porto grande - Archeologia Siracusa

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IL PORTO GRANDE DI SIRACUSA
Un nuovo aggiornamento della pianta batimetrica da me elaborata e pubblicata col primo contributo (tav. 2), mette subito in evidenza come le correnti marine all'interno del porto grande, generate dai marosi di grecale, abbiano "plasmato" il fondale, depositando i sedimenti apportati dai fiumi Anapo e Ciane secondo l'andamento dei flussi di marea. Depositi di progressivo maggior spessore si trovano dall'estuario dei fiumi Ciane ed Anapo verso l'attuale molo S Antonio e, a seguire verso nord-est, lungo il Foro Italico, la così detta "Marina", tranne che per una depressione più profonda in corrispondenza dell'attuale insenatura della darsena, modellata quasi certamente dai flussi di marea di scompenso provenienti dal porto piccolo in occasione di forti marosi di grecale. Gli stessi marosi hanno impedito depositi di sedimento consistente all'interno, oltre l'imboccatura e ver¬so Punta Caderini. A sud l'insenatura protetta da Punta del Pero, è sfiorata dalla corrente che ne ha modellato il basso fondale. La baia è ricordata con l'antico appellativo "Daskon"di memoria tucididea, che la armata ateniese utilizzò come ricovero trincerato per la flotta militare e commerciale a seguito, difendendola con una palificazione, durante l'assedio del 415/413 a.C. L'attendamento presidiato venne disposto appena oltre la spiaggia. Una sorgiva ancora oggi attiva, a fianco della baia, e due scogli a sud-est, su uno dei quali fu eretto un cippo a ricordo di una delle battaglie navali vinte dai "legni ateniesi'su quelli siracusani, rimangono ancor adesso a testimonianza dell'evento. Oggi uno dei due scogli denominato "Scoglio Galera", vox populi prende il nome dall'uso che se ne è fatto nei secoli passati dove le navi, obbligate a sostarvi, effettuavano la quarantena prima di avere il permesso di approdare. Tra lo Scoglio Galera e la punta estrema di Ortigia affiora una secca, anch'essa denominata "Secca Galera" che adesso emerge dal fondale fino a circa sette metri sotto il livello del mare. Essa è ubicata quasi al centro dell'imboccatura e si presume che in antico, quando il livello del mare era più basso, vi abbiano fatto naufragio, mentre cercavano rifugio all'interno del porto, imbarcazioni in difficoltà, perché sorprese dai marosi di grecale e di levante. Nel fondale oltre la secca l'azione di queste mareggiate, come detto in precedenza, ha arginato l'estensione del deposito dei sedimenti dei fiumi Anapo e Ciane; su di esso infatti affiorano reperti di ogni epoca caduti accidentalmente o probabilmente in seguito a naufragi. Gerhard Kapitàn ha definito il sito "cimitero di antichi naufragi". Nel 1998, in una immersione effettuata a circa 20 metri innanzi la sponda opposta e su un fondale di 11 metri, scoprimmo un relitto affiorante di incerta datazione, colli ansati e parti di anfore di varie epoche disseminati per un largo raggio. Una di queste, classificata "richborough"veniva utilizzata per la commercializzazione dell'allume usato come catalizzatore per la colorazione delle stoffe. Un altro collo di anfora, classificata Dressel lb aveva all'interno un grumo di resina di pino, resina che serviva contemporaneamente per impermeabilizzare il contenitore e per aromatizzare il contenuto, generalmente vino. Recenti sondaggi sui fondali attigui al molo S.Antonio, dove si è accumulato un notevole spessore di materiale sedimentario, solo dopo sor- bonature di verifica, sono venuti alla luce scarti di ceramica di diverse epoche. L'originario tombolo di collegamento tra la terra ferma e Ortigia, ha subito numerosi adattamenti e sconvolgimenti di cui siamo al corrente grazie alla letteratura antica (tav. 5). Un primo intervento di ricarica di detriti fu fatto per mantenere la percorribilità quando il livello del mare stava per sommergerlo. Gli storici lo definiscono "isola"probabilmente perché la parte iniziale e finale del tombolo degradava sia verso terra che verso Ortigia. In epoca dionigiana era cinto da spesse mura ai lati dei due porti e al centro sorgeva il palazzo del tiranno. A fianco di una delle due porte di comunicazione del palazzo verso terra o verso Ortigia sorgeva il sepolcro di Dionisio il vecchio. Timoleonte rase al suolo la fortezza e al suo posto fece edificare una piazza. Lo sconvolgimento maggiore del sito si è avuto nel periodo spagnolo quando per le nuove fortificazioni vennero utilizzati anche i blocchi delle precedenti fabbriche. Sempre dagli storici antichi si sa che lo specchio di mare in corrispondenza dell'attuale molo Sant'Antonio era una "tarfana,(un riparo dentro il porto) capace di ospitare numerose imbarcazioni. Era difesa da una fitta palificazione con strette aperture. Tutt'intorno, lungo la costa, sorgevano i vecchi e i nuovi arsenali. È presumibile che prima della edifica-zione della fortezza dionigiana, sull'isola sorgesse un simile edificio un po come l'ammiragliato del porto di Cartagine, ma con la particolarità che poteva gestire contemporaneamente e strategicamente le manovre dei due bacini, porto grande e porto piccolo. È probabile che Dionisio abbia isolato la fortezza, sul lato est, con un fossato che metteva in comunicazione le acque dei due porti. Viene pertanto piuttosto spontaneo ipotizzare la presenza del ponte descritto da Cicerone nelle sue verrine, in allineamento tra la strada del foro siracusano e la porta di via dei mille ma rimango nel campo delle ipotesi.







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