cominciavano allora a fabbricarsi, di magnificenza alle nobili e ricche famiglie, di ornamento e decoro alla città”. Con queste parole Serafino Privitera, nel 1870, iniziava  la sua pagina dedicata al Palazzo Montalto nel quartiere Spirduta in Ortigia, aggiungendo come di questo edificio della illustre famiglia se ne potessero ammirare i superbi avanzi. Ancora oggi esso rappresenta uno dei più significativi e meglio conservati esempi di architettura gotico-chiaramontana e, nello stesso tempo, aragonese – catalana (essendo frutto di due fasi costruttive dei secoli XIV e XV) della città  di Siracusa, sulla cui trifora centrale fa bella mostra di sé la stella di Davide. Di numerosi altri palazzi dello stesso periodo ci restano, invece, le fabbriche con apporti di epoche successive oppure pochi elementi strutturali e decorativi (monofore, bifore, polifore, tratti di linee marcapiano e di logge, di scale, portali…) inseriti nelle  murature di edifici più recenti. E’ il caso di un “balconcino” quattrocentesco che si trova nel ronco I alla Turba, poco prima del numero civico 99 lungo la via Roma. Percorrendo uno stretto e breve vicolo si perviene in quello che abbiamo voluto definire “Ronco dei misteri”!  In questo cortiletto si possono osservare non solo un pezzo di colonna romana abbandonata sul battuto, alcuni archi medievali e, sul prospetto della casa a sinistra uno splendido tratto di una linea marcapiano, che funge da piano di posa di un balconcino moderno. Essa si compone di quattro conci finemente lavorati e decorati terminanti con dei peducci tra i quali vi sono rappresentati quattro motivi diversi l’uno dall’altro. Una cornice aggettante con linee geometriche sovrasta l’intero apparato scultoreo. Ogni concio si apre al centro a mo’ di trilobo entro il quale sono resi plasticamente motivi fitoformi. Le superfici dei conci recano motivi floreali e foglie ad alto rilievo senza una apparente logica compositiva. Il peduccio dell’estrema destra è l’unico  elemento che reca una protome umana. Quanto mai singolare la raffigurazione del nodo di Salomone nel primo pannello di sinistra, che induce a ritenere che l’esegesi di tutta la raffigurazione possa essere connessa con la presenza dell’ Ordine dei Templari, probabilmente già a Siracusa dal tempo di Federico II. Interessante anche un elemento scultoreo, incastonato lungo la stessa parete, che raffigura a bassorilievo una figura animale, forse un agnello, vagamente simile a quello che tiene la croce in uno dei sigilli dei Templari. Data l’importanza dell’iconografia rappresentata sarebbe opportuno un intervento di restauro, non solo dei conci che non godono di “buona salute” essendo gravemente danneggiati dallo scolo delle acque, ma anche dei fabbricati di pertinenza al Ronco dei Misteri per poter fornire ulteriori dati oltre quelli citati, che meriterebbero sicuramente più attenzione e studi approfonditi, dal momento che essi rappresentano una ulteriore, interessantissima  pagina dei tanti segni e simboli sui muri di Ortigia, che rivelano l’esistenza delle diverse religioni e dei vari ordini,  monastici, cavallereschi ed anche massonici del passato.
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