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Ortigia
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Siracusa 2° itinerario quartiere Duomo
Siracusa-secondo itinerario-il quartiere Duomo.

Il quartiere Duomo centro del potere politico nobiliare e religioso.
Sin dalle origini è il vero centro storico culturale di Siracusa.
Secondo Paolo Giansiracusa, i confini del quartiere medievale oggi, virtualmente, comprenderebbero via del Consiglio reginale, via Landolina, via delle Carceri vecchie, via Picherali fino a largo Aretusa, via Capodieci, via San Martino e tutta la via Roma.
Iniziando il percorso da via Landolina, a destra, la chiesa del Collegio dei Gesuiti, (1554), e alle spalle il complesso dell'antico Collegio. La costruzione fu iniziata il 27 luglio del 1649 e fu portata a termine nel novembre del 1687. Il terremoto del 1693 vi arrecò vari danni che comportarono circa 15 anni di restauri. Forse ristrutturate da Rosario Gagliardi nella seconda metà del 700.
A destra il palazzo Francica–Nava, un tempo Gravina-Cruyllas di Francofonte, imponente costruzione quattrocentesca in stile gotico – catalano con portale d'ingresso a forma ogivale cuspidata, tipico esempio dello stile gotico - catalano d'influenza araba. Danneggiato dal terremoto del 1693 e ricostruito venne utilizzato dai Frati Gesuiti, fino alla seconda metà dell'800 quando venne acquistato dalla famiglia Francica – Nava. La facciata inferiore è in stile gotico e la parte superiore in stile barocco.
Nel basso adiacente, civico 1 e 2, fino agli anni 60 vi era il cinema Centrale, già Ideal poi Ariston 2000, Salamandra, ed oggi negozio commerciale.
A sinistra, di fronte, civico 8, il Palazzo Chiaramonte, sec. XIV. Danneggiato dal terremoto del 1693, in parte ricostruito con aggiunta di elementi barocchi nella parte superiore che è su due piani con quattro balconcini decorati con mensoloni e travoni e bassorilievi geometrici decorativi, ma conserva parte dei paramenti della facciata con l’ingresso ad arco cuspidato e una finestra bifora. All'interno ospita la facoltà Beni Culturali dell'Università di Catania.
Il palazzo Interlandi-Salonia, civico n.1 di piazza Duomo, posto tra palazzo Chiaramonte e Palazzo Vermexio, è un elegante edificio nobiliare di epoca ottocentesca con facciata divisa in tre ordini orizzontali e, nella parte inferiore, un bel portale arcuato provvisto di mensoloni che sorreggono un elegante balcone centrale con timpano semicircolare. Completano la facciata 4 finestre rettangolari, 6 balconi, e, nella parte superiore 7 eleganti balconi ad apertura rettangolare.
Nel cortile interno a piano terra, concessa dal Barone Interlandi Pizzuti, dal 1924 agli anni 60, ospitò la storica galleria “la Fontanina”, (dal nome della vasca del cortile), di Angelo Maltese, fotografo siracusano, e gran parte dell'attività artistica dei pittori e degli scultori della prima metà del Novecento Siracusano.
La piazza Duomo, dai siracusani della mia generazione chiamata "u chianu", si trova nel punto più alto di Ortigia a metri 15,861 sul livello del mare, caposaldo n.15, posto all'inizio di via Minerva tra il Duomo e palazzo Vermexio, sede del comune. Da sempre luogo sacro, frequentata già dai primi abitatori Siculi, in epoca greca era l'Acropoli con i luoghi di fede, tra i quali, il tempio di Athena, trasformato poi in chiesa cristiana, e l’Artemision, in via Minerva, recentemente restaurato.
Nel 1999 gli scavi archeologici condotti da Giuseppe Voza hanno confermato che la zona intorno al Duomo fu frequentata sin dalla preistoria e gli scavi hanno restituito elementi di rilevante importanza per la conoscenza della storia arcaica di questa città.
Purtroppo, con la nuova sistemazione, voluta da archeologi poco attenti e rispettosi della memoria storica del passato, nel 1999 vennero falciati ed estirpati dalla barbaria e dal capriccio, l'oleandro rosa e bianco, che profumava e abbelliva, amalgamandosi in perfetta simbiosi, una delle più belle piazze al mondo. L’oleandro in piazza Duomo esisteva già dall’unità d’Italia e nel 1918, come ricorda Paolo Giansiracusa, alcuni alberi vennero sostituiti e ripiantati, così come fu nel 1993/1994.
Così scrissi io dedicandola al soprintendente di allora oggi benemerito:
L’Oleandro fu non è forse ritorna.
Salute a voi soprintendente Voza che stimo tanto, baciamo le mani. Voltarsi dietro a ricordare e salutare se serve a camminare. Uomini, piante, animali e cose, insieme nella Piazza del Duomo, per volontà divina. Guarda che magnificenza di queste pietre antiche e sagge. Un ciuffo d’erba, una pennellata di verde, un arcobaleno di speranza per chi guarda. Al “piano” della nostra Santa tra verde giallo rosso degli oleandri belli, gode l’occhio e l’anima a quella vista. Santa alleanza tra maestria degli uomini e natura. Così è il Paradiso o gli somiglia!
16-L’Olendru fu..nu gnè forsi ritorna. Vo-scen-za Benerica a vui ca stimu tantu, baciamu i manu. Vutarisi rarreri a riuddari iè cosa bona e giusta se sebbi a caminari. Omini, pianti, animali ie cosi, ‘nsemi, o chianu ra mattrici, pi vuluntà divina. Viri chi magni cenza ri sti pettri antichi e saggi. ‘N ciu‚ u r’erba, na pinnillata i virdi, n’arcubalenu ri spiranza pi cu talia. O chianu ra santuzza nostra tra viddi giallu russu ri l’oleandri beddi, godi l’occhiu ie l’anima a ‘ssa vista. Santa allianza tra maistria i l’omini ie natura. Accussì iè u pararisu, o ci assimigghia!
Confinante con il palazzo Interlandi Salonia, c’è il palazzo Vermexio, storico palazzo sede del Senato di Siracusa e oggi del Comune. Edificato da Giovanni Vermexio che completò i lavori il 26 gennaio 1632 e appose la sua firma realizzando un lucertolone che pose in alto  ad angolo tra i cornicioni terminali.
Nell’androne, in un locale a vetri, è custodita l'antica carrozza del Senato, costruita a Palermo e giunta a Siracusa il 18 Maggio 1764, classico esempio di berlina imperiale di gran lusso.
Le decorazioni pittoriche raffigurano la Forza, rappresentata da una donna in armatura con lancia e scudo, la Giustizia, rappresentata da una dea raffigurata con spada e bilancia; la Prudenza, rappresentata da una donna con specchio e serpente a simboleggiare la saggezza, e la Temperanza rappresentata da una donna che mostra un morso e redini da cavallo, simbolo di dominio.
Sono dipinti anche i quattro continenti allora conosciuti: l’Europa, come regina del mondo; l’Asia, con ghirlande e incenso; l’America, con piume colorate e frecce e l’Africa dalla pelle scura e i colori esotici.
Di fronte al Vermexio, civico 23, tra palazzo Francica Nava e ronco Gaetani, il palazzo Beneventano del Bosco, edificato nel 400 dalla famiglia Arezzo. Fu sede della Camera Reginale e del Senato cittadino. Acquistato da Guglielmo Beneventano nel 1778, venne ristrutturato su disegno di Luciano Alì e, nel corso dei lavori durati 10 anni, abbellito all’interno dagli stucchi di Gregorio Lombardo, dagli affreschi e pitture di Ermenegildo Martorana, e da preziosi cristalli fatti venire da Malta e da Venezia.
Sulla facciata il monolite con le armi gentilizie dei Beneventano e l’epigrafe che ricorda la visita del Re Ferdinando di Borbone il 25 aprile 1806. Si accede al primo cortile, pavimentato con acciottolato bianco e nero, che disegna per terra un fantasioso tappeto di pietra, attraverso un vestibolo con volta decorata.
La parte che adiacente il ronco Gaetani, venne danneggiata dai bombardamenti del 1943, che distrussero completamente anche il palazzo Gaetani del quale rimane solo l’antico cartiglio e parte del prospetto posteriore di via delle carceri vecchie.
Il palazzo Arezzo, impreziosito dalla facciata curvilinea, risultato della unificazione di diversi palazzi ristrutturati, edificato intorno al 1850 nell’area dove prima erano le -carceri vecchie- dismesse nel 1835, si erge tra la via delle carceri vecchie e ronco Gaetani e, seguendo la morfologia ellittica della piazza, sembra abbracciare il Duomo.
Sulla facciata, delimitata da 10 pilastri che sorreggono un'elegante trabeazione di tipo merlato, a piano terra, 4 portali affiancati da cinque finestre rettangolari e sopra nove balconi racchiusi da eleganti inferriate in ferro battuto sormontati da travoni in pietra iblea. Un bel portale barocco arcuato di tipo bugnato, affiancato da due balconi con aperture rettangolari racchiuse da eleganti inferriate in ferro battuto completano il fianco che è sulla via delle Carceri Vecchie, così come la facciata posteriore con gli antichi -dammusi-
I prospetti posteriori dei 3 palazzi appena descritti, con gli antichi -dammusi-, sono sulla stretta e tortuosa via delle Carceri Vecchie, ricca di ricordi medievali e rifacimenti, che aveva la funzione di collegare la Piazza del Duomo direttamente con la Porta Marina.
La via delle Carceri vecchie è sicuramente di origine medievale, confermata dai notevoli elementi strutturali gotici riutilizzati nel Seicento e nel Settecento. Nel palazzo al civico 11 sono evidenti le strutture medievali della fondazione, un portale quattrocentesco nel primo ordine e tracce di finestrelle ogivali nel secondo ordine e, nonostante le notevoli manomissioni, in un largo settore della cortina muraria esterna sono ancora evidenti conci squadrati del sistema costruttivo originale.
Da via delle Carceri Vecchie, ritornando in piazza Duomo, subito a destra, l'antico plesso del Museo Archeologico, oggi sede della Soprintendenza. Venne edificato nel sito dove erano il Convento e la Chiesa di S. Giovanni di Dio demoliti nel 1882, su progetto di Luigi Mauceri ed eseguito dall’ingegnere Luigi Spagna.
A seguire, tra l'ex museo archeologico e palazzo Borgia, chiude il lato destro della piazza il palazzo Toscano edificato su parte del convento e la chiesa di San Giovanni di Dio.
Sul lato opposto, centro geografico della piazza, la facciata del Duomo. In origine tempio di Athena fu trasformato in chiesa cristiana sotto l'episcopato di Deusio. Fu moschea nel periodo di dominazione araba e nel 1095, riconsacrata e dedicata alla natività.
Il funesto terremoto del 1693 distrusse l'antica facciata di epoca normanna, compromettendo le absidi e le antiche coperture.
La facciata è opera di Andrea Palma che su disegni di Pompeo Picherali iniziò i lavori nel 1728 completando il primo ordine nel 1731. I lavori ripresero nel 1751 e il prospetto venne completato nel 1753 insieme al campanile.
Le statue in marmo di S. Pietro, S. Paolo, della Madonna del Piliere, di San Marziano e di Santa Lucia, sono opere di Ignazio Marabitti. Una lapide commemorativa ricorda i vescovi Tommaso Marini e Francesco Testa e, sopra la porta maggiore, una grande aquila reale di pietra bianca collocata nel 1757 dal vescovo Requisens.
La facciata laterale sinistra è su piazza Minerva, e conserva parte dell’originario tempio di Athena che aveva l'ingresso, come tutti i templi greci ad est, ossia da via Roma.
Sul retro del Duomo, l'antico convento delle suore di San Vincenzo, (i cappiddazzi), dismesso, con annessa chiesetta. Si accedeva attraverso un cortiletto comunicante con la Casa degli Esercizi e il secondo cortile del palazzo Arcivescovile.
E infine completa il lato destro della piazza il palazzo dell'Hotel Roma con ingresso da via Roma.
La via Minerva fino al 1910 era semi chiusa dalla parte di via Roma, raggiungibile da vicolo Lumera, e a quel tempo vi erano: la Banca Mutua Popolare Siracusana, il Museo Civico, la Biblioteca Alagoniana e la Scuola Comunale di Corda.
Sul lato opposto, angolo via Roma, civici dal 7 al 19, palazzo Bordone edificato tra il 1910 e il 1920.
Nel 1911/13, sotto la direzione dall'ingegnere municipale Edoardo Troia, nel sito dove era il seminario dei Chierici e la chiesa di San Giovannello, al civico n.5, venne edificato l’edificio Comunale attuale., già sede dell'Istituti Tecnico.
Nel cortile interno alle spalle di palazzo Vermexio, nascosto prima sotto la Chiesa di San Sebastianello, demolita anch’essa, c’è l’antico tempio Ionico, Artemision, portato alla luce nel 1910-13 da P. Orsi e nei successivi scavi 1960-63.
E per finire la facciata laterale di palazzo Vermexio con la parte terminale edificata su parte del sito dove erano il seminario dei Chierici, edificato nel 1570 da Giovanni Orosco de Arzè e demolito intorno al 1911/13.
Limitrofo alla facciata del Duomo il palazzo Arcivescovile, una vera città nella città sede della Curia, del Seminario e di tutte le attività connesse, in un’isola delimitata dalla piazza, da via Minerva, via Roma, via Torres nella quale vi è l’ex cinema Lux, attivo fino agli anni 60 e la seconda entrata voluta dal vescovo Trigona nel 1745, realizzata tra le ciclopiche mura spagnole.
L’interno è costituito da un complesso di costruzioni risalenti a varie epoche edificate su strutture Sveve più antiche del XIII° secolo con le severe volte a crociera limitrofe al vestibolo e nella cappella Sveva del primo cortile.
Il prospetto anteriore, fino al primo piano, venne realizzato con molta probabilità da Giovanni Vermexio nel 1618, su incarico del vescovo Giovanni Torres e modificato nel 1751 dall'ingegnere Luigi Alessandro Dumontier che realizzò il secondo piano, trasformò in balconi le finestre timpanate del primo, alterando il progetto realizzato dal Vermexio.
Nel 1774 il vescovo Trigona, facendo utilizzare tronchi di granito e di marmo di epoca romana, fece realizzare il vestibolo e il portico che unisce i due cortili facendo utilizzare dieci colonne di granito egizio e due di marmo bianco, oltre alle due alte e robuste di granito nel portone.
Nel secondo cortile l’edificio della Biblioteca Alagoniana voluta dal Vescovo Alagona nel 1780 che prende il nome dal suo fondatore. mons. Giovanni Battista Alagona, vescovo di Siracusa dal 1773 al 1801 e nella quale sono conservati, tra gli altri: 21 codici latini, greci e arabi, un Corano commentato, le “Istituzioni di rettorica” del celebre umanista Giorgio Trapezunzio (1397-1486), un “evangeliario” greco, il “Libro d’Ore della Beata vergine Maria” con moltissime miniature di stile fiammingo (sec. XIV) e una pregevole Bibbia in caratteri gotici oltre ad antiche edizioni a stampa e una ricca collezione di 70 incunaboli dal 1470 al 1500.
Sotto l'ex Contardo Ferrini, ad angolo tra la piazza e via delle vergini, l’ingresso agli ipogei sotterranei che collegavano il plesso arcivescovile al percorso sotterraneo della Chiesa di S. Francesco di Paola, al pozzo di S. Filippo, al monastero delle Monache di via Roma, al porto grande, con uscita alla Marina, e verso la costa di levante dove le uscite sono visibili, (murate), nei muraglioni della Gancia e di muraglia Cala Rossa. Durante l’ultima guerra mondiale vennero utilizzati come rifugi antiaerei.
Chiude la piazza del Duomo la chiesa di Santa Lucia alla Badia. L’antico monastero delle monache bernardine e la chiesa, che aveva l’ingresso dall’attuale via Picherali, pare siano stati edificati nel 1427 e che la regina Isabella, moglie di Ferdinando di Castiglia, la migliorò nel 1483. Fu completamente distrutta dal terremoto del 1693 e ricostruita spostando l’ingresso su piazza Duomo e con i lati uno verso ponente, scendendo verso la Fontana Aretusa, e l'altro verso levante dal capomastro Antonino Puzzo, pare, su progetto di Luciano Caracciolo, con i lavori completati nel 1703.
Il prospetto alto metri 25 è composto da paraste ioniche con trabeazione costituita da una balconata chiusa da una elaborata ringhiera a petto d'oca. Il portale con frontone spezzato sorretto da colonne tortili con alto piedistallo è decorato da una cornice contenente raggi su cui sono posti una colonna, una spada, una palma e una corona, simboli del martirio di S. Lucia. Ai lati, racchiusi entro cornici, stemmi dei reali di Spagna, Case di Castiglia, di Leon, di Aragona, di Aragona di Sicilia e delle Due Sicilie, quasi a ricordare che a fondarla sia stata la regina Isabella moglie di Ferdinando II di Castiglia, XXV Re di Sicilia, alla quale fu affidata la camera reginale con il regio Diploma del 9 luglio 1470. Sulla sommità una croce di ferro rimossa perché pericolante.
All’inizio di via delle Vergini, a destra, confinante con la chiesa della badia, c’è l'antico monastero di Santa Lucia dentro le mura, forse edificato nel 1427 e ricostruito subito dopo la distruzione del 1693, su progetto di Luciano Caracciolo che completò i lavori nel 1703. In origine il convento seguiva la regola di San Bernardo, Nel monastero, in una "cassa a sei chiavi", erano conservati il bussolotto e gli atti relativi all'elezione delle cariche urbane. Sul prospetto accanto al portale d’ingresso dell’antica chiesa, sono ancora presenti gli stemmi dei reali spagnoli. Oggi è utilizzato per eventi e manifestazioni culturali.

Con palazzo Borgia Impellizzeri, in stile rococò, edificato nel 1760, una delle più significative costruzioni settecentesche di Ortigia, inizia la via Picherali esaltata dall’imponente ed elegante cantonale con la ringhiera in ferro battuto prospicente la piazza. Al civico 10 l’ingresso con l'elegante scalone all’interno dell’ampio cortile.
A seguire il palazzo Monteforte, edificato nella seconda metà del sec. XVIII. Dell'edificio settecentesco rimangono solo l'imponente facciata che ripete i motivi costruttivi e decorativi del Palazzo Borgia e alcune arcate dell’imponente porticato. L'ultimo ordine è una soprelevazione del secolo scorso così come la nuova distribuzione interna.
In fondo a destra chiude l'antico quartiere Duomo, il palazzo Migliaccio edificato nel XV° secolo. Dell’elegante e singolare costruzione quattrocentesca, crollata a seguito del terremoto del 1693, rimane parte della facciata, impostata con tre arcate cordonate, delle quali solo la centrale ha ancora una parte dell'originario ventaglio di conci. Al piano superiore una balconata a terrazza decorata con chevrons di blocchi di pietra lavica alternati con conci di pietra calcarea bianca dalla linea spezzata. I portali e le finestre, alcune bifore, sono tutte arcuate e decorate da splendidi bassorilievi e merlature zigzagate in pietra lavica. L'interno, sezionato in due parti, una oggi Hotel e l’altra sulla Via Picherali chiusa al pubblico.
Di fronte, nella piazzetta San Rocco, il prospetto dell'antico monastero delle 5 piaghe, costruito in parte sulle rovine dell'antico Steri. Il complesso monastico, comprendente la chiesa di San Rocco e l'Ospedale delle Sante Piaghe, poi Umberto I°, era gestito dalle suore della carità dal 1876. L’antico Convento delle suore della Carità, con annesso orfanotrofio, edificato nel 600 e distrutto dal terremoto del 1693 venne ricostruito nel 700.

La Chiesa di San Rocco, della quale rimane il prospetto con una sola apertura su piazzetta San Rocco, era annessa al monastero omonimo, edificato intorno al 1644, distrutto dal terremoto del 1693, e ricostruito circa venti anni dopo. La facciata della chiesa, probabilmente, progettata da Pompeo Picherali, è decorata da eleganti bassorilievi che adornano un portale rettangolare sopra il quale vi è una finestra sormontata da un timpano semicircolare. All'interno, ad un'unica navata, aveva l’altare maggiore, che era nella chiesa di Sant'Andrea ai Teatini, e alcune tele provenienti dalla demolita Chiesa di San Giovanni di Dio.
All’inizio di via delle Vergini, con ingresso da via Santa Lucia alla Badia, c'è l’ex chiesa dedicata alla Madonna di Montevergine con l’annesso l’ex monastero, oggi galleria civica di arte moderna.
Venne edificata nel 1625 su progetto di Andrea Vermexio. La facciata, nel primo ordine, ha mantenuto lo stile vermexiano, mentre il resto è stato varie volte manomesso. Venne restaurata nel 1830 e furono aggiunte colonne a stucco negli altarini e dipinto il soffitto. All’interno, ad una navata, l'altare maggiore venne ornato con pregevoli marmi, con un paliotto, gradinata, e sacra custodia. Pesantemente bombardata nel luglio 1943 è stata recentemente restaurata.

Il monastero delle suore della Madonna di Montevergine, venne edificato nel 1555 nel luogo dove sorgeva l'antico monastero di S. Eustachio, fondato nel 1381 e distrutto dal terremoto del 1553.
Confina, a sinistra, con la via Conciliazione nella quale a sinistra c’è il già citato secondo ingresso del complesso arcivescovile.

Percorrendo la via della Conciliazione a scendere, a sinistra, civico n.22, si trova l’ex orfanotrofio del buon Fanciullo fondato da monsignor Cultrera di Montesano.

E a destra il palazzo Steri Magno, XV secolo, del quale rimangono tracce del paramento murario originario, con le particolari losanghe a motivi decorativi romboidali in pietra lavica all'angolo tra via della Conciliazione e via Capodieci dove, tra l’altro, si vede anche la curiosa "porta dei morti". L'interno presenta alcuni archi a sesto acuto databili all'incirca tra XIV e XV secolo ed altri particolari del fabbricato quattrocentesco degni di uno studio più approfondito.

Sulla via Capodieci, senza numero civico, c’è palazzo Naro, antico edificio ristrutturato e modificato nel 1905 da Gaetano Avolio che progettò la nuova facciata e diresse i lavori durati 4 mesi, eseguiti a cottimo dall'Impresa Salvatore Agati e Maiolino.

Salendo per via Capodieci, a sinistra, si trova l’antica chiesa di San Benedetto, edificata nel 1619, su progetto di Andrea Vermexio, oggi in uso dalla comunità ortodossa rumena. La facciata, mistilinea, ha il portale racchiuso tra semicolonne ioniche, e nel secondo ordine, le guglie e motivi curvilinei con una finta balaustra a bulbo e un finestrone centrale. L'interno, ad unica navata, ha stucchi di stile manieristico nelle cappelle laterali e nell'arco di trionfo. Il soffitto, in buona parte cinquecentesco, è a lacunari ottagonali con rose al centro. Sul fondo la tela d'altare opera di Mario Minniti (1625) che raffigura la morte di San Benedetto.

La chiesa di San Benedetto era annessa al contiguo Monastero Benedettino, fondato nel 1725 da Suor Cesarea del Cassaro che ebbe in dono il palazzo del XIV° secolo, dal fratello Pietro Parisio, Barone di Cassaro. Il monastero fu danneggiato gravemente dal terremoto del 1693 e numerose furono le monache che morirono sotto le macerie. Dell'originario impianto rimangono poche tracce sia a causa della trasformazione d’uso e alle successive modifiche dopo i danni del terremoto del 1693. Alla primitiva costruzione appartengono gli archi del portico ed altre strutture ogivali.

Il contiguo palazzo della famiglia Bellomo, edificio del XIII° secolo, che lo aveva abitato per tre secoli, oggi Galleria regionale di palazzo Bellomo, fu ceduto al confinante monastero benedettino nel 1725.  Dell'originario impianto rimangono la muratura a filari di piccoli conci squadrati fino all'altezza di m. 7,50 e comunque fino alla cornice marcapiano, e alcune stanze del piano terra coperte da poderose volte a crociera, e le grandi fosse a campana adibite a pozzi o granai. Le prime trasformazioni iniziarono nel sec. XIV quando per motivi spaziali fu abbattuto il muro di recinzione a settentrione, furono attuate le profonde trasformazioni del portico e fu iniziata la soprelevazione.

Di fronte la via San Martino con una delle più antiche chiese di Siracusa, pare VI° secolo d.C. Ampliata e modificata tra il XIV e quindicesimo secolo quando vennero aggiunti il rosone, e il portale d'ingresso che reca la data MCCCXXXVIII, (1338).

La parte superiore della facciata e con essa l’antico rosone, crollarono a causa del terremoto del 1693. L’attuale rosone è copia di quello della chiesa di San Giovanni, opera de siracusano Giuseppe Gallone, voluto dall'arcivescovo Luigi Bignami che fece restaurare la chiesa nel 1916/17.
È a tre navate con la centrale fiancheggiata da archi a sesto acuto poggianti su pilastri a sezione rettangolare, e con il soffitto in legno poggiante su capriate del XV secolo. Nelle navate laterali sono gli altari dedicati a S. Amatore, a tutti I Santi, a S. Elena, a S. Costantino e a S. Aloè. Sotto un altare il corpo di S. Vincenzo Martire proveniente dalle catacombe di S. Callisto in Roma. Sull'altare laterale da ammirare il polittico su tavola, opera di ignoto, indicato "Maestro di S. Martino", e un bellissimo crocifisso in legno del XVI° secolo.

Proseguendo per via Capodieci, a sinistra, il vicolo Bellomo, privatizzato arbitrariamente, e a destra al civico n.11, ciò che rimane dell'antica chiesa di Gesù e Maria, un ampio ed elegante portale, raffinato esempio di architettura seicentesca con severe linee geometriche mitigate da eleganti decorazioni floreali.

E infine, angolo via Roma, Palazzo Lantieri, forse famiglia genovese che qui risiedette. Su via Capodieci la parte originaria co tre portali arcuati del XVI° secolo, uno murato, e diversi balconi con inferriate bombate e mensoloni riccamente scolpiti. Il prospetto, su Via Roma, nella parte inferiore, ha cinque aperture arcuate intervallate da finestrelle quadrangolari. Nella parte superiore tre eleganti balconi, con due aperture quello centrale e una quelli laterali. Ad angolo due mascheroni grotteschi con funzione di grondaia.

La parte finale di Via Roma, in epoca medievale, era chiamata Turba. Al vescovo Giovanni Antonio Capobianco, (1649-1673), si devono gli attuali muraglioni costruiti con blocchi squadrati del duro calcare bianco siracusano. Accanto al civico 125 la magnifica edicola dedicata a Santa Lucia in un dipinto settecentesco che raffigura la Santa Siracusana sopra la raffigurazione del quartiere della Turba con i suoi alti muraglioni, testimonianza della devozione alla Santa degli abitanti del quartiere.

Percorrendo la via Roma, a sinistra, civico 124, tra l’ex vicolo Bellomo e ronco Ardizzone, un palazzo settecentesco dalla facciata severa che sembra ricalcare canoni di Andrea Vermexio.

Accanto al vicolo, civico n.116, il palazzo Ardizzone, forse opera di Andrea Vermexio. Il palazzo è sito tra via Torres e via Conciliazione nella quale è la facciata posteriore. Dell'originaria costruzione sono il piano terra, contraddistinto dal portale con arco trapezoidale ed il piano nobile con la veranda, lo scalone nel cortile, le cornici tardo-rinascimentali e i cantonali a bugnato. All’interno un cortile quadrangolare dà luce ed espressione al severo scalone.

Al civico 106 il Palazzo Oddo, della seconda metà del secolo XVII°, con la facciata, austera ma elegante composta da tre ordini orizzontali inquadrati da poderosi pilastri a gradoni. Il portale d'ingresso di forma poligonale, massiccio, è inquadrato da due pilastri con capitelli tuscanici. Sul portale vi è il bassorilievo che raffigura lo stemma araldico del ramo siracusano della famiglia Oddo. Venne restaurato nei primi anni del 1900 dal proprietario dell’epoca commendatore Sipione che affidò la ristrutturazione e la sopraelevazione all’architetto Gaetano Avolio.  

Di fronte la parte dell’edificio del teatro comunale, nel ventennio sede del partito nazionale fascista, nel dopo guerra sede CGIL, e in tempi più recenti sede degli uffici tecnici comunali. Nei bassi in passato sede di un ufficio postale.

Proseguendo per via Roma, a destra, civico 65, la casa che diede i natali a Salvatore Chindemi, patriota, storico e poeta siracusano nato a Siracusa il 19 gennaio 1808, morto a Palermo il 3 febbraio 1874.

Sullo stesso lato, al civico 40, la chiesa di Santa Maria della concezione edificata alla fine del 1300 per volere del vescovo Giovanni Antonio Capobianco. Danneggiata dal terremoto del 1693 venne ricostruita nel 1656 su progetto del Bonamici e con la supervisione dei lavori dell'architetto Pompeo Picherali. La nuova chiesa fu inaugurata 17 marzo 1658.   

Annesso alla chiesa il monastero detto anche S. Maria delle monache, distrutto anch’esso dal terremoto del 1693, ricostruito come la chiesa, dal 1870 sede della provincia regionale di Siracusa.

Chiude l’antico quartiere medievale Duomo l’attuale via del consiglio reginale dove nel cantonale a sinistra, in alto, c’è il cartiglio dei Gargallo e a destra per quasi tutta la via le facciate posteriori di palazzo Gargallo e Lanza Bucceri.

A sinistra l’arco gotico che segna l’ingresso che dovrebbe essere la presunta camera reginale che, quasi certamente è un falso storico, sapendo per certo che la camera reginale, Istituita il 28 agosto 1305 e soppressa nel 1536 da Carlo V° Imperatore, XXVI° Re di Sicilia, ebbe sede nel già citato palazzo Beneventano di piazza Duomo. Sull'arco l’Arcangelo Gabriele armato di spada e nella mano una bilancia, simbolo della Giustizia che schiaccia il drago simbolo del male.

Quella che oggi chiamiamo piazza Duomo (o chianu) per noi siracusani di antica generazione, in epoca greca era certamente una spianata che consentiva la vista di tutto il porto grande.
Non vi erano certamente i palazzi che occludevano la vista  e quelli odierni sorgono sulle fondazioni di costruzioni medievali.
nel disegno le linee in rosso indicano l'impianto greco a stringas




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