Via Savoia - ortigia

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Via Savoia

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via Savoia com'era -piano regolatore siracusa 1917 g cristina




vedi anche:http://www.antoniorandazzo.it/palazzidipregio/pal.-camera-commercio.html
http://www.antoniorandazzo.it/palazzidipregio/pal.lucchetti-ettore.html

AREA FORTILIZI 1889 documentazione pdf

TRATTO DA:
LA PRODUZIONE DI UNO SPAZIO URBANO Siracusa tra Ottocento e Novecento di Salvatore Adorno

NUOVI QUARTIERI: VIA SAVOIA
45-48
Nel 1892 il giornale dei crispini, posto di fronte all'attacco de «Il Tamburo», che denunciava imbrogli e clientelismi nell'assegnazione delle aree del piano regolatore, decise di pubblicare i nomi degli acquirenti e i dati statistici relativi alle concessioni fino ad allora firmate. Le informazioni riportate dal giornale si riferivano a tutte le 26 isole fabbricabili interne all'isola di Ortigia36. Dai dati riportati dal giornale emerge che l'amministrazione si era riservata sei isole, due per costruirvi il mercato del pesce e quattro per edifici scolastici e altri servizi. Due erano state cedute, saltando la prassi del regolamento, ai proprietari di case in via Savoia, che avevano i prospetti confinanti con le isole, per evitare liti e contenziosi. Due non erano state ancora alienate, una era andata alla Camera di commercio e due erano state cedute senza sperimento d'asta, per il loro taglio irregolare e di risulta, che le rendeva inedificabili57. Le isole messe al bando erano state 13, divise in 37 lotti, tutti concessi seguendo scrupolosamente il regolamento: 18 in base a singole domande, 14 ceduti per aggiudicazione d'asta, mentre per 3 l'asta era andata deserta e 2 lotti non erano stati richiesti da nessuno. La maggior parte dei lotti erano stati concessi in uno spazio di tempo molto ristretto, tra l'agosto e il settembre del 1891, con qualche scivolamento entro il primo semestre del 1892. Dopo aver elencato i nomi degli acquirenti e le modalità di acquisto, i crispini invitavano «Il Tamburo» a verificare se erano state commesse irregolarità o favoritismi e concludevano: «indaghi a quale partito appartengono i sopra trascritti nomi e si convincerà che il calunniare è ridotto a mestiere nelle file avversarie»38.
E difficile capire fino a che punto le accuse de «Il Tamburo» sulla regolarità delle concessioni fossero fondate; l'individuazione di 36 dei 37 acquirenti dei lotti dati in concessione permette invece un'analisi più articolata del profilo sociografico dei primi investitori nell'area di via Savoia39.
Ventuno di loro si definivano possidenti, sette appartenevano all'area dell'imprenditoria commerciale e artigianale, sei erano capo-mastri, uno era impiegato e uno capitano marittimo. Complessivamente si rilevano cinque casi di doppio acquisto, di cui quattro tra i possidenti e uno tra i capomastri, per cui ci troviamo di fronte a trentuno soggetti. Sui diciassette possidenti, sette erano anche liberi professionisti, di cui quattro ingegneri e tre avvocati, e quattro esercitavano anche l'attività di appaltatori: Brancati, Maratta e i fratelli Michele e Nunzio Genovese. Questi ultimi avrebbero avuto l'appalto per la costruzione delle strade del quartiere. Il mondo del commercio era rappresentato da rilevanti famiglie, legate all'importazione di generi coloniali e all'esportazione di prodotti agricoli, come i Malfitano e gli Orefice. Il capitano Fiume Cassia gestiva una grande agenzia marittima, mentre i tre gruppi d'impresa familiare più importanti della città, i Bozzanca, i Conigliaro e i Boccadifuoco, si sarebbero insediati nell'area solo qualche anno più tardi, rilevando gli immobili dai primi acquirenti. Luigi Musumeci era invece il più importante albergatore della città. Tra i capomastri, Bongiovanni, Ali e Dierna erano già entrati nel circuito dell'imprenditoria edile urbana, acquistando i terreni alla borgata. Gli Atanasio vi entravano in quest'occasione, mentre gli Ali, insieme ai Caracciolo, venivano da una consolidata tradizione di appalti pubblici del periodo borbonico. Ma il fenomeno del passaggio dall'investimento nella borgata Santa Lucia a quello nella zona umbertina fu sicuramente più ampio e riguardò figure come gli ingegneri Cappuccio e Favara, la famiglia Bozzanca, i fratelli Michele e Nunzio Genovese, tanto da lasciare intravedere la formazione di un vasto circuito speculativo. Sette soggetti su trentuno appartenevano al ceto politico, provenienti da famiglie storiche del notabilato, ricche di relazioni politiche e sociali: De Benedictis, Lucchetti, Fiume Cassia, Spagna, Vinci, Orefice, Giaracà. I primi tre rivestirono cariche di governo nella giunta crispina. L'asse portante dei concessionari delle nuove aree esprimeva una calibrata miscela tra il notabilato della rendita e delle professioni, il settore più forte della borghesia commerciale del porto e un selezionato gruppo di appaltatori, capomastri e speculatori, che seguiva il processo espansivo della città e cresceva con esso. Il collante della politica era forte, tanto da dare una base oggettiva alle accuse lanciate dal principe Interlandi nel 1894 in occasione del dibattito sugli appalti per le strade dei nuovi quartieri .
Anche le tipologie abitative rispondevano al quadro sociale degli acquirenti. Le grandi case commerciali presentarono progetti in cui il pianoterra era adibito a basso commerciale, ufficio, magazzino merci o bottega, mentre il primo piano era adibito ad abitazione . Emanuale Genovese presentò un progetto per «quartini da pigione», intendendo costituirsi una rendita urbana . I professionisti si orientarono verso una destinazione d'uso mista, anche se alcuni puntarono unicamente sull'abitazione, lasciando il basso per la scuderia e la rimessa della carrozza o del calesse . L'uniformità dei prospetti fu garantita dal vaglio della commissione edilizia e dalle prescrizioni del regolamento, ma anche dal fatto che la maggior parte degli elaborati proveniva da un gruppo ristretto di professionisti, che erano contemporaneamente membri della commissione, dirigenti dell'ufficio tecnico e firmatari dei progetti . Essi garantirono una omogeneità del codice estetico, che proveniva dal tessuto delle relazioni sociali e da una comune formazione culturale. Su tutti prevaleva il ruolo di Carlo Broggi, firmatario di otto progetti su ventuno rinvenuti, membro effettivo della commissione ed estensore del regolamento, fermo sostenitore del «tipo unico» edilizio, vero artefice dell'identità estetica dei nuovi quartieri sorti nell'area degli ex fortilizi. Nel progetto che negli stessi anni stilava per la costruzione del Politeama Epicarmo, Broggi esplicitava i suoi principi estetici:
Rifuggiamo - egli scrive - dalle pompose decorazioni quali sono concepite dai gusti d'oltremonte, tanto disparati dai nostri, così abbiamo creduto di attenerci alla massima semplicità e scegliere uno stile di architettura che, sobrio nelle forme, sentisse nel contempo dell'italiano e dll'oltremontano.
Questi concetti bene si attagliano ai progetti elaborati per via Savoia, fatti di linee semplici e di decorazioni discrete ed eleganti.
Così, la commissione sottopose a una minuziosa serie di prescrizioni i numerosi progetti che presentavano difformità estetiche. «È stato sistema della commissione edilizia che i fabbricati prospicienti sulle piazze del nuovo piano di ampliamento debbano conservare lo istesso tipo architettonico» , vergava la commissione sul progetto dell'ingegnere Cappuccio e seguiva dettando rigide norme di uniformità nelle decorazioni. E ancora, nel progetto del capitano Fiume Cassia, la commissione «impone l'allineamento di cornici, zoccoli, fasce, cornicioni, attici, ballatoi, altezze, piani all'edificio di Nunzio Genovese» .

 
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