Graziella - ortigia

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Graziella

GRAZIELLA



quartieri vecchi alla fine dell'800



Tratto da “I SIRACUSANI”
ANNO IV – N-7 GENNAIO FEBBRAIO 1999
EDITORE MAURA MORRONE
"All'entrar della città di Siracusa si passa su ponti levatoi attraverso camminamenti fiancheggiati da formidabili batterie e comandati da bocche di fuoco, dirette verso la porta di ingresso; e quando si crede che le fortificazioni siano finite si scopre che occorre attraversare altri fossati, altri camminamenti, altre batterie; e quando si spera di essere giunti ai cancelli, c'è ancora mezzo miglio di trincee in prospettiva e ponti e fossati e batterie; e quando si è oltrepassati i cancelli, la città è ancora lontana, con un ponte e mura da oltrepassare".


Così nel 1842 l'inglese Barlow, non più giovanissimo, descrive la più importante piazzaforte d'Europa, sotto l'effetto di lina comprensibile stanchezza; giungeva in cavalcatura da Catania. La supervalutazione del percorso di questo italianista, che ha idee chiarissime sulla progettazione, crea una immagine suggestiva della grandiosità delle strutture fortificate. Superata l'ultima porta, incontra un gruppo di uomini a cavallo; portano pistole appese alla sella dei loro destrieri e sono seguiti dai servitori con nudi e fucili.
La scena nuova, mai vista in Belgio, Francia e Svizzera lo lascia interdetto; non sapeva che il banditismo, endemico nell'isola si era impossessato di armi ancora in circolazione dalle truppe inglesi, dalla coscrizione e durante la guerriglia del 1820.
Era quindi buona precauzione dei viaggiatori armarsi, e fare testamento; tuttavia persone e merci circolavano in Sicilia da secoli nelle zone interne, nonostante i pericoli di qualsiasi genere, come prova l'impiego diffuso di ceramica catalana e toscana.
La sezione urbana di San Paolo, che si parava dinanzi riservava immagini singolari: da oriente tre baluardi e un mare sterminato, da occidente il grande porto sorvegliato dal Castello, nobile fusione di natura e di arte. Alle spalle la Batteria Casanova, e il Bastione S. Filippo, dinanzi le due ali della caserma, a sinistra il piano dei Lettighieri, a destra gli isolati compresi tra il primo tratto di via Salibra, di via Piazza grande. Lungo la cinta muraria i magazzini e la grande baracca del genio attestavano la totale funzione militare, incombente sulla città. Sulle strade dai neri tipi pavimentali di pietre etnee, accanto alle piccole case terrane splendevano i calcarei palazzetti di Don Bartolo Casaccio e di Don Matteo Ortisi.
Mei tempo il distretto di S. Paolo, prima frontiera urbana, si era trasformato più degli altri quartieri con demolizioni: al cader del Cinquecento sul tessuto minuto di casette intorno alla chiesa di S. Paolo; nel 1735 durante l'assedio spagnolo, sulla linea di mare del primo tratto della Mastrarua fino al forte di S. Giovannello; nel 1841 sulle terrane poste sul piano dei Lettighieri.
LE FABBRICHE
La fisionomia del quartiere, particolarmente esposto al tiro delle artiglierie da terra, era mutata quando, sotto la minaccia dell'agguerrito nemico dal mare, una guarnigione di soldati spagnoli si era insediata nella caserma. La grandiosa fabbrica dominava le costruzioni minute di un tessuto povero e uniforme, oscurando le antichissime strutture del tempio di Apollo. Da allora i soldati professionisti, puri consumatori, circolarono suscitando botteghe di"sartori" e bettole. Nel nucleo della Graziella, le casette terrane dei pescatori, dei contadini, dei bordonai e carrettieri, racchiudevano i recinti delle corti, alle quali si accedeva da un portale. Il processo di plurifamiliarizzazione e la crescita in altezza, appena iniziati, non avevano alterato la funzione dei cortili chiusi, né l'immagine seicentesca di una edilizia monotona. Minute le dimore dei pescatori, rese anguste dalla necessità di ricoverare gli attrezzi; più spaziose le case dei contadini, dotate talora di stalle per l'asino e il cavallo, riconoscibili anche dai carri parcheggiati per strada. Non esistevano cucine, si cucinava all'aperto.
Spostandosi nelle vie Appia, e della Solitudine, parallele a via Salibra, figuravano case a piano elevato, con accurate rifiniture, spesso con terrazzi, eleganti le case solerate, di Don Salvatore Urso, di Don Salvatore Stella e del sacerdote Luciano Miceli, ricchi borghesi arricchiti con il commercio e le piccole industrie; gradevole l'abitazione della vedova Buttafuoco sulla omonima via.
Erano state da poco "diroccate" al tempo di Barlow quelle casette terrane e le botteghe sul piano del Lettighieri, biancheggiate "e mascherate da una serie di archi, simulanti un misterioso giardino urbano", in occasione della prima ed ultima visita a Siracusa di Ferdinando III (1806). Il Consiglio Comunale, aveva tentato abbattere "i piccoh tuguri" dei marinai e vetturali che sciupavano la grandezza delle opere di architettura militare, dando l'impressione di un meschino abitato, in contrasto con i superbi monumenti antichi". L'onnipotente governatore della piazza si era sempre opposto. Solo quando Ferdinando II nel 1840 "onorò il suolo di Siracusa", facendo la grazia di approvare l'opera di demolizione e ricostruzione, il Consiglio comunale potè iniziare il lavoro di risanamento Oltre alle case terrane, semplici monolocali ove abitava una famiglia intera, selezionate nel programma, risultano tre case solerate provviste di tetto a tegole, piccola scala di legno, con ornato di pietra bianca alla porta e alle finestre, servizi igienici, poggiolo, pozzo e pila, che probabilmente furono solo ridotte alla nuova linea. In quella occasione molte furono le richieste di abbienti della città e della provincia di poter costruire nuove botteghe e nuove abitazioni civili, "spinti da amor di patria". Giuseppe Orefice, alias Pepe, un intraprendente rigattiere si fa avanti proponendo la costruzione di un locale di vendita "in quel punto ove doveasi
diroccare la casa di don Eustachio Ortisi". Il baronello Concetto Musso di Palazzolo, disposto ad investire capitali, acquista un palazzetto da Padron Santo Aliotta, con l'intento di fabbricare nuovo edificio e due botteghe. L'allineamento, che rendeva più libero il piano, fu vissuto come una rivalutazione del quartiere anche sotto l'aspetto commerciale. Le nuove case commissionate al costruttore Luciano Agati, "ornate di architettura" avevano due piani: l'inferiore adibito ad "officina", per lo svolgimento del lavoro artigiano e il superiore per abitazione.
Appaiono in quegli anni gli interventi di sopraelevazione di bassi e riutilizzo di casalini, nell'area dei Lettighieri, più diffusi rispetto alle altre sezioni; eccezionale, in un tessuto urbano tanto stratificato nel tempo, la costruzione ex novo di una casa palazzata con molti vani, probabile occupazione di spazio pubblico. Scomparsi i centimoli, piccoli molini per il grano azionati da muli, funzionanti nel periodo inglese e gli ultimi trappeti "per macino di olive", sopravvissuti fino al 1837.
Il primo vero intervento urbanistico del quartiere si preannunzia nell'ottobre del 1840, quando il progetto per la costruzione delle carceri, viene approvato dal Ministro degli Affari Interni. Dopo l'abolizione de poteri legislativi, che i baroni avevano acquisito a poco a poco come diritto feudale, i comuni avrebbero dovuto costruirsi i loro penitenziari, ma mancando i mezzi continuavano a utilizzare le carceri private dei baroni. La grandiosa opera pubblica inizierà solo nel 1853, richiedendo la demolizione dei caseggiati compresi tra via Persichelli di fronte al Ramparo della torre Casanova e la vanella della Bagnara, che comporterà variazioni dell'assetto viario e degli
spazi sociali tra persone nuove e cose nuove.
ASSETTO VIARIO
Il nucleo urbano della Graziella, a forma triangolare, era definito dalla via Bottigarelli (Resalibera) a sud, da via Scopari (Dione) a ovest, dalla Mastrarua (Vittorio Veneto) a est. Le tre strade si diramavano in vie e vanellepenetravano nel cuore del quartiere fino allo slargo di S. Maria delle Grazie.
Altri piccoli spazi aperti davano respiro all'unico quartiere di Ortigia privo di giardini: il piccolo piano interno a metà circa della via Bottigarelli, quello dinanzi alla chiesa di San Paolo, il largo dei lettighieri e infine la piazza Grande proprio «lavanti alla Porta di Terra.
Nelle vie strette e tortuose si aprivano le corti che si riducevano fortemente alla Mastrarua e scomparivano nelle strade limitrofe alla chiesa di San Paolo.
Non esistevano ronchi, nati successivamente da corruzione di cortili.
Sul lato est di via Scopari iniziavano i cortili che, introducendosi da vari accessi, si ramificavano in vichi e vanelle, comunicando tra loro e affondando nel cuore della Graziella. Costituivano una maglia che teneva conto della condizione sociale degli abitanti, leggibile nella vivacità della toponomastica e nella gerarchia di dignità e di compiti, «Ielle arti e dei mestieri, dagli scopari, ai cofìnari, ai sartuzzi, ai quartarari. Il cortile, legato ad una cultura popolare molto antica era arredato spesso da un'edicola votiva, dalla pila per lavare i panni o ancora dalla fontana, e da tante piante di basilico e di fresche campanelle. Si dimostra un punto di riferimento toponomastico di primaria importanza e non stupisce, in quanto cuore del modello associativo di gruppi familiari o accomunati da un vincolo privilegiato di attività produttiva. Prendeva nome dagli artigiani, da persone influenti o particolari che vi abitavano, riferimenti oggi non facilmente utilizzabili.
Restano comunque le testimonianze della diversificazione delle arti e mestieri oltreché della fantasia di una piccola società, a misura d'uomo. Tra i tanti toponimi quello del cortile dei ciaravoli, guaritori provenienti da tutti i ceti sociali, e quello della carruba, l'unico albero ombroso del rione senza spazi verdi. Tra le curiosità toponomastiche: il cortile dello Rabito, la contrada Tagliavacche,
la casa di Giacomo lo sfasciato, la cantonata di Sebastiano Rizza, alias Caronte, forse un battelliere che traghettava dall'Anapo a Porta Marina merci e persone, per evitare la strada dei Pantanelli, spesso intransitabile. Il progressivo sviluppo e l'espansione avutasi dal medioevo al barocco non aveva intaccato la geometria dei vicoli.
Di giorno camminando per le vanelle, piene di vita, dove gli artigiani vi esponevano i manufatti, si imparava a conoscere la grande famiglia cittadina. Al tramonto le porte si chiudevano e sulla città, isolata dal mondo esterno, piombava il buio rotto da pochi fanali a olio e dalle fiammelle tremolanti davanti alle immagini sacre. Le mura creavano un sentimento di unità tra gli abitanti.

Gli uomini

Nei rapporti con l'ambiente il quartiere di San Paolo era dominato dal mare, dal quale derivavano le prevalenti attività marinaresche, in particolare la piccola pesca con rilievo modesto nell'economia, ampiamente superato dalle attività portuali. I pescatori, quasi il doppio dei pur numerosi contadini, costituivano un gruppo a parte per le strutture antiche, gli usi e i costumi, tipici delle loro attività. I loro ritmi di lavoro erano opposti a quelli degli agricoltori.
I naviganti erano costretti, dai lunghi viaggi a nozze tardive in età vicina ai quaranta anni, quando avevano messo da parte quanto bastava a comprarsi una casetta e vivere a terra. Molto diffuso il facchinaggio portuale, mobilitato eccezionalmente durante le celebrazioni ecclesiastiche e civili per il trasporto di sedie in Cattedrale.
I contadini, i più forti numericamente dopo i marinai sciamavano al mattino non appena si apriva la porta di terra su orari stabiliti dal governatore della piazza, spesso indipendenti dalle esigenze dei lavoratori agricoli. Lunghe le file dei carretti contadini, alla porta di terra, seguiti dagli ortolani che si recavano agli stacchi di terra oltre il pozzo "Ingegniere", per la quotidiana cura degli orti.
I più agiati contadini, cioè ortolani, vignaioli e mugnai si potevano associare socialmente agli industriosi bottegai, numerosissimi nelle vie commerciali della Salibra, della Solitudine, di S. Paolo e soprattutto in via Piazza Grande. Ai "verdumai" garzoni dei bottegai di "fogliame" spettava invece il trasporto delle ortaglie in città con sacchi a spalla senza usare piccoli carretti. I bordonai specializzati nel trasporto di carichi con muli avevano un ruolo di primo ordine nel trasporto di manufatti, giunti via mare, ai centri rurali della provincia. Solo nei primi decenni dell'Ottocento con l'avvento delle prime strade rotabili i carri furono usati fuori della città, sullo stradone delli Teracati, ma per qualche decina di anni, bordonari e muli garantirono l'esportazione dei formaggi, garantendo il collegamento tra la mandra e la costa e il trasporto del grano ai caricatori. Poco dissimile era il lavoro dei Lettighieri, una branca specializzata di addetti alla guida delle lettighe, vetture a due posti, trainate da un mulo per i viaggiatori, che non potevano affrontare in cavalcatura le perigliose strade interne. I giornali dei viaggiatori sono ricchi di episodi divertenti su questo mezzo di trasporto, alquanto scomodo. E le donne? Nella società ottocentesca le donne non andavano a scuola, perché dovevano solo imparare ad essere buone madri. Confinate
nell'ambito domestico senza uno spazio sociale, le donne del popolo lavoravano tutto il giorno con l'unica distrazione di qualche chiacchiera alla fontana. Non così incolte le donne di famiglie danarose spesso giudicate dai viaggiatori stranieri più colte ed evolute degli uomini. Tra le lavoratrici un esiguo numero di "spedaliere" prestava servizio all'Ospedale dei Proietti, là dove bambini abbandonati, venivano accolti e bollati da un marchio infamante fino all'atto di morte.
Rarissime le donne filandiere e contadine; rari anche mendicanti. Si ha notizie di un derelitto che si era installato abusivamente in una stanza terrana dell' ex Convento di S. Nicola. Non mancava quasi mai, nell'operoso quartiere, il lavoro saltuario di manovalanza per il mantenimento delle fortificazioni o per la costruzione delle strade, assegnato ai poveri. Il quartiere ottocentesco di San Paolo corrisponde alla sezione omonima, quale appare nella Contribuzione Fondiaria del 1843, più o meno vicina nella composizione attuale


 
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