tutela patrimonio - Archeologia Siracusa

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tutela patrimonio

UNIVERSITA’ DEGLI STUDI DI PALERMO
Aspetti della tutela del patrimonio artistico e monumentale in Sicilia nell'attività di Sebastiano Agati di Valentina Di Fazio
Tra la seconda metà del XIX e l’inizio del XX secolo, l’attività archeologica in Italia viene regolata dalla legislazione in ambito di restauro e conservazione del patrimonio artistico e monumentale.
Nel 1827 già esisteva, a Palermo, la Commissione di Antichità e Belle Arti, diretta da Domenico Lo Faso Pietrasanta, che si occupava di monitorare le esportazioni, istituiva il diritto di prelazione da parte dello Stato e provvedeva alla selezione delle opere da acquisire per il Museo della R. Università[1]. In Sicilia, nel 1860, Gregorio Ugdulena è nominato Ministro della Pubblica Istruzione e contemporaneamente si costituisce la cattedra di Archeologia presso l’Università di Palermo, il cui ordinario sarà dal 1873 anche direttore del Museo Nazionale. Nel 1861, grazie ai finanziamenti, si attivano alcune campagne di scavo in cui troviamo impegnato Giuseppe Meli[2], pittore, storico dell’arte e membro della Commissione di Antichità e Belle Arti. Si diffondono notizie sugli scavi anche nella stampa periodica: dall’1 settembre del 1863 è pubblicato a Palermo il “Giornale di Antichità e Belle Arti”, un quindicinale che ebbe come editore l’architetto palermitano Giovan Battista Filippo Basile[3].
Nel 1865 la cattedra universitaria di archeologia è affidata ad Antonino Salinas[4], che nove anni più tardi verrà designato alla direzione del Museo Nazionale (carica mantenuta fino al 1913) istituto che, dopo la soppressione degli ordini religiosi, era stato trasferito nel 1867 nei locali dell’ex convento della congregazione di S. Filippo Neri all’Olivella.
Pochi anni dopo, nel 1875, il nuovo Stato costituisce a Roma, in sostituzione della Soprintendenza, la Direzione centrale degli Scavi e dei Musei del Regno. La Direzione, con competenze territoriali amplissime, fu affidata dal ministro Ruggero Bonghi all’archeologo Giuseppe Fiorelli[5], dal 1860 direttore del Museo di San Martino a Napoli e degli scavi di Pompei.
Per Fiorelli, che resse la carica fino al 1891, il patrimonio artistico sta alla base della conoscenza e dell’identità storica dello Stato. Nell’organigramma nazionale, il principe Francesco Lanza di Scalea[6] è nominato Commissario per gli scavi e per i musei dell’Isola di Sicilia la cui politica culturale risulta in perfetto accordo con quella del direttore del museo di Palermo, Antonino Salinas, e con Giuseppe Fiorelli a Roma. Lanza di Scalea finanziò numerose attività di scavo in Sicilia assegnando la direzione dei lavori di Selinunte a Francesco Saverio Cavallari, architetto-archeologo e incisore, che pubblicherà gli esiti delle sue ricerche su numerosi periodici[7].
La Carta italiana del restauro[8], redatta nel 1883, assicurava il principio per cui l’intervento sui monumenti architettonici, dove indispensabile, venisse rivolto più al consolidamento che alla ricostruzione. Inoltre diviene importante rimuovere tutti gli elementi aggiunti nel corso del tempo tranne quelli ai quali viene riconosciuto un valore artistico. La documentazione è formata dal progetto di restauro, che comprende i rilievi architettonici per le strutture e disegni descrittivi per le decorazioni, e da una sequenza fotografica che documenta l’evoluzione dei lavori. Le copie dovevano essere depositate presso l’ufficio di competenza (nel caso di edifici religiosi, presso l’ente ecclesiastico di riferimento) e presso il Ministero della Pubblica Istruzione. Infine, si previde di apporre una lapide con incisa la data e le opere effettuate a fine lavori.
Questo documento porrà le basi per le successive direttive in materia di restauro come la Carta del restauro del 1932[9], che inserirà il concetto di “prevenzione” e successivamente, in base alla Costituzione Italiana e all’art. 9 che promuove lo sviluppo della ricerca e della cultura, l’attività legislativa si concentrerà sulla tutela, la conservazione e la fruizione delle opere da parte dei cittadini.
Lo Stato incentiva la creazione di Musei Nazionali e promuove gli scavi archeologici su tutto il territorio. Questa condizione argina, in qualche modo, il problema degli scavi clandestini e il relativo commercio illegale delle opere trafugate, tema affrontato dalla legge 182 del 1902 (Legge Nasi) che porrà le basi per la più fortunata, in termine di applicazione, legge 364 del 1909 (legge Rosadi) più specifica in materia di esportazione, scavi, tutela e restauro[10].
Questo assetto legislativo, predispone la stesura sistematica degli elenchi di opere d’arte presenti sul territorio; ciò influenza anche il campo delle pubblicazioni fino alla creazione di riviste specializzate esclusivamente sulle tematiche dell’arte, nelle quali confluiscono articoli provenienti da tutte le regioni d’Italia.
Con la legge 386 del 1907 si sancisce il ruolo delle Soprintendenze[11]; nel caso specifico della Sicilia, le sedi principali designate sono Siracusa e Palermo, quest’ultima assegnata al palermitano Antonino Salinas.
In questo contesto, opera l’archeologo roveretano Paolo Orsi, giunto in Sicilia nel 1889[12] e incaricato alla Direzione della Soprintendenza di Siracusa. L’attività archeologica di Orsi viene costantemente riportata nelle pagine del “Bollettino d’Arte”, il periodico fondato da Corrado Ricci come organo ufficiale d’informazione del Ministero di antichità e Belle Arti[13], in cui convergono sia le notizie relative ai ritrovamenti sia la gestione burocratica inizialmente descritte dai funzionari statali.
Nel “Bollettino” sono pubblicati i resoconti dei restauri effettuati dalle Soprintendenze. Un articolo di Paolo Orsi titolato L’Opera delle Sovrintendenze dei Monumenti, delle Gallerie, dei Musei e degli Scavi[14] elencava nel 1917 i lavori compiuti negli ultimi nove anni dalla Soprintendenza di Siracusa.
Nella premessa l’archeologo lamenta la carenza del personale in servizio, ma contemporaneamente esalta l’operato di alcuni dipendenti tra i quali cita Sebastiano Agati [fig. 1], oggetto del presente studio:

La R. Soprintendenza dei Monumenti in Siracusa, con giurisdizione sulle province di Catania e Siracusa, fu istituita sullo scorcio del 1908, ma solo coll’anno seguente cominciò a svolgere una regolare attività. Nei primi anni si ebbe una dotazione soddisfacente, di molto ridotta nell’ultimo biennio, ma il difetto di personale tecnico-scientifico-amministrativo ha intralciato sempre i propositi della Direzione. In condizioni siffattamente sfavorevoli, l’Ufficio ha potuto non pertanto svolgere un’assai proficua attività mercé lo zelo e l’abnegazione dei suoi pochissimi impiegati, dei quali piacemi citare a titolo di onore e riconoscenza il prof. Seb. Agati, che attese alle mansioni di architetto e d’ispettore[15].

Prima di passare in rassegna un vero e proprio elenco dei lavori effettuati in tutte le aree di competenza della Soprintendenza, Orsi illustra con quale criterio ha guidato la gestione della soprintendenza:

L’opera della Soprintendenza si è naturalmente svolta in campi diversi; a prescindere dall’ordinaria manutenzione dei monumenti statali e dalla vigilanza sopra quelli di proprietà privata, comunale ed ecclesiastica, si è provveduto: a) ad espropri e sgomberi per isolamento di monumenti; b) a restauri veri e propri, ed a consolidamenti. L’intervento dei monumenti della regione è, si può dire, completo; pressoché nulla invece si è fatto, per la dianzi lamentata mancanza di personale tecnico, di rilevamenti e riproduzioni fotografiche. L’Ufficio è venuto anche formando una Biblioteca ed una raccolta fotografica, ambedue però modestissime[16].

Dopo un elenco dettagliato dei lavori effettuati nelle province di Catania e Siracusa, Orsi descrive i lavori eseguiti nella città di Catania:

Vaste opere di sgombero e di consolidamento alle gallerie dell’Anfiteatro, con concorso del Municipio. Espropriazioni nell’Odeon, per oltre L. 33 mila, al fine di procedere ad un graduale isolamento dello stesso. Lavori di rassetto all’ingresso del Teatro greco. Nuovo accesso agli ambienti sotterranei del Foro Romano e conseguenti espropriazioni. Lavori per l’accesso ai ruderi della casa di S. Agata. Concorso ai restauri della cappella del Crocefisso nel Duomo per L. 1000. All’opera svolta dalla Soprintendenza in Catania ha prestato sempre zelantissimo ed intelligente concorso l’Ispettore onorario del circondario, Ing. Salv. Sciuto-Patti, altamente benemerito della tutela monumentale della sua città[17].

L’articolo si chiude con la descrizione dei lavori effettuati nella città di Siracusa, in particolare la fine dei lavori di restauro del Duomo che prevedeva il ripristino delle parti originali del tempio di Atena [figg. 2-3] e un accenno sul recupero di Palazzo Bellomo:

Nel Duomo, l’antico tempio di Athena, sopra progetto della Soprintendenza di Palermo, si condussero felicemente a termine vasti lavori per circa L. 60,000, col largo concorso di vari enti, e della liberalità dell’arcivescovo monsignor L. Bignami. Fu consolidato e restaurato il grande soffitto in legno del 1518 della nave centrale; si scrostarono le colonne doriche, deturpate da secolari intonachi, così che ora anche l’edificio greco può assai meglio studiarsi che prima non fosse. Vennero restaurate le pitture dello Scilla nella cappella del Sacramento. Nell’ultimo decennio la Cattedrale ha subita una vera trasformazione, mettendo quanto più era possibile in vista della parte greca, della bizantino-normanna e di quanto di artistico deriva da secoli successivi. La scrupolosa esecuzione di questi lavori ha riscosso il plauso dei numerosi archeologi ed architetti italiani e stranieri, che negli ultimi anni hanno visitato il venerando monumento. […] La Soprintendenza diede lumi, ausilio e denaro anche per i restauri del palazzo Bellomo, sede delle raccolte medioevali[18].


Nella complessa attività dell’archeologo, è importante evidenziare anche la fondazione nel 1920, insieme ad Umberto Zanotti Bianco, della Società della Magna Grecia, di cui è utile riportare lo statuto[19].
Sempre a Paolo Orsi e Umberto Zanotti Bianco si deve la fondazione, nel 1931, dell’“Archivio storico per la Calabria e la Lucania”, nella cui premessa Orsi scrive:

Nel dar vita a questo Archivio noi non dobbiamo mirare soltanto ad offrire un autorevole organo ai migliori cultori di studi storici delle due regioni ove la disperazione delle forze è oggi ancora attestata – come più volte lamentai – dal pullulare di una pleiade di piccole riviste povere di mezzi e quasi sempre di contenuto; ma dobbiamo compiere altresì tra i giovani studiosi un’opera educativa[20].


Nello stesso anno, la Società Magna Grecia finanzia il recupero del Tempio di Apollo a Siracusa [figg. 4-5]. Scrive Orsi:

Il tempio di Apollo in Ortygia è il più vetusto non solo di Siracusa, ma della Sicilia e della Magna Grecia. I suoi mutili avanzi, le sue colone ridotte in parte ad informi tronconi e profondamente rose dalla salsedine e dalle offese dell’uomo, sono oggetto di continui studi da parte degli archeologi, come gli epigrafisti si accaniscono attorno alla grande iscrizione che incide uno dei gradini dell’entrata. È verosimile che i primi coloni di Ortygia, appena sistemata dopo brevi lustri la difesa della città, ancora nel VII secolo abbiano posto mano alla costruzione di due santuari; quello della dea poliate del centro dell’isolotti (Athenanion) e quello di Apollo Arcageta, guida dei nuovi coloni, che lambiva quasi il grande canale proteggente l’accesso di Ortygia. Le forme tectoniche sviluppate in questo santuario appartengono al dorico più vetusto. Colonne tozze e pesanti (6 nei fronti, 17 nei lati lunghi) e così fitte come dovessero con un eccessivo accostamento sopperire allo sforzo di reggere il pesante architrave, che in alto doveva essere coronato di piastre fittili dipinte; greve e quasi schiacciato il capitello. L’iscrizione della gradinata d’ingresso, che pure va noverata tra le più antiche dell’isola, secondo una recente interpretazione ricorda che Cleomene di Cnideida dedicò ad Apollo (il tempio) elevando su ogni fronte sei colonne. Profonda è l’impressione che questo venerando rudero, ancora in gran parte soffocato da misere costruzioni, produce in chi l’osserva. Ed il più grande archeologo francese Giorgio Pierrot, dichiarava commosso di non aver visto in Grecia alcunché di simile a codeste colonne, che sembrano poderosi fusti di legno profondamente rosi e tarlati e sono contemporanee a quelle del tempio arcaicissimo di Corinto. Il denudamento delle parti ancora mascherate, e lo sgombero almeno parziale del temenos circostante al tempio promette una quantità di rivelazioni sulla Siracusa primitiva, ed è perciò che la Società Magna Grecia dovrebbe affrontare fidente ed ardimentosa la costosissima impresa[21].

La Società Magna Grecia ben presto promuove anche la tutela di edifici risalenti al periodo paleocristiano e medievale, vengono così stanziati i fondi per il recupero della cripta di San Marziano a Siracusa, ai quali partecipa anche Sebastiano Agati.
Nella lettera dell’11 dicembre 1931 l’archeologo roveretano scrive a Zanotti Bianco un resoconto dei risultati ottenuti durante i lavori di scavo:

11-XI-’31.
Ho seguito per un’ora e mezza la dimostrazione dei risultati conseguiti fin qui, fattami dal Prof. Agati il quale ha rilasciato nelle mie mani ricevuta di L. 3.000. Ma tale somma è stata parecchio sorpassata, e ti sarò grato se potrai mandarmi il resto promesso e impegnato. I lavori sono per ora sospesi, e forse sarebbe opportuno concentrare qui una parte dei mezzi destinati a S. Pietro. I risultati conseguiti a S. Marziano sono, oserei dire, grandiosi: Il terreno appare tutto sconvolto da trincee e quasi da mine. Sconvolte le planimetrie e le idee delle poche e magre pubblicazioni in argomento. Credo veramente che ora possediamo la tomba di S. Marziano. La quale anche prima era in vista. Ma il bravo D’Amico ha fatto opera eccellente di pulitura, consolidamento delle pitture; e così (ciò che prima non si vedeva affatto) il coperchio del sarcofago, e la lunetta di sfondo (ricorderai, esso è inserito in un arcosolio) appare tutto stuccato e coperto di una decorazione, con busti di Santi nello sfondo. Disgraziatamente tutte le pitture (quelle e parecchie altre) sono tutte in condizioni deplorevoli. Inutile pensare ad un distacco; esse devono rimanere sul posto come documento. […] Abbiamo altresì trovato centinaia di frammenti di belle scolture ornamentali-bizantine, di cui Siracusa è pure sempre povera. Penso di dare una larga relazione negli Atti della nostra Magna Grecia Bizantina Medioevale. Ma occorre danaro per la parte grafica e fotografica. […] Altra scoperta è quella di un nuovo ingresso antico, forse (?) prebizantino al Cimitero di S. Giovanni; anche qui vi è una montagna di terra (4 m. di altezza) da eliminare[22].


Nel 1939 è presentata la legge 1089/39 (Legge Bottai) che individua tutte le categorie d’interesse storico-artistico soggette a tutela e traccia le normative fondamentali che saranno alla base delle leggi ancora vigenti. La struttura legislativa e l’organizzazione burocratica permettono alle Soprintendenze di operare significativi interventi nel territorio di competenza. Un affresco dell’attività della tutela in Sicilia è delineato da Guido di Stefano[23], in un interessante e ben documentato contributo su “Archivio Storico Siciliano”[24]. Il lungo excursus tracciato giunge agli anni Cinquanta del Novecento, e comprende l’attività di soprintendenze e funzionari in diversi centri della Sicilia.
In tale quadro, segnato dalla forte personalità di Paolo Orsi nella parte orientale dell’isola, è ricordato anche Sebastiano Agati che, tra il 1902 e il 1949, svolge la sua opera di architetto, storico dell’arte, funzionario tecnico, ispettore onorario a Siracusa.



Profilo biografico


Le notizie su Agati [fig. 6] sono quasi del tutto sconosciute[25]. È stato possibile ricostruire un profilo biografico tramite le testimonianze dirette dei nipoti e le preziose notizie ricavate, in gran parte, da atti ufficiali e documenti depositati presso l’archivio della Soprintendenza di Siracusa e presso l’archivio del Museo Bellomo della stessa città.
Sebastiano Agati nasce a Siracusa il 5 luglio 1872, figlio di Francesco e Giuseppa Caracciolo, primo di sette tra fratelli e sorelle[26].
Dopo aver frequentato a Siracusa la Regia Scuola tecnica “Archimede” e conseguito la licenza presso la Scuola d’Arte applicata all’industria di Siracusa nel 1889, si trasferisce a Palermo per proseguire gli studi. Nel 1891 ottiene il diploma presso il Regio Istituto di Belle Arti  e, l’anno successivo, l’abilitazione all’insegnamento del Disegno nelle scuole tecniche e normali[27]. Il primo febbraio 1893 Agati è assunto come Disegnatore straordinario presso la soprintendenza di Palermo, due anni dopo, il 25 ottobre 1895, è nominato Disegnatore nel ruolo del personale dei monumenti[28]. Di questa attività sono state rintracciate numerose accademie e studi [figg. 7-11].
Già dal 1902 collabora con l’architetto palermitano Giuseppe Patricolo (1835-1905)[29], per il rilievo icnografico del Duomo di Cefalù[30], questo studio avvicina il giovane studioso ad una scrupolosa attenzione critica verso l’architettura medievale, restituita da un rilievo tecnico di grande accuratezza.
L’esperienza acquisita nel campo delle tecniche di rappresentazione durante gli anni di formazione artistica, infatti, è evidente nella produzione grafica di Sebastiano Agati. È nota l’attività di Agati come “illustratore”, in anni in cui la grafica (disegni o stampe) veniva, lentamente, affiancata dalle prime esperienze della fotografia. Oltre le illustrazioni, Sebastiano Agati scrive per alcune riviste quali “La Sicile Illustreè”, e “Rassegna d’Arte”, la sua breve attività letteraria culmina, come vedremo, con la pubblicazione, in collaborazione con Enrico Mauceri, di un libro dedicato ai monumenti e alle opere d’arte della Sicilia[31].
Il lavoro svolto nella pubblica amministrazione da Sebastiano Agati è documentato nelle schede di valutazione del personale compilate dai direttori degli uffici. Le schede erano generalmente annuali e contenevano, oltre le informazioni generali (dati anagrafici, titoli di studio, mansioni), notizie sul rendimento del dipendente e proposte per eventuali promozioni; ne è un esempio quella redatta da Giuseppe Patricolo direttore dell’Ufficio regionale per la conservazione dei monumenti della Sicilia in Palermo[32], che scrive di Agati:

Questo funzionario possiede un’attitudine speciale nel rilevare e disegnare i monumenti, rendendone con fine arte il loro carattere; oltre a ciò si è rilevato capacissimo nel condurre lavori di restauro, tenendone con diligenza e scrupolo la contabilità. Dopo tanti anni di prove non dubbie sarebbe tempo di porre l’Agati fra i funzionari di ruolo, dandogli pure quella promozione che giustamente merita; ciò che io raccomando oggi vivamente a codesto Ministero.

Nel 1904 è invece Giuseppe Rao, nominato direttore al posto di Giuseppe Patricolo, a riferire, per conto della soprintendenza, sull’operato di Agati rivelandone l’indole artistica nello studio e nel disegno:

Abilissimo nello studio, nel rilievo e nel disegno dei Monumenti delle varie epoche. Si è dedicato anche con amore allo studio della storia delle Belle Arti in Sicilia. Ha dato buona prova come assistente nei lavori per la conservazione dei Monumenti.

Sempre Giuseppe Rao, nella consueta compilazione della scheda sui dipendenti, nel 1907 pur riconoscendo le capacità lavorative di Agati ne lamenta la lentezza per i lavori assegnati[33].
L’anno successivo, da Siracusa, Agati svolge funzioni di catalogazione presso alcune corporazioni religiose e gestisce i servizi di custodia dei monumenti di Siracusa. Il direttore Giuseppe Rao nota: «Ha avuto affidato anche qualche incarico di ricognizioni di oggetti d’arte appartenenti a corporazioni religiose che ha espletato lodevolmente; ed ha redatto qualche perizia di lavori di poca importanza».
Conclusa l’esperienza palermitana, si trasferisce a Siracusa presso la Soprintendenza dove lavorò a stretto contatto con Paolo Orsi, che lì era stato destinato quale ispettore di terza classe degli Scavi, musei e gallerie del Regno. L’incontro con l’archeologo roveretano – figura complessa, mentore di giovani studiosi come Enrico Mauceri[34], storico dell’arte siracusano con il quale anche Agati avrà occasione di lavorare – crea un forte legame professionale e amichevole che finirà solo con la morte di Orsi nel 1935.
Nella scheda di valutazione del 1909, Paolo Orsi gli riconosce «attitudini all’ufficio svariatissime ed eccellenti. Funge da architetto». E, infatti, nel 1911 nelle osservazioni speciali delle schede dei dipendenti annota:

Per l’esperienza che io ho fatto del prof. Agati, lo ritengo degno della promozione ad architetto malgrado il difetto di studi superiori, difetto compensato da 15 anni di vita operosa vissuta in mezzo ai monumenti.

Nella stessa scheda personale, si trovano enumerati i lavori assegnati ad Agati:

Restauri varî a monumenti di epoca classica e medievale; rilievi e disegni dei monumenti (Castello Eurialo, pal. Bellomo, casa Montalto a Siracusa; chiesa di S. Focà a Priolo; castello di Aci Castello; chiesa di S. Francesco a Comiso etc). Rifacimento dell’elenco dei monumenti per la provincia di Catania e Siracusa.

In questi anni Agati è al seguito di Paolo Orsi nelle campagne di archeologia medievale in Calabria, dove Orsi aveva assunto la direzione della R. Soprintendenza (1907); in particolare collabora al progetto di restauro della Cattolica di Stilo e della decorazione a fresco risalente a epoca bizantina. Sono indagini poi confluite in studi monografici di Paolo Orsi[35], alle quali come storico dell’arte medievale contribuirà, appunto, con le campagne di scavo inaugurate nel 1912 e nell’anno seguente, anche Agati.
Nel 1909 progetta l’apertura di due balconcini e una finestra al secondo piano (adibito originariamente a soffitta) di palazzo Rizza a Ortigia [fig. 12]. Le indicazioni dell’architetto limitano la lunghezza delle lastre dei balconi, e non incide sull’identità dell’edificio che rimane una delle costruzioni quattrocentesche private ad oggi ben conservata, così come ebbe a dire Paolo Orsi al proprietario Gesualdo Rizza[36].
I lavori nel Duomo di Siracusa si concludono nel 1913, Agati descrive la storia dell’edificio e il modo in cui sono state preservate le varie impronte artistiche succedute al tempio greco:

A Siracusa si portarono a compimento i restauri del Duomo, il quale, come è noto, si sovrappone ad un tempio greco sacro ad Athena. Il tempio greco presenta nella sua struttura, nelle linee nobilmente austere delle sue colonne, le forme del dorico perfetto e canonico. Nel VII secolo viene trasformato in chiesa cristiana dal vescovo Zosimo che, «al culto della più pura delle divinità pagane, sostituisce quello della Vergine divina». Zosimo lascia lo schema templare greco immutato, ma chiude con muri gl’intercolunni degli ambulacri, apre una serie di arcate nei due muri laterali della cella, sì che il tempio viene a presentare in ultimo, la forma della basilica con una navata centrale e due laterali. Alquanto più tardi, dalla malsicura sede di S. Giovanni delle Catacombe, vi si trasporta la Cattedrale, onde il Santuario subisce altri adattamenti, altre riforme. Nei tristi secoli medievali, Siracusa, raccolta nel breve isolotto di Ortigia, provvide come meglio potè al decoro della sua maggior chiesa, ed a riparare ripetute volte i disastrosi effetti di violenti terremoti. L’ultimo e più grave, quello del 1693, aveva determinato il crollo della facciata normanna, della quale è a rimpiangere non sia rimasta riproduzione di sorta. Dopo quella data, nefasta per tutta la Sicilia orientale ed in particolare per il nostro tempio, imperversò la mania dei restauri, condotti secondo la moda e le correnti del tempo e senza riguardo alle precedenti tradizioni artistiche, i cui avanzi furono implacabilmente alterati e caricati d’intonaci e di stucchi, coi quali parve si volesse cancellare ogni traccia di paganesimo. Tali le condizioni della nostra chiesa, prima che vi ponesse mano la Soprintendenza di Siracusa, la quale esplicò per più anni l’opera sua, sorretta nel travaglio della soluzione d’infiniti problemi tecnici dagli incoraggiamenti di quanti, veramente intendenti d’arte, italiani e stranieri, visitarono il venerando santuario della storia di ventiquattro secoli. Conciliare i segni artistici di età profondamente disparate per concezioni religiose e gusto d’arte, dalla greca alla settecentesca, attraverso Bizantini, Normanni, Aragonesi, parve dapprima problema insolubile. Ed invero non era agevole, trovare, in un monumento che accoglie come un grandioso palinsesto le impronte disparate di tanti secoli, un motivo unificatore al quale potesse subordinarsi la complessa condotta dei restauri. Ma i lavori compiuti sotto la direzione di chi scrive queste brevi note, con il continuo consiglio di P. Orsi, diedero il modo di cogliere in pieno la struttura del tempio greco, nulla sacrificando delle manifestazioni delle epoche successive. Tutto ciò che di ogni età, era storicamente ed artisticamente degno, fu scrupolosamente conservato e messo in miglior vista, sì che il tempio oggi rifulge, senza aspri contrasti in tutta la sua austera bellezza dalle linee armoniose dell’ignoto architetto dorico del V secolo avanti Cristo, fino alle tarde ma nobili decorazioni sia pittoriche che architettoniche dello Scilla e del Picherale[37].

Poco dopo, Agati è nominato Ispettore Onorario della Soprintendenza di Siracusa, diretta da Paolo Orsi che amministra anche il Museo Archeologico e fornisce periodicamente informazioni riguardanti gli scavi, i lavori di restauro, le acquisizioni. Proprio per una direttiva mandata dal Ministero, in cui si chiede alle Soprintendenze di creare un elenco di monumenti da salvaguardare, Agati è designato catalogatore dal ministero[38].
La pubblicazione apparirà nel 1917 con un’introduzione di Paolo Orsi:

Nello scorrere l’Elenco degli edifici monumentali della provincia di Siracusa, che ho l’onore di presentare alla S. V. Illustrissima, sono rimasto colpito io stesso dal numero relativamente esiguo di essi. […] Una tale deficienza io attribuisco a due fattori ugualmente negativi, uno politico, l’altro sismico. Siracusa fu davvero grande soltanto nell’antichità; nei tempi di mezzo l’architettura v’ebbe una modesta fioritura all’epoca normanna e sveva; dopo di allora è una desolante decadenza, corrispondente alle sinistre condizioni politiche, decadenza che è durata sino a pochi lustri orsono. Pressoché nulla possediamo del buon Rinascimento; viene poscia un dilagare dell’arte barocca, che solo col secolo XVIII, talvolta per opera di monaci e architetti, assunse forme più purgate e piacevoli. […] l’esaltazione dell’ascetismo dovuta, dalla metà del secolo XVI, alla controriforma, ebbe larga ripercussione in Sicilia anche nel campo dell’architettura. Città e borgate si popolarono allora di una miriade di nuove chiese, di chiesette, di oratori, e soprattutto di monasteri, taluni sontuosissimi, contro i quali troppo ha inveito il modernismo, senza discernimento distruggendo e abbattendo sovente anche ciò che aveva pregio d’arte. […] Nessuna regione d’Italia, nessuna parte dell’isola possiede, appunto per ciò, tante opere di escavazioni rupestri dovute alla mano dell’uomo, quante ne possiede la provincia di Siracusa. A prescindere dalle migliaia di sepolcri siculi (la cui esplorazione è, fortunatamente, molto progredita), che culminano nella meravigliosa e fantastica necropoli di Pantalica, nessun’altra regione d’Italia vanta un complesso di cimiteri cristiani quali Siracusa, a ragione proclamati da G. B. De Rossi [39] rivali per grandiosità a quelli di Roma. E dire che sino ad un trentennio addietro si conoscevano solo le insigni catacombe di San Giovanni […] Per finire dirò, che sgradevolmente colpisce la mancanza assoluta di una letteratura monumentale dell’evo medio e moderno, mentre abbonda, relativamente, quella dell’evo antico dovuta agli archeologi. La scienza dei monumenti, nata ieri, non ha fin qui avuto in questa provincia un cultore specialista; eppure le case patrizie, i pochi castelli, le poche chiese medievali, i molti monumenti sei e settecenteschi offrirebbero ampio e dilettevole campo ad un architetto erudito per gettare una buona volta le basi di quella storia critica ed analitica dell’architettura siciliana, che ancora manca. Comunque, la Sovrintendenza ha posto ogni diligenza nella redazione di questo primo elenco di monumenti, che considera come sacro retaggio affidalo alle sue cure. Detto elenco venne redatto dal prof Sebastiano Agati e dal sottoscritto, e la bibliografia dal sottoscritto.[40]

Contemporaneamente proseguono i lavori di restauro del palazzo Bellomo e il 31 ottobre del 1923 Agati firma come “Funzionario Tecnico Redattore” una perizia per il recupero delle sale del pianterreno e il trasporto e sistemazione di materiale artistico (sculture, statue, ecc) presente nella sede centrale del R. Museo di Siracusa.
Sebastiano Agati intrattiene un breve rapporto epistolare con Umberto Zanotti Bianco[41], amico fraterno di Orsi, in quegli anni in contatto con Giuseppe Agnello[42], ed uno dei fondatori (oltre la Società Magna Grecia) dell’Associazione Nazionale per gli Interessi del Mezzogiorno d’Italia. La lettera del 17 aprile del 1932 è una richiesta economica per la prosecuzione dei lavori di scavo presso la cripta di S. Marziano a Siracusa:

Il lavoro si è svolto tra mille difficoltà, cercando la costruzione originaria della cripta si è dovuto pensare in più tempi a salvare le soprastrutture medievali di conservazione. […] I risultati, che solo uno scavo metodico poteva condurci, hanno procurato documenti nuovi ed hanno consentito di raccogliere dati abbondanti per risolvere il problema della cripta Marciana, lasciata insoluta da quanti si sono fin qui occupati del cimitero cristiano di S. Giovanni. Nemmeno il Führer volle tentare la ricostruzione della pianta[43].

Nella lettera successiva del 17 luglio 1933, Agati mantiene in costante aggiornamento Zanotti Bianco sui lavori della cripta e sulle difficoltà sopraggiunte dall’effetto climatico che condiziona la salute degli operai:

Caro Dottore Zanotti, ancora pochi colpi di zappa ed avrò finito a S. Marciano. La Pianta è fatta, sono pronte anche le fotografie. Siamo in ritardo, è vero, ma ciò è accaduto a causa dell’estate che quest’anno si è fatta attendere. Io già la intuii della necessità che i lavori laggiù nella cripta si facciano nel tempo dei forti calori per non esporre gli operai a malattia[44].

Esprime anche la sua preoccupazione riguardo la nomina di soprintendente e direttore del museo siracusano assegnata a Giuseppe Cultrera[45]:

Le cose nostre qui non si presentano come erano nelle previsioni e nelle promesse. Il Prof. Cultrera avrà anche la direzione del Museo, ciò che mi da molto a pensare per la tranquillità del nostro Senatore[46]. Ma vedrò se riuscirò a mantenere la pace[47].

Conclude la lettera proponendo una serie di azioni commemorative in onore di Paolo Orsi tra le quali una targa, un busto in bronzo e alcune medaglie d’oro:

Pensiamo tra un gruppo di amici alle numerose onoranze da tributare al Senatore, le quali dovrebbero essere a mio avviso improntate a grande semplicità. Ma certamente sarà dei nostri. Si penserebbe a questo programma:
1. Istituzione di una targa intitolata a Paolo Orsi
2. Intitolazione a Paolo Orsi della grande sala biblioteca nella nuova ala del Museo Reg. di Siracusa, con l’elevazione di un busto in bronzo (Scultore Diano)
3. Medaglie d’oro espressamente coniate (Scultore Diano) [48].

A distanza di due mesi, un’altra lettera indirizzata sempre a Umberto Zanotti Bianco mostra il disagio di Agati per la carica appena assegnata al Cultrera e osserva che quest’ultimo: «Vuol fare il soprintendente in pieno e non consente ingerenze dei suoi dipendenti in affari d’indole scientifica»[49].
Segue l’aggiornamento sullo stato di avanzamento dei lavori nella cripta di S. Marziano finanziati dalla Società Magna Grecia:

Il Prof. C. che ha dovuto mettere anche a giorno sui lavori eseguiti con i fondi della M. G. a S. Marziano, si è mostrato disposto a scrivere lui l’articolo per gli atti. Pertanto io le consiglio di scrivergli subito dandogli l’incarico sul nome della M. G. Egli è uomo onesto e dirà a chi spetta il merito della scoperta. I grafici sono tutti completi. […] verrà un bel lavoro completo esauriente, mai tentato fin qui dagli illustratori di quel complesso monumentale così caotico nell’apparenza[50].

Un’altra annotazione nella lettera è relativa alla mancanza di fondi necessari al restauro del Tempio di Apollo[51]. La lettera chiude accennando al precario stato di salute di Paolo Orsi, colpito da «arteriosclerosi ormai diffusa».
Nel 1935 Sebastiano Agati pubblica un articolo[52], dedicato all’amico appena scomparso, in cui viene descritto il lavoro svolto all’interno della soprintendenza nel periodo della loro collaborazione:

Nel periodo in cui Siracusa fu sede della Soprintendenza ai monumenti (1908-1924) per le province di Catania e Siracusa, Paolo Orsi scrisse un importante capitolo nella storia dei restauri ai monumenti, sia classici che medievali e moderni, affidati alle sue cure. A Siracusa, furono intrapresi e condotti a compimento i lavori di assetto della zona alta del Teatro greco, dove un molino era rimasto per oltre due secoli a turbarne le linee severe. Riscattato il molino e poscia demolito, fu possibile isolare e restaurare con opportuni accorgimenti l’intiera zona. L’Ara di Ierone II, l’Anfiteatro, il Castello Eurialo all’Epipoli, le Catacombe di S. Giovanni e di Vigna Cassia, palazzo Montalto, palazzo Bellomo, la casa delle Orsoline, la chiesa di S. Maria, le parrocchiali di S. Tommaso e di S. Martino, la chiesetta normanna di S. Nicolò La Pietra, la basilica prebizantina di S. Foca, presso la frazione di Priolo, per dire dei principali monumenti, ebbero a Siracusa consolidamenti e restauri, i quali valsero a salvare alcuni di essi da sicura rovina. La chiesa di S. Lucia al Sepolcro fu isolata nella sua parte absidale, ponendo i lavori anche in relazione colle sottostanti catacombe, nell’istesso tempo scoperte e scavate. Lavoro di grande mole fu quello eseguito dalla Soprintendenza ai monumenti per incarico del Ministro della Guerra. Fu dolorosa necessità, infatti, accasermare durante l’ultima grande guerra le truppe di stanza a Siracusa in alcune chiese della città, onde molti danni esse subirono in conseguenza di tale uso. Larghi restauri pertanto furono condotti nelle chiese ex conventuali di S. Benedetto, del Carmine, di S. Lucia, dell’Immacolata, nella chiesa del Collegio di S. Giuseppe, in quelle dello Spirito Santo, di S. Giovannello, di S. Pietro, di S. Cristoforo, ridandovi stabilità, decoro ed assetto, mentre si ponevano in valore gli avanzi di epoche più remote, emersi durante i lavori. Le stonacature e gli isolamenti praticati nella chiesa di S. Pietro svelarono l’esistenza della basilichetta bizantina dedicata a questo Santo che credevasi distrutta. I castelli medievali di Adrano, di Acicastello, di Motta S. Anastasia, di Vendicari presso Noto, mal ridotti per il lungo abbandono, riprendevano nuova vita. A Centirupe il mausoleo di Corradino, i ruderi dei così detti Bagni ricevevano cure e consolidamenti onde arrestarne il disfacimento. A Militello di Val di Catania, la bella chiesa di Santa Maria la Vetere riebbe i tetti del portico e della navata; ad Acireale la chiesa di S. Antonio Abate fu risanata dall’umidità, senza di che gli affreschi del Vasta, onde è decorata, sarebbero andati irrimediabilmente perduti; a Ragusa Ibla fu restaurato il grande portale d’arte catalana di S. Giorgio Vecchio; a Nicosia provvidenze conservative furono adottate per gli affreschi di Filippo Randazzo, di cui è tappezzato quell’oratorio di S. Calogero[53].


Il 31 dicembre 1932, in ottemperanza della riforma degli uffici provinciali, Siracusa diventa sede della Soprintendenza alle antichità per tutte le province della Sicilia. Le politiche di tutela del patrimonio artistico e monumentale sono ricordate da Agati:

Sebbene il compito assegnato alla Soprintendenza di Siracusa fosse quello di attendere alla condotta degli scavi archeologici, alla cura ed all’incremento dei Musei prevalentemente classici, tuttavia furono portati a compimento notevolissimi lavori d’isolamento e di restauro in monumenti di età greca e romana, prima avvolti e soffocati da fabbriche moderne, ovvero giacenti sotto cumuli di rovine. Lavori di isolamento, o per meglio dire vera e propria redenzione, furono eseguite ad Agrigento intorno al Santuario di Demetra ed ai templi di Esculapio, di Vulcano, dei Dioscuri; a Selinunte presso il Santuario della Malophoros, dove fu provveduto, mercé apposite nervature in cemento armato, al consolidamento dell’edificio principale del Santuario, rimasto per più tempo in istato rovinoso. Opere di liberazione furono compiute nelle rovine di Tindari; così nel Teatro di Taormina fu dato inizio a quegli sgomberi da tempo vagheggiati, i quali seguiti man mano da necessari ripristini, hanno avviato a soluzione molte delle incognite che presentava la fabbrica ellenistica cui si sovrappose più tardi la riforma romana. Un’opera di mole eccezionale, sempre in tema di isolamento, va ricordata: la redenzione compiuta negli anni 1929-30, del tempio dorico di Imera auspicata da tempo da Luigi Mauceri che a quel tempio aveva dedicato una dotta monografia[54]. Tutta la superficie dei ruderi era coperta di alti strati di terra e di detriti e sulla parte elevata erano appoggiate fabbriche moderne, sì che scarsissimi elementi apparivano alla superficie. Il lavoro, faticoso e difficile promosso dalla «Società Magna Grecia» e affidato alla direzione dell’ispettore Pirro Marconi[55], importò la demolizione dell’intiera vasta fattoria – la fattoria di Bonfornello – le cui macerie, insieme col materiale di scavo, richiesero lo sgombero di circa diecimila metri cubi di detriti[56].


Nel medesimo articolo pubblicato su “Archivio Storico della Calabria e Lucania” Agati cita anche il recupero della cripta di S. Marziano finanziato dalla Società Magna Grecia:

Infine durante l’estate del 1931 e la primavera del ‘32 con fondi della «Società Magna Grecia» si svolsero delicati lavori nella cripta di S. Marziano a Siracusa, «diretti a precisarne la struttura originaria ed a stabilire se e quanta consistenza avesse la secolare tradizione, che qui fosse il sepolcro del fondatore della Chiesa siracusana». Ma se i risultati degli scavi metodici nel tormentato santuario procurarono documenti nuovi e consentirono di raccogliere dati abbondanti per risolvere i problemi fin qui insoluti, misero d’altra parte allo scoperto le poco rassicuranti condizioni della compagine della cripta, onde fu necessario provvedere ad urgenti consolidamenti. Particolari cure vennero inoltre rivolte ai freschi di tutte le età (ridotti in pessime condizioni del mancato regime delle acque) che rivestono le pareti del sacro luogo, talvolta a più strati[57].

Ed infine i lavori di ripristino del Teatro e dell’Odeon di Catania:

Il teatro di Catania, sorto in epoca greca, ma rifatto in varie riprese in epoca romana, deve considerarsi uno dei più interessanti da studiare, perché, sepolto com’è sotto costruzioni posteriori, con una sola piccola parte di cavea visibile e con il fondo invaso dalle acque stagnanti dell’Amenano, non ha avuto nemmeno la fortuna di essere ben rilevato, né di vedere risolti i molteplici problemi connessi con la sua origine e con le sue trasformazioni. La Soprintendenza di Siracusa, durante il governo dell’Orsi, mercé l’espropriazione di alcune case, ne iniziò la liberazione, ma l’impresa non poté condursi a termine per mancanza di mezzi. Ma Catania, oltre al grande teatro, uno ne possiede di minori proporzioni, disposto lateralmente a quello ed appoggiato allo stesso colle. Questo piccolo teatro, nel quale gli eruditi locali hanno creduto di riconoscere un Odeon, presenta la forma comune ed altri edifici romani congeneri. La cavea che ne costituisce il corpo principale si svolge in parte incassata nel monte, in parte isolata e racchiusa da una muraglia semicircolare ornata all’esterno di arcate e di lesene di rinforzo. Sostengono questa seconda branca di cavea muri con disposizione a ventaglio, formanti a due a due il guscio di 17 aditi praticabili, anch’essi diretti come raggi al centro. Quasi veruna traccia rimane del fronte della scena né del pulpitum; al loro posto oggi torreggia un palazzo a più piani. Gli aditi adibiti fino a pochi anni addietro ad usi domestici dai diversi proprietari che vi arrecarono modifiche e trasformazioni non poche e vi sopraelevarono perfino nuovi piani. Sulla branca inferiore della cavea sorgevano altri corpi bassi, poggianti sopra enormi masse di detriti. Le preoccupazioni per le sorti dell’importante monumento cominciarono a manifestarsi quando, nell’aprile del 1868, uno dei proprietari, volendo procedere ad alcuni lavori di riforma, abbatteva una parte del cuneo estremo ovest, ond’egli veniva condannato al risarcimento dei danni ed alla pena del confino (Legge borbonica). Fu in seguito a tale increscioso fatto che si pensò di riscattare per conto dello Stato l’intiero edificio allo scopo di isolarlo. Si ottenne un decreto di pubblica utilità in base ad un progetto del Genio Civile di Catania del 1879, ma le pratiche abortirono sul nascere. La Soprintendenza di Siracusa, impensierita delle condizioni di abbandono in cui trovavasi il monumento, si propose di affrontare in pieno il problema della redenzione del rudere. E l’impresa, che pareva prima un mito, è quasi al suo termine. Con la liberazione di tutta la cortina di casupole che ne nascondevano il godimento, l’edificio, prima quasi sconosciuto, risorge ora imponente nella sua tinta grigia, propria del materiale ond’è costruito, ossia la lava. Ai consolidamenti, eseguiti là dove apparvero necessari, fu provveduto mercé riprese con murature di mattoni, tenuta in arretrato rispetto all’antico fronte[58].

Agati chiude l’articolo ricordando la grande professionalità con cui Paolo Orsi ha diretto la soprintendenza:

E questo schematico elenco potrebbe a lungo seguitare se, uscendo fuori da quella forma di attività in cui l’azione della Soprintendenza ebbe un carattere veramente personale e diretto, ci si volesse addentrare in una disanima completa di quelle minori manifestazioni che ebbero vita e sviluppo sotto il controllo dell’ufficio di Siracusa, di cui l’Orsi fu sempre la mente direttiva. Campo vastissimo – sebbene destinato a rimanere il meno conosciuto – che investe tutta un’attività chiamata quotidianamente a risolvere problemi più o meno gravi di decorazione o di restauro. Approvazione di progetti, proposte di modifiche, elaborazione di disegni, tracciamento di norme, energica opposizione di divieti, costituirono la trama di quest’opera vigile che ebbe ripercussione vastissima, sia direttamente, sia attraverso l’azione degl’ispettori onorari, scelti con oculato criterio in ogni angolo della Sicilia. Ma il quadro sommario in precedenza tracciato credesi valga a dare un’idea della potenza costruttiva dell’Orsi, che fu soprattutto uomo di studio e di meditazione severa, ma seppe anche entrare con gagliarda forza assimilativa, nel campo della pratica attività e risolvere genialmente, in un’atmosfera di armonica collaborazione, gravi problemi di archeologia e di arte[59].

Tra il 1934 e il 1938, Sebastiano Agati e Giuseppe Cultrera partecipano ai restauri nel Tempio di Apollo a Siracusa. Ad Agrigento, nel tempio della Concordia e nel Tempio di Era, effettuano il consolidamento delle colonne e delle gradinate e del basamento orientale[60]. I due architetti liberano un tratto della cavea dell’Odeon di Catania (Agati firmerà i rilievi), e nel teatro di Tindari [fig. 13] progettano il ripristino in muratura del podio romano arretrandolo rispetto alla collocazione precedente.
Sempre nel 1938, Guido di Stefano pubblica L’architettura religiosa in Sicilia nel XIII sec.[61] e rende noto che Sebastiano Agati si è interessato alla ricostruzione storico-artistica della chiesa di S. Nicolò di Agrigento. Dopo un’attenta ricerca che si avvale anche della comparazione delle date di affreschi presenti all’interno dell’edificio, Agati deduce che vi siano stati rimaneggiamenti decorativi nel XVI secolo; più specificatamente scrive in una lettera inviata a di Stefano:

[…] una rielaborazione profonda è avvenuta verosimilmente nel ‘500 […] la riforma, con aggiunte, ringrossi murari, spessi intonaci, occultò quasi totalmente la primitiva fabbrica, il maggior danno ebbe a soffrirlo la facciata, la quale fu rifatta di sana pianta, forse arretrandola, onde avere base più solida in terreno franoso. E non mi meraviglia che in tale rifacimento si sia voluto, alla grossa, riprodurre il disegno della facciata primitiva[62].

Nello stesso anno Agati progetta, in collaborazione con l’ingegnere Giuseppe Bonajuto, il recupero del palazzo Greco a Siracusa [fig. 14]; una costruzione medievale colpita da forte degrado ed in stato di abbandono, da destinare a sede dell’Istituto Nazionale del Dramma Antico (inda), istituto fondato nel 1914 per la promozione, attraverso le rappresentazioni teatrali e le ricerche scientifiche, del teatro antico[63].
La diretta testimonianza è contenuta nella lettera del 31 luglio 1938 spedita al Soprintendente all’arte medievale e moderna di Palermo, Filippo Di Pietro[64], al quale chiede l’autorizzazione per l’avvio dei lavori: «Ho il piacere di informarVi che si è risolta, favorevolmente agli interessi dell’Arte, la questione riguardante la casa medievale già di proprietà Greco, apparsa durante il corso delle demolizioni condotte dal Comune di Siracusa lungo la via del Littorio».
E prosegue:

[…] La parte medievale della casa non verrà alterata, ma sarà necessario integrarla sia per restituire alla stessa l’equilibrio statico di un tempo, sia per creare i vani di cui l’Istituto bisogna. Tale integrazione sarà improntata alla massima semplicità, scartando qualsiasi vista ed insulsa imitazione dell’antico. L’Ingegnere architetto Giuseppe Bonaiuto, che, al riguardo, ha voluto ascoltare qualche mio suggerimento, ha redatto il progetto relativo, il quale trova la sua esplicazione nelle 5 tavole di disegni, che a parte Vi spedisco. […] Il progetto, la cui compilazione, non è stata scevra di difficoltà, credo risolva e concilii opportunamente le varie esigenze. Come ho detto, la parte antica viene ad essere rigorosamente rispettata, anzi, dove è possibile, ricondotta alle origini e posta meglio in vista. […] L’ingresso allo stabile è previsto con simpatica ed opportuna soluzione dalla porta ogivale che si apre sotto l’antica torretta, del lato della via S. Cristoforo. Da tergo, incastonate alle pareti lisce, appariranno alcuni elementi architettonici recuperati dalle demolizioni, con ciò volendo venire incontro al desiderio espresso dall’On. Biagio Pace, Presidente dell’Istituto. […] Ben s’intende che porgo fin da ora a Vostra disposizione l’opera mia per quanto concerne la vigilanza sui lavori a compiersi[65].

Pochi giorno dopo, il 5 agosto del ‘38, Agati riceve la risposta con la quale il Soprintendente di Palermo chiede documentazione fotografica della casa ad integrazione del progetto ed aggiunge:

Conto nella Vostra preziosa collaborazione e sarò ben lieto a suo tempo di poterVi dare l’incarico di vigilare i lavori, che saranno eseguiti nella casa in oggetto per adattarla a sede principale del Dramma Antico[66].

I lavori si protraggono per due anni, al termine dei quali la Casa viene ufficialmente assegnata, come sede provinciale, all’Istituto Nazionale del Dramma Antico. Ne dà comunicazione sulle pagine della rivista “Dioniso”[67] Vincenzo Bonaiuto, segretario dell’Istituto[68]. L’articolo annuncia la consegna dell’edificio da parte delle istituzioni e riassume sia le fasi di restauro sia la descrizione e collocazione delle stanze dell’edificio: «Sorse allora nel nostro Presidente [Biagio Pace] l’idea di utilizzare la palazzina medievale scoperta durante le demolizioni in Via del Littorio, tra le strutture di Casa Greco, e che gli organi competenti avevano dichiarato dovesse andare rispettata».

[…] Intorno alle pareti superstiti dell’antico edificio – il portico interno con una squisita bifora, la torretta, la postierla dell’atrio e alcuni altri portali, messi opportunamente in rilievo, che costituiscono le parti più caratteristiche della costruzione […] l’opera è stata condotta d’intesa con la Regia Soprintendenza ai Monumenti per la Sicilia, rappresentata dall’architetto Sebastiano Agati, che è stato collaboratore e consulente artistico del progettista[69].

Sul versante architettonico il recupero di edifici degradati come palazzo Greco e palazzo Bellomo [fig. 15], destinati a centri di divulgazione culturale, preannunciano la nuova concezione del restauro di tipo conservativo. L’obiettivo è quello di ridurre i lavori alla manutenzione e al consolidamento escludendo, quanto più possibile, il ripristino di parti mancanti e rispettando l’originale identità progettuale pur tenendo conto delle possibili variazioni stilistiche subite nel corso dei secoli.
Due anni più tardi, nel 1940, il Soprintendente ai Monumenti di Catania, Armando Dillon[70], riceve una lettera dell’allora Soprintendente di Palermo, il fiorentino Roberto Salvini[71], riguardante la protezione degli edifici contro le incursioni aeree:

Come da accordi verbali, resta inteso che all’apportazione dei segni distintivi negli edifici del Museo di Palazzo Bellomo di Siracusa e del Museo Civico di Castello Ursino in Catania provvederà codesta Soprintendenza avendo tali edifici carattere estremamente monumentale[72].

Di conseguenza, viene richiesto a Sebastiano Agati un progetto per la protezione del Duomo e in particolare delle due statue presenti nel prospetto, S. Pietro e S. Paolo opere dello scultore palermitano Ignazio Marabitti[73].
Monsignor Ettore Baranzini, arcivescovo di Siracusa, comunica al Soprintendente Dillon l’inizio dei lavori per tutelare il Duomo dalle incursioni aeree, riponendo massima fiducia nella professionalità di Agati:

Ho dato disposizione affinché operai addetti ai lavori di protezione antiaerea, siano ammessi ad eseguire la necessaria tutela dell’altare con tabernacolo del Vanvitelli in questa Cattedrale[74]. A maggior garanzia ho affidato la sorveglianza al Comm. Arch. Sebastiano Agati[75].

Dalle corrispondenze consultate si evince che Sebastiano Agati nel 1941 cura l’acquisto per il museo di un dipinto di scuola messinese del XVI secolo raffigurante la SS. Trinità dell’Arcibasilica dello Spirito Santo di Siracusa.
Nello stesso anno chiede al direttore del Museo di Messina il permesso di creare calchi in gesso di alcune parti del sarcofago dell’arcivescovo Pietro Bellorado, opera dello scultore carrarese Giovan Battista Mazzolo (1513) custodita oggi all’interno del Duomo di Messina, per integrare il monumento funebre di Eleonora Branciforti scolpito dallo stesso artista e presente nel museo[76]. E sempre per il restauro il palazzo Bellomo, il 20 marzo Agati riceve «[…] in vaglia bancario la somma di L. 4986,85, quale terza anticipazione per far fronte ai lavori di restauro in corso».
Durante il conflitto mondiale, il 23 luglio 1942, Agati scrive al soprintendente Dillon preoccupato per la sorte di palazzo Greco destinato a sede del comando militare:

La progettata occupazione dei locali dell’Istituto nazionale del Dramma, pare tenda a dare una sede al Comando delle nuove truppe che dovranno presenziare Siracusa. Sicché né il Prefetto e tanto meno il Podestà vi hanno ingerenza. Gioverà perciò che cotesta on. Soprintendenza si rivolga direttamente al Ministero dell’Educazione nazionale, il quale, di comune accordo con il Ministero della Coltura popolare, già interessato, potrà influire presso lo Stato Maggiore dell’Esercito, affinché si desista dalla determinazione presa dall’autorità militare locale[77].

Sei mesi dopo Agati invia a Dillon il progetto per la salvaguardia delle statue di S. Pietro e S. Paolo di Ignazio Marabitti, proponendo una soluzione inedita rispetto le normali strutture di protezione[78]:

Scartato l’uso del castello in legname e sacchi di sabbia che a seguito della dolorosa esperienza fatta dalle recenti incursioni nelle città del continente, si è dimostrato insufficiente,[79]e talvolta anche dannoso, avrei ideato di involucrare con muri in cotto tanto le statue che i sottostanti piedistalli, colmando i vuoti interni della massa muraria con sabbia sciolta, la quale, penso, potrà servire ad attutire gli scuotimenti cagionati dagli scoppi dei proiettili che dovessero cadere in prossimità. Una vera e propria tramoggia, dunque, ripiena di sabbia, da coprire con voltine in cemento armato e con cordolo, pure in cemento armato, a metà altezza per assicurarne meglio la stabilità. […] Quanto alla statua di Sant’Ignazio nell’interno del Collegio, poiché trattasi di una chiesa demaniale, sarei di avviso che delle relative provvidenze di difesa venga incaricata l’intendenza di Finanza […] Infatti preso da troppi impegni e preoccupazioni (cui va unita la considerazione della mia non più giovane età) onde porre in salvo le numerose opere d’arte nobili della città, non mi rimane tempo sufficiente per poter attendere con la dovuta assiduità alla condotta delle opere che vorreste affidarmi[80].

Il 1943 è l’anno che segna la vasta campagna di bombardamenti aerei sulla Sicilia, di cui resta un preciso “bollettino di guerra” sulle pagine del “Giornale di Sicilia”[81].
Il 23 giugno viene trasmessa dal Soprintendente una lettera al Ministero contenente l’elenco dei danni riportati al Duomo di Siracusa a seguito dell’esplosione di alcune bombe; lo spostamento d’aria ed alcuni frammenti staccati dal campanile provocarono danni anche alla copertura e al soffitto della navata principale coinvolgendo parzialmente anche il Palazzo Bellomo[82].
L’anno successivo, durante l’occupazione, Agati chiede notizie riguardanti due opere ‘siracusane’, l’Annunciazione[83] di Antonello da Messina e il Seppellimento di S. Lucia di Caravaggio[84], entrambe in restauro a Roma.
Gli effetti della guerra non tardano: nel 1945 Agati lamenta l’aumento dei prezzi dovuti alla speculazione che condiziona l’economia dell’Italia e la probabile difficoltà di eseguire tutti i lavori con i fondi stanziati per il recupero degli edifici danneggiati dagli eventi bellici[85].
In una lettera spedita nel 1945 al canonico Concetto Rotondo, il soprintendente Dillon rilascia il nulla-osta per l’esecuzione dei lavori di restauro del pavimento della cappella di S. Lucia del Duomo di Siracusa, esprimendo ancora una volta ottimismo per la scelta di Agati come supervisore dei lavori. Scrive infatti: «Prendo atto con piacere che i lavori saranno diretti dall’ingegnere La Ciura con l’assistenza, per la parte artistica, dell’arch. Prof. Agati»[86].
Durante il periodo della seconda guerra mondiale, alcune opere d’arte furono dislocate, secondo uno schema fornito da Agati, presso altre città siciliane, mentre e le opere difficili da spostare furono “difese” con imbracature. La realizzazione dei castelletti di protezione, che dovevano accogliere le opere protette da sacchi di sabbia, fu affidata all’artigiano siracusano Carmelo Minniti.
Agati dispose, inoltre, di ricoverare a Palermo i quadri più importanti e le opere d’arte applicata al museo archeologico di Siracusa:

Le sculture in situ con castelletti di legno e sacchi di sabbia
I quadri più significativi chiusi in casse e trasportati a S. Martino delle Scale
Arti Minori, Maioliche ecc, al Museo Archeologico chiusi in casse[87].

Il 26 ottobre 1947 si abbatté, su Siracusa, un violentissimo nubifragio che creò svariati danni al museo. Immediata l’ennesima lettera di Agati alle autorità preposte allo stanziamento delle somme per arginare i danni e ripristinare i canali di scolo delle acque:

L’eccezionale irruenza della pioggia ha cagionato guasti ai tetti ed agli scoli dei cortili, ostruendo in quest’ultimi i canali di convogliamento delle acque, così da allagare parte del piano terra. Urge provvedere ai ripari ove non si voglia incorrere in danni maggiori[88].

Negli ultimi anni di vita, il lavoro di Sebastiano Agati si concentra principalmente sulle attività di palazzo Bellomo e la conservazione delle opere d’arte:

Desideroso di rivedere la mia presente situazione, in relazione al proposito di volermi quanto prima ritirare a vita privata […] Me ne rammarico, come può rammaricarsi chi, al pari di me, dopo anni di lavoro irremunerato, e con una pensione di fame, si trovi nella incresciosa necessità di por mano alla propria esausta borsa, pur di non vedere deperire le opere d’arte affidategli[89].

È datata 21 aprile 1948 una lettera inviata al soprintendente in cui Agati chiede il rimborso spese per la spedizione di una tavola del pittore Antonello “Panormita”, in deposito temporaneo presso i locali di Castello Ursino di Catania:

Ho tuttavia presente una nota di spese inoltrate per il trasporto a Siracusa per la tavola del “Panormita” che era rimasta depositata al Museo Civico del Castello Ursino durante la guerra. Per tutto quanto occorse (imballo, cassa, spedizione in ferrovia ecc..) si occupò gentilmente uno dei custodi del Castello, il sig. Sebastiano Noè, il quale fu da me rimborsato, tramite il pittore Nicolosi[90].

Nel 1949 Agati accoglie in visita a Palazzo Bellomo Cesare Brandi, direttore dell’Istituto Centrale del Restauro di Roma. Vengono scelti due dei quadri presenti nella collezione del museo da sottoporre ad intervento di restauro. Nella lettera inoltrata il 24 giugno[91] dello stesso anno si fa riferimento ai costi di spedizione per effettuare il trasporto delle opere ma, soprattutto, è importante notare il precario stato di salute di Sebastiano Agati che scrive: «Ch.mo Professore Cesare Brandi, non ho scritto fino adesso perché le mie condizioni di salute non me lo hanno consentito»[92].
L’ultima lettera in ordine cronologico, presente presso gli uffici del museo, porta la data 22 luglio 1949: è una richiesta d’intervento di restauro per il quadro del pittore fiammingo Guglielmo Borremans, raffigurante la Madonna in gloria tra i SS. Lucia, Agata e Antonio Abate. In una nota a margine si legge che Cesare Brandi riconosce l’iconografia del quadro con S. Eulalia e S. Caterina. Enrico Mauceri la descrive così in “Bollettino d’Arte”[93]:

L’altra tela (m. 2,46 x 3,74), già nota per un lavoro del Di Marzo, dà pure l’immagine dell’Immacolata, ma con raggruppamento più ricco di figure, essendovi in basso la Maddalena, S. Caterina, S. Antonio abate, S. Francesco e S. Chiara. Essa, oltre la data 1716, reca la firma del pittore Guglielmo Borremans, un fiammingo che trascorse molti anni in Sicilia lavorando a fresco nelle chiese, ma che non giunse mai a vera altezza e solenne magistero d’arte.


I contributi sulla stampa periodica

Come già accennato Sebastiano Agati si avvicina alla pubblicistica inizialmente come illustratore grafico: nel 1903 Gioacchino Di Marzo e Enrico Mauceri pubblicano su “L’Arte”, la rivista diretta da Adolfo Venturi, un articolo dal titolo L’opera di Domenico Gagini in Sicilia[94], un’attenta ricostruzione, supportata anche da fonti documentarie, di alcuni lavori eseguiti dallo scultore bissonese a partire dal 1463. Nell’articolo sono citati anche i capitelli che Domenico realizzò per le colonne della chiesa dell’Annunziata a Porta S. Giorgio di Palermo (distrutta dai bombardamenti del 1943[95]). Illustrano il contributo dei due storici dell’arte proprio i disegni dei capitelli eseguiti da Sebastiano Agati [figg. 16-17]:

Nell’interno son disposte due fughe di colonne di marmo in numero di 12, sostenenti una serie di archi acuti, decorati posteriormente di stucco, che dividono il tempio in tre navate. I capitelli leggeri ed eleganti, di una certa finezza di lavoro, presentano un intreccio di leggiadri ed originali motivi, che da soli basterebbero a dinotare il gusto decorativo del Gagini. In ognuno di essi è rappresentata una Sibilla portante una targhetta fra le mani col rispettivo nome, e attorno si innalzano larghe, dritte e morbidissime foglie di acanto, a volte fra una bella testa di serafino, o fra due delfini incontrastati e discesi dalle volute. Tutti offrono pregi notevoli di stile, ma alcuni risaltano ancor di più per la superiorità dell’esecuzione, come quello dalla forma di corba traforata, con la Sibilla Persica, e l’altro con la Cumana, qui riprodotti da un disegno gentilmente favoritoci dall’amico prof. Sebastiano Agati[96].

Nell’aprile del 1905, Agati pubblica su “La Sicile Illustrée”, uno dei periodici più diffusi agli inizi del XX secolo in Sicilia, un articolo a carattere divulgativo sulla villa Palagonia di Bagheria[97]. L’autore evidenzia la carenza di notizie riguardanti l’edificio, meta di viaggiatori europei già dal XVIII secolo[98] per la bizzarra particolarità dei mostri di pietra che decorano il muro di cinta, e basandosi sulle fonti ne traccia un profilo storico e artistico:

Il palazzo o, come lo chiamano gli abitanti del luogo, il Casino Palagonia fu impreso a costruire nel 1715 per delizia del Principe Francesco Ferdinando Gravina, il quale adibì in sul principio l’opera dell’architetto P. Tommaso Di Napoli, domenicano, allora in gran fama per avere progettata la sistemazione di piazza S. Domenico di Palermo. La fabbrica fu più tardi portata a compimento da un altro architetto, Agatino Dajdone; e più tardi ancora Salvatore Gravina, congiunto di Francesco Ferdinando vi introdusse modifiche e cangiamenti nella decorazione interna. Ciò è quanto si apprende dagli archivi della patrizia famiglia e da un’enfatica iscrizione che si legge ne vestibolo. […] I nomi dei due architetti risultano chiari dagl’incartamenti dell’archivio della famiglia. Il nome del P. Di Napoli appare da un solo atto del 1715. in esso alcuni cavatori si obbligano fornire per la fabbrica del casino tutta la quantità di pietra di intaglio rustico dell’Aspra (cava ancora in piena attività) […]. In atti successivi (rogiti, misurazioni, note di spese, etc.) figura sempre il nome dell’Ajdone con l’esplicita qualità di architetto della fabbrica.[…] Il piano nobile si compone di 13 ambienti. La sala mette subito in una scala ovale, donde, a destra e di faccia, si perviene nell’appartamento d’onore, destinato ai ricevimenti ed alle feste. Quivi artefici ignoti sbizzarrirono l’ingegno di un ricco singolare sfoggio di decorazione. V’è un gran salone quadrato che sembra proprio ispirato dal regno dei sogni e della fantasia. Nel soffitto, con novità ingegnosa, volle rappresentare, mediante specchi, la volta del cielo sparsa da nuvolette; nelle pareti, fra un ricco commesso di marmi policromi, furono disposti i busti dei principali personaggi gentilizi, fra’ quali quelli del fondatore e della di lui consorte, Gioacchina Gravina Gaetani. Elegantissima, inoltre, la loggia, ossia il salotto di conversazione che si svolge lungo la facciata meridionale dell’edificio[99].

Sei mesi dopo, sempre su “La Sicile Illustrée”, viene pubblicato un secondo contributo dedicato ad alcuni lavori di restauro in corso in tre città dell’Isola[100]. Agati informa che a Palermo si progetta il restauro della volta dell’Oratorio del SS. Rosario in S. Domenico, decorata con l’affresco di Pietro Novelli raffigurante l’Incoronazione della Vergine (1630 ca.)[101]:

Da qualche tempo notavansi alcune screpolature nella volta che fecero sorgere qualche timore. Infatti eseguita da parte dell’ufficio tecnico regionale pei Monumenti una minuziosa visita, è stato constatato il cattivo stato delle centinature della volta, che insieme alla irrazionale costruzione del tetto soprastante, era causa dei danni lamentati. Compilato il relativo progetto d’arte si procederà fra non guari all’esecuzione dei restauri coi mezzi pecuniari approntati dal Ministero della P. Istruzione e dai confrati.

Scrive poi che nella chiesa di S. Francesco d’Assisi a Messina è stato ricollocato il monumento funebre dell’ammiraglio Angelo Balsamo (1507) danneggiato dall’incendio che aveva colpito la chiesa nel 1884:

[…] il mausoleo ad Angelo Balsamo i cui pezzi furono raccolti religiosamente e conservati in un magazzino, dove chissà ancora per quanto tempo avrebbero atteso la ricollocazione, se non fosse stato pel pensiero altamente civile del signor Principe di Castellacci, Francesco Marullo, che ha voluto a tutte sue spese ricomporre il mausoleo, esternando così la memoria di un suo illustre antenato e restituendo inoltre all’amministrazione degli amatori dell’arte uno splendido esemplare di scultura del Rinascimento. Il lavoro è ben riuscito, e di ciò va data lode a quel benemerito ispettore locale dei Monumento, Ing. Pasquale Mallandrino, che ne diresse i lavori. […] La stilistica la fa riportare alla seconda metà del cinquecento, sebbene il Balsamo sia morto il 1507 come si apprende da una iscrizione che ivi si legge. […] In questa rappresentazione l’artista evidentemente s’ispirò al monumento del viceré d’Acuna, nel Duomo di Catania. L’insieme ha bensì una stretta affinità con l’edicola del Cristo risorto nella Cattedrale della stessa Messina, opera che vuolsi eseguita dallo scultore e architetto Giacomo Del Duca. Fu lo stesso artista che eseguì il monumento al Balsamo? Più tardi forse qualche documento potrà far luce[102].

L’articolo mette in risalto la capacità di analisi sulla “stilistica”, e Agati – fornendo una precisa lettura del monumento (con adeguati raffronti alle opere di Antonello Freri), e degli interventi di restauro relativi – sembra accordare fiducia alle ricerche documentarie proprie della “scienza storico-artistica”.
L’ultima notizia riguarda l’inizio dei lavori di restauro del palazzo Bellomo di Siracusa, che si protrarranno per decenni, ai quali parteciperà direttamente, con un’interessante notazione del progetto museografico che riguarda gli allestimenti delle collezioni d’arte nelle diverse sale dell’edificio:

La sovraintendenza archeologica di Siracusa pensa di dare un locale più acconcio alle opere ed oggetti d’arte medievale e moderna, destinando allo scopo l’antico palazzo Bellomo che fu fino a poco tempo da monastero di donne […] I lavori di restauro (e l’edifizio ne ha bisogno parecchi) sono già iniziati, e quando saranno compiuti, vi si disporranno le varie collezioni che al presente hanno posto inadatto nelle sale del grande Museo di antichità classiche. Nel pianterreno, sotto le grandiose volte a croce, talune cordonate similmente a quelle di Castel Maniace, saranno collocati le statue ed i frammenti di scultura; sopra, le sale illuminate da ampie finestre dagli archetti tribolati e dalle esili colonnine accoglieranno i quadri gli arredi sacri, le oreficerie, i merletti e molti altri oggetti che si son potuti salvare dalla mania devastatrice cui furono soggetti per qualche tempo i cimeli artistici nostri[103].

Il 1906 è l’anno di pubblicazione su “Rassegna d’Arte”, manifesto della cultura milanese del primo Novecento[104], del saggio sull’attività siciliana dello scultore dalmata Francesco Laurana[105], scritto in collaborazione con Enrico Mauceri.
Nell’articolo è proposto uno studio approfondito sulle opere scultoree di Francesco Laurana, un tema al quale la storiografia d’oltralpe si era interessata fin dal 1851[106]; ma che rappresenterà un forte “banco di prova” per gli studi del primo Novecento[107] e per quelli più recenti, soprattutto in relazione all’attività dei Gagini in Sicilia[108]. Attraverso riscontri documentari e studi stilistici, gli autori dimostrano che la permanenza dell’artista dalmata nell’Isola si protrae ben oltre il triennio, che la precedente letteratura artistica aveva fissato fra il 1468 e il 1471. Inquadrando l’attività artistica circoscritta alla provincia agrigentina, in particolare, i due autori riconoscono nel portale di marmo della chiesa di S. Margherita di Sciacca l’opera del Laurana:

Esso non è certo al posto di origine, giacché in taluni pezzi, specie nella parte superiore, si osservano vari spostamenti avvenuti pel fatto della ricomposizione. Trattasi di un’opera squisita, genuinamente ed integralmente compiuta dal Laurana, il quale qui, come altrove, si rivela elegante e sviluppato figurista, perfino nei più minuti particolari di carattere ornamentale, con sovrabbondanza di angioletti, testine di serafini, ecc. […] La presenza del Laurana a Sciacca fa pensare al busto di Eleonora d’Aragona (Signora di quella terra e, come si disse, fondatrice della chiesetta di Santa Margherita anzidescritta), proveniente dal convento di Santa Maria del Bosco, ed oggi posseduto dal Museo nazionale di Palermo. Potrebbe darsi che tale lavoro, ascritto già dal Salinas al nostro artista per suoi rapporti stilistici con la Madonna di Noto, sia stato eseguito nel corso dei lavori di Santa Margherita, e che poi sia stato trasportato nel celebre convento a richiesta di quei frati, i quali dovevano conservare un grande culto per la nobile infantessa, benefattrice del loro cenobio[109].

I due studiosi siracusani, inoltre, attribuiscono a Laurana anche la Madonna col Bambino, detta Madonna del Popolo, nella chiesa di S. Agostino a Messina, la cui paternità era stata precedentemente assegnata da Gioacchino Di Marzo a Giovan Battista Mazzolo, e che oggi è riferita a Pietro de Bonitate[110].

[…] Due altre madonne segnaliamo infine come uscite, a nostro parere, dalla officina del Laurana; una nella chiesa di S. Agostino di Messina, creduta da alcuni del Mazzolo, da altri di Antonello Gagini, mentre essa di approssima alla Madonna di Noto e a quella del prospetto della cappella di Santa Barbara nel Castel Nuovo a Napoli; l’altra nella chiesa di Santa Maria della Porta in Geraci Siculo, nella quale non ci è stato possibile dare una riproduzione fotografica per difficoltà di vario genere[111].


e il busto marmoreo di Pietro Speciale:

Un’opera di magistrale fattura, finora ritenuta, in mancanza di prove contrarie, di Domenico Gagini, dopo queste nostre nuove indagini, possiamo dare al Laurana; ed è il busto di Pietro Speciale, collocato entro una nicchia nella scala dell’antica casa di quel Signore, in Palermo. È inutile parlare di raffronti di stile, quando sono evidenti da per sé stessi con le sculture di Sciacca e col San Giuliano di Salemi. […] il lavoro originale, il quale è retto da una mensola ornata, e circuito da una ghirlanda: l’una e l’altra rivelanti lo stesso segno accurato, deciso dello scalpello del Laurana[112].

Gli autori invitano gli studiosi ad approfondire le ricerche sull’attività di Francesco Laurana in Sicilia:

[…] Dopo tutto quanto abbiamo passato in rassegna, a noi pare che l’attività artistica del Laurana in generale sia in diritto di richiedere uno studio attento ed analitico, dai primordi sino al suo completo svolgimento, cosa che finora nemmeno si è tentato. Noi non affrettiamo giudizi, né vogliamo imporre, come fanno alcuni, la nostra opinione. Diciamo solo: esaminate e giudicate! Si è creduto che la comparsa dello scultore dalmata in Sicilia fosse stata rapida come una meteora, ed invece ora con la testimonianza dei fatti, si può provare il contrario; giacché è inammissibile concepire che un artista abbia potuto compiere tante opere in brevissimo giro di anni[113].

È da notare, solo per inciso, come l’articolo riveli la sensibilità dei due studiosi siciliani che, riprendendo il percorso tracciato in precedenza da autori quali Gioacchino Di Marzo e Antonino Salinas, intuiscono la necessità di un approfondimento dell’attività dello scultore dalmata in Sicilia, figura centrale del Rinascimento, come poi messo a fuoco da Adolfo Venturi, che individuerà con precisione il nesso fra Laurana, Antonello e Piero[114].
Il 1907 è l’anno della pubblicazione de Il “Cicerone” per la Sicilia[115] una guida pubblicata dall’editore Reber di Palermo, a cura dell’Associazione Siciliana per il Bene Economico. Un’opera che vedrà ancora la collaborazione fra Agati e Mauceri, autore molto versato in questo genere di letteratura artistica[116].
È il fenomeno delle guide artistiche, che, come notato da Gianni Carlo Sciolla[117], combinavano il vecchio filone del genere periegetico con la cultura antropo-geografica di fine Ottocento. Anche in Sicilia, nello scorcio del XIX secolo, appaiono numerose guide e “ciceroni” dell’isola, influenzati dalla geografia culturale che, nata proprio in quel periodo, si occupa di oggetti e luoghi che «accentuano in sé tutti i valori della cultura, ne testimoniano il carattere peculiare»; questi luoghi e questi oggetti sono i beni culturali, segni incisi nel territorio quali simboli di una cultura propria di un popolo, sono i segni del paesaggio, «simboli culturali»[118].
Così il “Cicerone” di Sebastiano Agati, riccamente illustrato e corredato da piante e rilievi di sua mano [figg. 18-20], partecipa di questi caratteri. L’itinerario, introdotto dall’excursus storico-artistico di Mauceri, inizia da Palermo e finisce con Messina, toccando, anche se in forma sintetica, e non tralasciando preziose informazioni sulla dislocazione delle opere d’arte, tutte le province siciliane. Il volume è chiuso da un saggio di bibliografia che comprende principalmente testi di storia siciliana e di letteratura artistica e antiquaria-archeologica, testimonianza di un’attenzione verso gli studi precedenti e verso la letteratura artistica classica.
“L’Arte” di Adolfo Venturi, rivista sempre attenta alle novità editoriali[119], recensiva nel Bollettino bibliografico la guida di Agati e Mauceri, sottolineando un inedito, seppur non ancora perfettamente maturo, approccio scientifico verso l’opera d’arte. Si evidenziavano, comunque, come caratteristiche positive del “Cicerone” nella linea degli handbooks, il “soffio della critica” che ridimensionava molte attribuzioni “gonfiate” del secolo scorso, l’aggiornamento bibliografico, frutto di un saldo rigore scientifico, e la facilità nella consultazione:

Vuole essere spezialmente una guida pratica per i monumenti della Sicilia, e sotto questo aspetto risponde pienamente allo scopo: ma ha anche valore di studio critico, in quanto spesso corregge, circa le opere d’arte, attribuzioni inesatte, errori tradizionali. Questo bel volumetto sarà quindi molto utile anche agli studiosi sebbene, sotto il secondo aspetto, sia stato troppo inegualmente preparato. Nella Pinacoteca di Palermo gli autori hanno fatto penetrare il soffio della critica, distruggendo le fantastiche attribuzioni al Raffaello, al Correggio, ecc., così per molte opere d’arte singole hanno tenuto conto delle risultanze dei più recenti studi; in altri e non infrequenti casi non hanno fatto che ripetere gli errori antichi. Lodevole in complesso, quest’opera sostituirà degnamente la bella ma non pratica e troppo invecchiata guida del Dennis[120].


Paolo Orsi, nella recensione scritta su “Archivio Storico per la Sicilia Orientale”[121], commentava l’uscita del “Cicerone” con toni decisamente più entusiastici, e ne sottolineava positivamente il carattere “autoctono” siciliano, che la rendeva del tutto particolare rispetto alle precedenti guide dedicate alla Sicilia in lingua straniera, come quella dell’archeologo inglese George Dennis[122]:

Ecco un ottimo libro tutto italiano, anzi siciliano, stampato in nitidissima edizione, con buone carte, e redatto con cura e precisione encomiabilissime, Esso corrisponde ad un vecchio desiderio di quanti, viaggiando in Sicilia, desiderano conoscere tutto che di pregevole per la storia e per l’arte racchiudano anche i più riposti e sconosciuti paeselli. In parte è un rifacimento del vecchio ed irreperibile Handbook for travellers in Sicily del def. Dennis; ma le correzioni e le aggiunte sono così numerose, e così diversa l’orditura del libro, che ne risulta un’opera nuova ed originale, un vero ed eccellente Bedaeker per la Sicilia. In mezzo a tante guide mediocri e da strapazzo, che oggi ingombrano il mercato libraio, questa terrà senza dubbio ed a lungo il primato, e non può mancare, attesa la sua serietà, in ogni buona biblioteca. Una lode sincera all’editore Reber, ed ai due autori, che non hanno risparmiato spese cure e fatiche, perché il libro riuscisse veramente utile, pratico e decoroso[123].

Nel 1908 Agati invia una lettera dal titolo Monumenti inediti[124] ai direttori della rivista “Rassegna d’Arte”, Guido Cagnola e Francesco Malaguzzi Valeri, nella quale puntualizza le varie inesattezze riguardanti due articoli di Lorenzo Fiocca, che aveva già scritto su temi siciliani per la testata milanese[125], pubblicati lo stesso anno[126].
Scrive Agati:

Mi si consenta di aggiungere alcune considerazioni sul grave argomento che egli ha impreso a trattare: L’arte siciliana, per la sua intima particolare natura, per il suo carattere spiccatamente eclettico, per le sue varie manifestazioni dipendenti dal diverso senso che animava nei tempi le signorie succedutesi nel dominio dell’Isola, può facilmente trarre in inganno lo studioso che di essa non abbia una preparazione speciale fatta di lunga e minuta osservazione locale degli avanzi meravigliosi di una civiltà trapassata. Le indagini sull’architettura siciliana, soprattutto, esigono che lo studioso viva fra i monumenti del nostro paese, che scruti e ricerchi nella vita dei popoli di una volta, che esamini le loro opere, le loro tendenze; le maniere loro più predilette in fatto d’arte. Una corsa o una visita rapida per l’Isola non possono dare che impressioni erronee e di conseguenza fallaci, per quanto talvolta sicuramente affermati. […] Il prelodato critico, riscontra “contrassegni evidenti e vigorosi dell’arte così detta normanna” nella finestra della sagrestia della cattedrale di Messina, mentre questa altro non è se non un saggio di quell’architettura genialissima, frammista di elementi locali e spagnuoli, fiorita in Messina e nelle provincia intorno agli ultimi decenni del quattrocento e ai primi del secolo seguente. […] Discorrendo del sontuoso portale meridionale del Duomo di Palermo, riconosce nell’opera “forme lombarde”, quando essa, invece, ha carattere spiccatamente siciliano, ispirata a modelli preesistenti, ad esempio il portale del Duomo di Monreale. Ed è strano che il Fiocca taccia il nome dell’artista, Antonio Gambara, la data, 1426, l’uno e l’altra ricordati da una iscrizione ivi apposta[127].

Da quanto scrive Agati – «lo studioso viva fra i monumenti del nostro paese, che scruti e ricerchi nella vita dei popoli di una volta, che esamini le loro opere, le loro tendenze; le maniere loro più predilette in fatto d’arte» – si nota come ritenga indispensabile, dunque, la conoscenza diretta dell’opera d’arte, come prodotto storico di una civiltà, da indagare nelle pieghe più riposte, con un’analisi comparativa di modelli architettonici e stilistici.
La polemica su Fiocca coinvolge anche Antonino Salinas, allora direttore del Museo Nazionale di Palermo, che accusa, sulle pagine della stessa rivista, Lorenzo Fiocca di plagio e altre inesattezze:

Nessuno contende al Fiocca la libertà di seguire particolari suoi metodi di studio, né io mi propongo di esaminare se egli abbia o no il dritto di copiare, perfino nelle mende tipografiche, quel che ho scritto in proposito molti anni fa; quel che gli contesto è, invece, il dritto di farmi dire, e se di un periodico così importante com’è la Rassegna d’Arte, quello che io non ho detto, né potevo dire[128].

D’altronde, già dai primi anni del Novecento, non di rado si assiste alle cosiddette “polemiche artistiche”, dovute anche alla maggiore diffusione delle pubblicazioni che fin dalla metà dell’Ottocento sono dedicate alla storia dell’arte e rivolte a un pubblico attento. Un campo editoriale poco battuto e aperto al dibattito e al riscontro di documentazioni storiche delle fonti che si slegano dalla vecchia cultura della letteratura artistica raccontata con uno stile narrativo più vicino a una prosa quasi poetica.
Nel 1911 Enrico Mauceri pubblica, su “Bollettino d’Arte”, I Bellomo e la loro casa[129], storia del palazzo e della famiglia fino all’acquisizione da parte del Comune del complesso architettonico, per la costituzione del nuovo museo di arte medievale e moderna. Mauceri ripercorre i momenti dell’acquisizione e del restauro dell’edificio da adibire a museo cittadino:

Nel 1900, la Direzione del R. Museo Archeologico di Siracusa, appena avuta notizia della imminente chiusura del Monastero di S. Benedetto, ebbe cura di far valere i diritti dell’arte, chiedendo che la parte monumentale annessa al vecchio fabbricato monastico fosse ceduta all’Amministrazione delle Antichità e Belle Arti. E a ciò essa fu mossa da una doppia ragione: tutelare nel miglior modo possibile un edificio che in Siracusa, in mezzo ad in numeri avanzi di case patrizie e borghesi, appena superstiti al fatale terremoto del 1693, rappresenta, insieme col palazzo Montalto, l’architettura medioevale nella sua forma sontuosa sebbene cronologicamente e stilisticamente diversa; e al tempo stesso, mirare a renderlo sede, in un prossimo avvenire, delle raccolte artistiche, in pochi anni accresciutesi. […] L’Ufficio dei Monumenti, con l’assistenza amorosa e diligente di un suo abile funzionario, il prof. Sebastiano Agati, ha ripristinato le due trifore del prospetto sulla via Capodieci, una terza ed una bifora murata dalla parete del vicolo; ha restaurato la scala, restituito il grande salone di rappresentanza ed eseguito altre opere strettamente necessarie, in modo inappuntabile. Ma ancora altro resterebbe da fare per poter dire il palazzo libero delle bruttissime deturpazioni superfetazioni settecentesche, ed è da sperare che ciò avvenga in tempo non lontano.[130]

Tra le pagine dell’articolo compaiono i rilievi di Agati [fig. 21] e una serie di fotografie che, come ad esempio quelle della scala nelle versioni prima e dopo il restauro [figg. 22-23], documentano i progressi dei lavori dell’immobile attuati fino a quel momento.
Sono ancora inedite carte d’archivio a precisare che nel 1917 Agati è in contatto epistolare con il segretario della Deputazione della Galleria d’arte moderna di Palermo, per chiedere notizie sulla dislocazione delle opere all’interno delle sale del museo; Agati era stato infatti incaricato di redigere una scheda per l’edizione del libro dedicato alla Sicilia incluso nella collana “Guida d’Italia” del Touring Club Italiano:



Ill.mo Signore,
Come saprà il Touring Club Italiano attende alla compilazione della Guida d’Italia in diversi volumi, dei quali alcuni sono già apparsi. Ora la forte aspirazione milanese lavora a preparare il volume che riguarda la Sicilia e a tale scopo ha incaricato me di fornirle il materiale ricorrente. Naturalmente parlando di Palermo non puossi fare a meno di additare al visitare la Galleria d’arte moderna sorta come per incanto in cotesta città. Ora io prego Lei – che so che s’interessa tanto dell’istituzione – di volermi fare avere una descrizione succinta della galleria, indicandomi le opere più importanti, la disposizione delle sale, i giorni e l’orario delle visite, e in generale tutto quanto Ella crederà sia utile a sapersi dal visitatore[131].

Un ultimo articolo rintracciato, estratto dalla rivista “Dioniso”[132], e di seguito riportato integralmente, è la commemorazione per la scomparsa di Sebastiano Agati avvenuta il 21 novembre 1949 a Siracusa:

Con l’Arch. Sebastiano Agati, morto nella sua città natale il 27 novembre u.s., l’Istituto Nazionale del Dramma Antico ha perduto uno dei suoi Consiglieri più fedeli e appassionati, la vecchia Siracusa un cittadino di rara integrità morale, uno studioso fra i più onesti e scrupolosi del suo patrimonio artistico di ogni tempo, un tecnico del restauro monumentale difficilmente eguagliabile per vastità di esperienze, per sicurezza di gusto, per chiara ed amorosa coscienza dei suoi compiti e dei suoi limiti. Non è possibile compendiare in poche parole un giudizio dell’Agati che tenga conto di tutte le sue veramente eccezionali virtù di uomo e di cittadino e delle benemerenze innumerevoli che gli vanno obbiettivamente riconosciute nel campo specifico della sua silenziosa, assidua, disinteressata attività professionale. Non si avrebbero parole per ricordarne degnamente la profonda e serena bontà, la schietta semplicità del carattere, il senso cordiale del rispetto per le giuste necessità degli altri. E non si saprebbe con adeguata rappresentazione lumeggiare quella sua intima, naturale, impareggiabile umiltà, che si sarebbe detta di altri tempi e di altre società, per cui del suo lavoro sapeva essere pago in se stesso, come di un dovere semplicemente compiuto, anche quando meriti e plauso potevano ufficialmente convergere su personalità più rappresentative, che la sua opera per altro mostravano di apprezzare – sia in privato che in pubblico – nella pienezza indiscutibile del suo valore. Collaboratore prezioso e affezionato di Paolo Orsi, ne costituì il tecnico di fiducia nel restauro di tanti e tanti monumenti classici e medievali cui la Soprintendenza rivolse le sue cure: ad Agrigento come a Catania, a Tindari come a Taormina, e a Siracusa soprattutto, dove non c’è opera di architettura alla quale l’Agati non abbia dedicato con immenso amore i tesori della sua capacità artistica e la trepida attenzione dello studioso cui nulla sfugge, che tutto vuol salvare all’ammirazione e al godimento delle generazioni che verranno. Valga per tutti il restauro minuzioso e veramente magistrale del Duomo, tra le cui strutture si annida il tempio greco di Athena, del V sec. a. C. La morte ha colto Sebastiano Agati sulla breccia. In silenzio come sempre, con azione di una costanza che solo il suo carattere poteva esprimere, tra difficoltà ed amarezze di ogni genere, Egli ha speso gli ultimi anni della sua vita – ed ancora vi attendeva per gli estremi ritocchi – nella realizzazione di un suo vecchio sogno: il ripristino di Palazzo Bellomo e l’organizzazione di un Museo medievale degno della sua bella e nobile Siracusa. I concittadini gli siano grati di quest’altro suo merito: il mondo degli studi, attraverso la mia modesta parola, gliene dà atto con commozione e riconoscenza[133].


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[1] Per l’attività della Commissione rimando a G. Lo Iacono, C. Marconi, L’attività della Commissione di Antichità e Belle Arti in Sicilia. Parte I. 1827-1835, “Quaderni del Museo Archeologico Regionale “Antonino Salinas”, Supplemento n. 5, 1999.
[2] Per Meli vedi R. Cinà, Giuseppe Meli conoscitore nell’inventario del lascito Mandralisca, in Gioacchino Di Marzo e la Critica d’Arte nell’Ottocento in Italia, atti del convegno (Palermo, 15-17 aprile 2003) a cura di S. La Barbera, Aiello & Provenzano Bagheria 2003, pp. 217-224; Ead., Giuseppe Meli e la cultura dei conoscitore nell’Ottocento, in “Tecla – Temi di critica e letteratura artistica”, (http://www.unipa.it/tecla/monografie_noreg/monografia_cina1_noreg.php), Palermo 2010.
[3] Si veda in particolare A. Samonà, L’eclettismo del secondo Ottocento: G.B. Basile, la cultura e l’opera architettonica teorica didattica, ILA Palma, Palermo 1983.
[4] Per Antonino Salinas, archeologo e direttore del Museo Nazionale di Palermo dal 1873 al 1913, rinvio a V. Tusa, Un secolo di studi e ricerche archeologiche in Sicilia, in La Sicilia e l’unità d’Italia: atti del Congresso internazionale di studi storici sul Risorgimento italiano (Palermo, 15-20 aprile 1961), Feltrinelli, Milano 1962, pp. 961 e ss., Id., Antonino Salinas nella cultura palermitana, “Archivio Storico Siciliano”, serie IV, v. IV, 1978, pp. 429-444.
[5] Per Giuseppe Fiorelli (1823-1896) si veda S. De Caro, P. G. Guzzo (a cura di), A Giuseppe Fiorelli nel primo centenario della morte, Arte tipografica, Napoli 1997.
[6] Francesco Lanza di Scalea (1834-1919) era figlio di Pietro Lanza principe di Butera e di Scordia e di Eleonora Spinelli principessa di Scalea. Fu senatore del Regno nella XV legislatura (1884).
[7] Si vedano per esempio F. S. Cavallari, S. T., in “La Concordia. Giornale siciliano”, II, t. II, 12, 20 giugno 1841, pp. 95-96. Id., Notizie interne. Palermo 12 giugno, “Giornale di Sicilia”, II, 129, 15 giugno 1864, p. 1; Id., Sulla topografia di talune città greche in Sicilia e dei loro monumenti. Akragas, in “Archivio Storico Siciliano. Pubblicazione periodica della Società Siciliana per la Storia Patria”, a. VI, 1881, p. 349. Interessante pure il bilancio generale dell’attività di tutela in F. S. Cavallari, Relazione sullo stato delle antichità di Sicilia, sulle scoverte e sui ristauri fatti dal 1860 al 1872, Tipografia del Giornale di Sicilia, Palermo 1872; Per Cavallari (1809-1896) si veda E. Mistretta Buttitta, La vita e le opere di Francesco Saverio Cavallari, Scuola tip. Boccone del povero, Palermo 1929; G. Cianciolo Cosentino, Francesco Saverio Cavallari (1810-1896). Architetto senza frontiere tra Sicilia Germania e Messico, Caracol, Palermo 2007.
[8] W. Cortese, I beni culturali e ambientali – Profili normativi, CEDAM, Padova 2002; R. Cassanelli, Tutela valorizzazione reificazione, in R. Cassanelli, G. Pinna (a cura di), Lo stato aculturale. Intorno al codice dei Beni Culturali, Jaca Book, Milano 2005, pp. 17-40.
[9] Con la Carta del 1972 si estenderà il concetto di restauro a tutte le forme di opere d’arte delineando i canoni tutt’oggi osservati.
[10] W. Cortese, I beni culturali…, p. 39.
[11] L’art. 1 dispone che: La tutela degli interessi archeologici e artistici è esercitata, sotto la direzione del Ministero dell’istruzione, per mezzo dei seguenti uffici: 1/A Soprintendenze ai Monumenti; 2/A Soprintendenze agli Scavi e ai Musei Archeologici; 3/A Soprintendenze alle Gallerie, ai Musei Medioevali e Moderni e agli oggetti d’arte. Per questi temi si veda A. Varni, L’organizzazione della tutela: le soprintendenze per le belle arti, in La Nazione allo specchio. Il bene culturale nell’Italia unita (1861-2011), a cura di A. Ragusa, Lacaita, Manduria-Bari-Roma 2012, pp. 49-57.
[12] Paolo Orsi (1859-1935) fu inviato a Siracusa dove diede avvio a una serie di ricerche che gli permisero di tracciare il primo quadro storico, sistematico delle originarie culture della Sicilia preellenica, i Sicani e Siculi, spingendosi fino alla cultura romana e bizantina e al periodo medievale. Svolse un’infaticabile attività di Sovrintendente generale delle antichità e di direttore del museo di Siracusa, oggi a lui intitolato. G. Libertini, Centuripe a Paolo Orsi animatore e Maestro degli studi di antichità siciliane, Libreria Tirelli, Catania 1926; U. Zanotti Bianco, Paolo Orsi, estr. da “Rassegna moderna”, a. 1, fasc. 8, 1921; A. M. Marchese, G. Marchese, Bibliografia degli scritti di Paolo Orsi con prefazione di S. L. Agnello, Scuola Normale Superiore, Pisa 2000.
[13] Cfr. G. C. Sciolla, Le riviste e le guide, in La cura del bello musei, storie, paesaggi per Corrado Ricci, a cura di A. Emiliani, C. Spadoni, Electa, Milano 2008, in part. pp. 66 e ss.
[14] P. Orsi, L’Opera delle Sovrintendenze dei Monumenti, delle Gallerie, dei Musei e degli Scavi, in Cronaca delle belle arti, supplemento a “Bollettino d’Arte”, nn. 5-7, 1917.
[15] Ivi, p. 44.
[16] Ibidem.
[17] Ibidem.
[18] P. Orsi, L’Opera delle Sovrintendenze dei Monumenti, delle Gallerie, dei Musei e degli Scavi, in Cronaca delle belle arti, supplemento a “Bollettino d’Arte”, nn. 5-7, 1917, pp. 44-45.
[19] «È costituita in Roma una società dal nome Società Magna Grecia allo scopo di raccogliere fondi per finanziare campagne archeologiche nelle regioni del Mezzogiorno d’Italia che ebbero anticamente il nome di Magna Grecia e in Sicilia. I fondi vengono raccolti mediante le quote dei soci che si dividono nelle categorie seguenti: Soci ordinari a L. 10 annue; Soci sostenitori a L. 100 annue; Soci perpetui a L. 1000 una volta tanto; Soci benemeriti a L. 10.000 una volta tanto. Le campagne archeologiche vengono eseguite dal personale governativo delle Soprintendenze. Al Soprintendente vengono versati volta per volta, presi gli opportuni accordi, i fondi necessari per dette campagne. Tutte le cariche della Società sono a titolo interamente gratuito Alla fine di ogni anno i soci riceveranno il bilancio una relazione dell’opera compiuta». Cfr. Paolo Orsi e la Società Magna Grecia, in “Archivio Storico della Calabria e Lucania”, a. V, 1935 pp. 325-326.
[20] “Archivio Storico per la Calabria e la Lucania”, a. I, 1931, p. 1.
[21] U. Zanotti Bianco, Paolo Orsi e la Società Magna Grecia, in “Archivio Storico della Calabria e Lucania”, a. V, 1935, p. 330.
[22] Ivi, p. 348.
[23] Guido di Stefano (Palermo, 1906-1962) è nominato nel 1948 docente di Storia dell’arte e Storia dell’architettura presso la Facoltà di Architettura dell’Università degli Studi di Palermo. Specializzato in storia dell’arte medievale, partecipa ai restauri di palazzo Chiaramonte e della Zisa. Fra le sue principali pubblicazioni ricordo G. di Stefano, L’architettura gotico-sveva in Sicilia, Ciuni, Palermo 1935; Id., Monumenti della Siiclia nomanna (1955), Flaccovio, Palermo 1979.
[24] G. di Stefano, Momenti ed aspetti della tutela monumentale in Sicilia, in “Archivio Storico Siciliano”, serie III, vol. VIII (1956), 1957, pp. 343-369.
[25] Repertite durante le ricerche per V. Di Fazio, Sebastiano Agati fra Critica d’arte e Tutela, tesi di Laurea specialistica in Storia dell’arte, Università degli Studi di Palermo, Facoltà di Lettere e Filosofia, relatore Prof.ssa Simonetta La Barbera, a.a. 2010-2011.
[26] Luciano, Luigi, Concetta, Gaetana, Carmela, Maria. Luciano ha vissuto e lavorato a Roma a capo della Direzione del Ministero delle Finanze.
[27] Archivio Centrale dello Stato [d’ora in poi ACS], Ministero Pubblica Istruzione – Personale Divisione I, 1908-24, b. 934.
[28] ACS, Ministero Pubblica Istruzione – Personale Divisione I, 1908-24, b. 934.
[29] Per l’attività di Giuseppe Patricolo – architetto palermitano, docente di geometria descrittiva e disegno presso la facoltà di Scienze fisiche, matematiche e naturali dell’Università degli Studi di Palermo nonché direttore dell’ufficio regionale per la conservazione dei monumenti in Sicilia – si veda F. Tomaselli, Il ritorno dei Normanni. Protagonisti ed interpreti del restauro dei monumenti a Palermo nella seconda metà dell’Ottocento, Officina, Roma 1994.
[30] Materiali per la conoscenza storica e il restauro di una cattedrale. Mostra di documenti e testimonianze figurative della Basilica ruggeriana di Cefalù, a cura di V. Zoric, S.T.ASS, Palermo 1982, tav. X.
[31] S. Agati, Il “Cicerone” per la Sicilia. Guida per la visita dei monumenti e dei luoghi pittoreschi della Sicilia, introduzione di E. Mauceri, Reber, Palermo 1907.
[32] ACS, Ministero Pubblica Istruzione – Personale Divisione I, 1908-24, b. 934.
[33] «Si distingue nel rilievo e nel disegno dei Monumenti per l’esattezza, sebbene gli manchi l’espressione artistica nel rendere l’antico. Trovasi a Siracusa, in città natale, dal 2 agosto 1905, dapprima per malattia e poi per interessi di famiglia, dove presta qualche servizio. Lavora con esattezza ma è lentissimo». ACS, Ministero Pubblica Istruzione – Personale Divisione I, 1908-24, b. 934.
[34] Per il quale rimando a S. La Barbera, Enrico Mauceri connoisseur, museologo e storico dell’arte, in Enrico Mauceri (1869-1966). Storico dell’arte tra connoisseurship e conservazione, atti del convegno internazionale (Palermo, 27-29 settembre 2007), a cura di S. La Barbera, Flaccovio, Palermo 2009, pp. 31-57. In particolare per il rapporto con Paolo Orsi cfr. D. Levi, I luoghi e l’ombra incerta del tempo. Enrico Mauceri e due suoi mentori, Corrado Ricci e Paolo Orsi, in ivi, pp. 77-85.
[35] P. Orsi, Le chiese basiliane della Calabria, Firenze, 1929, ed. Vallecchi.
[36] Notizie gentilmente fornite da Errico Adorno, attuale proprietario del palazzo.
[37] S. Agati, Opere della Soprintendenza di Siracusa, in “Archivio Storico della Calabria e Lucania”, a. V, 1935, pp. pp. 311-313. Nella chiesa è presente una lapide commemorativa in onore dei restauri effettuati da Paolo Orsi e Sebastiano Agati: […] operi absolvendo praefuit sebastianus agati architectus paolo orsi veterum siciliae monumentorum curatore.
[38] Elenco degli edifici monumentali LXIII: Provincia di Siracusa, Ministero della Pubblica Istruzione, Roma 1917.
[39] L’archeologo romano Giovan Battista De Rossi (1822-1894) è considerato il “padre” dell’archeologia sacra. Per la sua attività rimando a A. Baruffa, Giovanni Battista de Rossi. L’archeologo esploratore delle catacombe, Libreria editrice vaticana, Città del Vaticano 1994.
[40] Elenco degli edifici monumentali LXIII: Provincia di Siracusa, Ministero della Pubblica Istruzione, Roma 1917.
[41] Umberto Zanotti Bianco (1889-1963) fonda con Paolo Orsi la Società Magna Grecia (1920), conducendo importanti campagne di scavi archeologici a Sant’Angelo Muxaro (1931-32), con Orsi stesso a Sibari (1928-1930), con Giuseppe Foti a l’Heraion del Sele insieme con Paola Zancani Montuoro (1934). Sempre con Orsi fonda la rivista “Archivio Storico per la Calabria e la Lucania”. Socio fondatore di Italia Nostra, nominato nel 1952 senatore a vita dal presidente Luigi Einaudi, svolse un’intensa attività parlamentare, soprattutto in difesa del patrimonio monumentale e ambientale. V. E. Alfieri, Umberto Zanotti Bianco, La Nuova Italia, Firenze 1956; S. Zoppi, Umberto Zanotti Bianco: patriota, educatore, meridionalista: il suo progetto e il nostro tempo, Rubbettino, Soveria Mannelli 2009; M. Isnardi Parente, Bibliografia di Umberto Zanotti Bianco, Associazione nazionale per gli Interessi del Mezzogiorno di Italia, Roma 1979.
[42] Per Agnello vedi I. Di Natale, Giuseppe Agnello: contributi sulla stampa periodica allo studio della storia dell’arte siciliana dal tardo antico al barocco, in “Tecla – Temi di critica e letteratura artistica”, (http://www.unipa.it/tecla/rivista/3_rivista.php) n. 3, maggio 2011; Ead., Il contributo di Giuseppe Agnello allo studio delle arti decorative in Sicilia, in “OADI – Rivista del’Osservatorio delle arti decorative in Italia”, (http://www.unipa.it/oadi/oadiriv/?page_id=1177) , n. 5, giugno 2012.
[43] Associazione Nazionale per gli interessi del Mezzogiorno d’Italia, Biblioteca Giustino Fortunato, Fondo Umberto Zanotti Bianco, sez. A, serie 1, sottoserie 1, 1. “Agati Sebastiano”, 1927-1945.
[44] Ibidem.
[45] Giuseppe Cultrera succederà a Paolo Orsi nella direzione della Soprintendenza della Sicilia Orientale. Una traccia bibliografica degli scritti di Giuseppe Cultrera è in N. D. Evola, Bibliografia siciliana (1938-1953), Pezzino, Palermo 1954, pp. 110-111.
[46] Agati si riferisce a Paolo Orsi.
[47] Associazione Nazionale per gli interessi del Mezzogiorno d’Italia, Biblioteca Giustino Fortunato, Fondo Umberto Zanotti Bianco, sez. A, serie 1, sottoserie 1, 1. “Agati Sebastiano”, 1927-1945.
[48] Ibidem.
[49] Ivi, Lettera del 20 settembre 1933.
[50] Ibidem.
[51] «Al T. di Apollo la prima fase dei lavori è compiuta da un pezzo. Bisogna continuare, ma per continuare servono molti quattrini».
[52] S. Agati, Opere della Soprintendenza di Siracusa, in “Archivio Storico della Calabria e Lucania”, a. V, 1935, pp. 309-315.
[53] Ivi, pp. 309-310.
[54] L. Mauceri, Cenni sulla topografia di Imera e sugli avanzi del Tempio di Bonfornello, in “Monumenti antichi, pubblicati dalla R. Accademia dei Lincei”, vol. XVIII, Roma 1907, pp. 386-436.
[55] Il veronese Pirro Marconi (1897-1938), archeologo specializzato alla Scuola archeologica italiana di Atene (1922-1924), fu direttore del R. Museo di Palermo dal 1927 al 1931. Fra i suoi studi ricordo P. Marconi, Agrigento: topografia ed arte, Vallecchi, Firenze 1929; Id., L’Efebo di Selinunte, Istituto Poligrafico dello Stato, Roma 1929; Id., Il Museo Nazionale di Palermo. Sezione archeologica, La Libreria dello Stato, Roma 1936.
[56] S. Agati, Opere della Soprintendenza…, pp. 310-311.
[57] Ivi, p. 311.
[58] Ivi, pp. 313-314.
[59] Ivi, pp. 314-315.
[60] Storia del restauro archeologico, a cura di D. D’Angelo, S. Moretti, Alinea, Firenze 2004, p. 40.
[61] G. di Stefano, L’architettura religiosa in Sicilia nel XIII sec., in “Archivio storico per la Sicilia”, nn. IV-V, 1938-1939, pp. 39-83.
[62] Ivi, p. 50.
[63] Per l’inda si veda Ombre della parola. Ottanta anni di teatro nella Siracusa del Novecento. 1914-1994, Lombardi, Palermo 1994.
[64] Di Pietro nato a Roma nel 1884 si laurea in Lettere e in Legge. Nel 1906 è Segretario del Gabinetto dei disegni e delle stampe della Galleria degli Uffizi di Firenze. Scrive per il “Bollettino d’Arte” e “Rivista d’Arte”. Nel 1927, dopo l’esperienza presso la Soprintendenza di Ravenna, fu assegnato alla Soprintendenza per i Monumenti e Scavi della Sicilia Occidentale di Palermo, rivestendo anche l’incarico di docente di Storia dell’arte medievale e moderna presso l’Università degli Studi della stessa città. Vedi Dizionario biografico dei Soprintendenti storici dell’Arte (1904-1974), ad vocem, Bononia University Press, Bologna 2007, pp. 227-228.
[65] Archivio della Soprintendenza di Siracusa [d’ora in poi ASdSr], Lettera del 31 luglio 1938.
[66] Ibidem.
[67] Per la rivista, fondata nel 1931 dall’Istituto Nazionale del Dramma Antico, si rinvia a G. Salvatori, I primi decenni della rivista “Dioniso”: un angolo visuale d’eccezione sulle poetiche del contemporaneo, in Enrico Mauceri (1869-1966)…, pp. 125-133.
[68] V. Bonaiuto, La Casa di Epicarpo, in “Dioniso”, vol. VIII, fasc. I, 1940, pp. 37-39.
[69] Ibidem.
[70] L’architetto napoletano Armando Dillon, soprintendente ai monumenti della Sicilia Orientale dal 1941 al 1949, è autore di saggi e studi di storia dell’arte. A. Dillon, Interpretazione di Taormina. Saggio dell’Architettura e notizie di restauri, Taormina 1948, ed. Società editrice internazionale; Id., La chiesa di S. Benedetto in Catania e gli affreschi di Giovanni Tuccari, Palermo 1950, ed. Monastero di S. Benedetto; Id., Evoluzione della città e degradazioni degli edifici monumentali, in Atti del XII congresso internazionale di storia dell’Architettura, (Palermo, 24-30 settembre 1950), Palermo 1955, ed. F.lli De Magistris & C.. Su Dillon si veda Premio Columbus 1949, in “L’Illustrazione siciliana. Periodico d’arte di pensiero e critica”, a. II, n. 20-21, 30 novembre 1949, pp. 14-15.
[71] Roberto Salvini (Firenze 1912-1985), storico dell’arte e allievo di Mario Salmi, studiò a Firenze, Monaco e Berlino. Dal 1937 nell’amministrazione delle Belle Arti, fu a Trento, Palermo e Modena (1943) come soprintendente alle gallerie. G.C. Sciolla, La critica d’arte del Novecento, UTET, Torino 1995, pp. 356-357; Dizionario biografico dei Soprintendenti Storici dell’Arte (1904-1974), ad vocem, Bononia Press, Bologna 2007, pp. 571-574.
[72] Archivio del Museo Bellomo - Siracusa [d’ora in poi AMB], Lettera del 24 giugno 1940.
[73] Per le quali vedi D. Malignaggi, Ignazio Marabitti, in “Storia dell’Arte”, n. 17, 1974; G. Agnello, Il prospetto della Cattedrale di Siracusa e l’opera dello scultore palermitano Ignazio Marabitti, in “Archivi”, IV, 1937, pp. 63-74 e pp. 127-134; Id., Il prospetto della Cattedrale di Catania e l’opera di G.B. Vaccarini, in “Arte cristiana”, LVII, 1969, pp. 263-266.
[74] Per il quale rimando a G. Agnello, Capolavori ignorati del Vanvitelli e del Valle nella Cattedrale di Siracusa, in “Per l’Arte sacra”, IV-5, 1927, pp. 3-15.
[75] AMB, Lettera del 24 giugno 1940. Sul problema dei bombardamenti aerei cfr. M. Guiotto, I monumenti della Sicilia Occidentale danneggiati dalla guerra: protezioni, danni, opere di pronto intervento (1946), ed. cons. Fondazione Salvare Palermo, Palermo 2003.
[76] AMB, Lettera del 24 marzo 1941.
[77] ASdSr, Lettera del 23 luglio 1942.
[78] In quegli anni simili interventi e iniziative di protezione del patrimonio artistico sono diffusi un po’ su tutto il territorio nazionale, rimando a Bologna in Guerra. La città, i monumenti, i rifugi antiaerei, a cura di L. Ciancabilla, Minerva edizioni, Argelato 2010.
[79] Il problema della difesa dalle incursioni belliche del patrimonio monumentale e artistico era stato dibattuto durante la grande guerra: si veda M. Nezzo, Critica d’arte in guerra. Ojetti 1914-1920, Terra ferma, Vicenza 2003.
[80] AMB, Lettera del 15 gennaio 1943.
[81] Fra gli articoli più interessanti segnalo La protezione dei nostri monumenti d’arte, in “Giornale di Sicilia” a. LXXXIII, 6 maggio 1943; Chiese ed ospedali obiettivo dei nostri nemici, in “Giornale di Sicilia”, a. LXXXIII, 3 luglio 1943; L’abside del Duomo di Messina distrutto, in “Giornale di Sicilia” a. LXXXIII, 31 agosto 1943.
[82] ASdSr, Lettera del 23 giugno 1943.
[83] La tavola, dipinta nel 1474 per la chiesa dell’Annunziata di Palazzolo Acreide, è oggi custodita alla Galleria regionale della Sicilia a palazzo Bellomo (inv. 96). Cfr. E. Mauceri, Su alcuni dipinti del Museo Archeologico di Siracusa, in Bollettino d’Arte, giugno 1908, pp. 1-6. Sull’Annunciazione di Antonello da Messina si rimanda a Annunciazione. Antonello da Messina. Il restauro, a cura di G. Basile, V. Greco, Assessorato Regionale dei Beni Culturali, Siracusa 2008, con bibliografia precedente. Per la tavola si veda anche G. Cipolla, Enrico Mauceri e la scoperta dell’Annunziata di Antonello da Messina a Palazzolo Acreide, in Enrico Mauceri (1869-1966)…, pp. 297-305.
[84] Per la storia dei restauri del quadro si rinvia a Il Seppellimento di Santa Lucia del Caravaggio: indagine radiografiche e riflettografiche, a cura di G. Barbera, R. Lapucci, Galleria regionale di palazzo Bellomo, Siracusa 1996.
[85] AMB, Lettera del 22 marzo 1945.
[86] AMB, Lettera del 18 settembre 1945.
[87] AMB, Lettera del 10 aprile 1948.
[88] AMB, Lettera del 26 ottobre 1947.
[89] AMB, Lettera del 13 novembre 1947.
[90] AMB, Lettera del 21 aprile 1948.
[91] AMB, Lettera del 24 giugno 1949.
[92] Ibidem.
[93] E. Mauceri, Opere d’arte inedite nel R. Museo di Siracusa, in “Bollettino d’Arte”, VII, 12,1913 pp. 445-463.
[94] G. Di Marzo, E. Mauceri, L’opera di Domenico Gagini in Sicilia, in “L’Arte”, VI, 1903, pp. 147-158; Sul dipinto di Borremans cfr. G. Barbera, scheda n. 14, in Opere d’arte restaurate nelle province di Siracusa e Ragusa III (1990-1992), Ediprint, Siracusa 1994, pp. 62-64 (con la bibliografia precedente).
[95] Per la chiesa cfr. R. La Duca, Repertorio degli edifici religiosi di Palermo, Edi Oftes, Palermo 1991, pp. 28-29.
[96] G. Di Marzo, E. Mauceri, L’opera di Domenico Gagini…, pp. 151-152.
[97] S. A. [Sebastiano Agati], Una villa signorile del Settecento a Bagheria, in “La Sicile Illustrée”, aprile 1905, pp. 13-14. La bibliografia sulla villa è vastissima, si veda almeno N. Tedesco, L’immago espressa. Villa Palagonia fra norma ed eccezione, Ediprint, Siracusa 1986; R. Scaduto, Villa Palagonia. Storia e Restauro, Eugenio Maria Falcone, Palermo 2007.
[98] F.P. Campione, La cultura estetica in Sicilia nel Settecento, “Fieri. Annali del Dipartimento di Filosofia Storia e Critica dei Saperi”, n. 2, giugno, 2005, pp. 125 e ss.
[99] S. A. [Sebastiano Agati], Una villa signorile del Settecento…, p. 14.
[100] S. A. [Sebastiano Agati], Quel che si fa in Sicilia in pro’ dei monumenti dell’arte, in “La Sicile Illustrée”, ottobre 1905, p. 14
[101] Per l’oratorio vedi D. Garstang, Giacomo Serpotta e gli stuccatori di Palermo, Sellerio, Palermo 1990, pp. 135-145; 296-297; P. Palazzotto, Palermo. Guida agli oratori. Confraternite, compagnie e congregazioni dal XVI al XIX secolo, Kalós, Palermo 2004, pp. 242-252.
[102] S. A. [Sebastiano Agati], Quel che si fa in Sicilia…, p. 14. Il monumento, oggi al Museo Interdisciplinare Regionale “Maria Accascina” di Messina (inv. 455), è stato attribuito a Giovan Battista Mazzolo. Cfr. F. Caglioti, Due opere di Giovambattista Mazzolo nel Museo Regionale di Messina (ed una d’Antonello Freri a Montebello Jonico), in Aspetti della scultura a Messina dal XV al XX secolo, “Quaderni dell’attività didattica del Museo Regionale di Messina”, a cura di G. Barbera, 13, 2003, pp. 37-60.
[103] S. A. [Sebastiano Agati], Quel che si fa in Sicilia…, p. 14.
[104] A. Rovetta, Gli esordi della “Rassegna d’Arte”, Milano 1901-1907, in Riviste d’arte fra Ottocento ed Età contemporanea. Forme, modelli e funzioni, a cura di G. C. Sciolla, Skira, Milano 2003, pp. 101-121; Id., La «Rassegna d’Arte di Guido Cagnola e Francesco Malaguzzi Valeri (1908-1914), in Percorsi di Critica. Un archivio per le riviste d’arte in Italia dell’Ottocento e del Novecento, atti del convegno (Milano 30 novembre – 1 dicembre 2006), a cura di R. Cioffi, A. Rovetta, Vita e Pensiero, Milano 2007, pp. 281-316; Id., Enrico Mauceri e “Rassegna d’Arte”, in Enrico Mauceri (1869-1966)…, pp. 105-112.
[105] E. Mauceri, S. Agati, Francesco Laurana in Sicilia, “Rassegna d’Arte”, a. 1, 1906, pp. 1-8, con 18 illustrazioni.
[106] La vicenda è ripercorsa da L. Courajod, Observations sur deux bustes du Musée de la Sculpture de la Renaissance au Louvre, in “Gazette des Beaux Arts”, t. XXVIII, 2a serie, lug.-dic. 1883, pp. 24-42. Si segnala inoltre Musée du Louvre. Sculptures de la Renaissance, in “Magasin pittoresque”, a. XXV, 1857, pp. 155-157.
[107] S. La Barbera, La scultura del Rinascimento negli scritti di Maria Accascina, in Storia, critica e tutela dell’arte nel Novecento. Un’esperienza siciliana a confronto con il dibattito nazionale, atti del convegno internazionale di studi in onore di Maria Accascina (Palermo-Erice, 14-17 giugno 2006), a cura di M. C. Di Natale, Sciascia, Caltanissetta 2007, pp. 129-146.
[108] Per la bibliografia su questo complesso aspetto degli studi rimando a R. Cinà, La scultura siciliana del Rinascimento negli scritti di Enrico Mauceri, in Enrico Mauceri (1869-1966)…, pp. 277-287.
[109] E. Mauceri, S. Agati, Francesco Laurana in Sicilia…, pp. 2-3; B. Patera, Francesco Laurana in Sicilia, Novecento, Palermo 1992, p. 16 e ss. Il portale fu commissionato allo scultore dalmata dal conte Carlo Luna.
[110] La Madonna col Bambino è oggi al Museo Interdisciplinare Regionale “Maria Accascina” di Messina (inv. 346).
[111] E. Mauceri, S. Agati, Francesco Laurana in Sicilia…, p. 7.
[112] Ibidem.
[113] Ivi, p. 8.
[114] Per questo tema rinvio a S. La Barbera, Dalla connoisseurship alla nascita della Storia dell’arte in Sicilia: il ruolo di Adolfo Venturi, in Adolfo Venturi e la Storia dell’arte oggi, atti del convegno (Roma, 25-28 ottobre 2006) a cura di M. D’Onofrio, Panini, Modena 2008, pp. 309-328.
[115] S. Agati, Il “Cicerone” per la Sicilia. Guida per la visita dei monumenti e dei luoghi pittoreschi della Sicilia, introduzione di E. Mauceri, Reber, Palermo 1907.
[116] S. La Barbera, Enrico Mauceri connoisseur…, p. 40.
[117] G.C. Sciolla, Le riviste e le guide, in La cura del bello musei, storie, paesaggi per Corrado Ricci, a cura di A. Emiliani, C. Spadoni, Electa, Milano 2008, in part. pp. 68-69.
[118] Beni culturali e geografia, a cura di C. Caldo, V. Guarrasi, Patron, Bologna 1994, pp. 17-18. Si veda anche V. Scavone, Città, paesaggi, territori nelle geografie di Enrico Mauceri, in Enrico Mauceri (1869-1966)…, pp. 407-411.
[119] Cfr. C. Bajamonte, Il «lavoro attivo e tenace» di Enrico Mauceri per “L’Arte” di Adolfo Venturi, in Enrico Mauceri (1869-1966)…, pp. 255-266.
[120] Bollettino bibliografico, in “L’Arte”, a. X, 1907, p. 158. Per la tradizione degli handbooks vedi D. Levi, Cavalcaselle: il pioniere della conservazione dell'arte italiana, Einaudi, Torino 1988, in part. pp. 147-151.
[121] Bollettino bibliografico, in “Archivio Storico per la Sicilia Orientale”, a. IV, 1907.
[122] Per la guida di George Dennis, pubblicata a Londra nel 1864 col titolo A Handbook for Travellers in Sicily, rimando a S. Di Matteo, Viaggiatori stranieri in Sicilia dagli Arabi alla seconda metà del XX secolo, vol. 1, ISSPE, Palermo 1999, ad vocem, pp. 310-311.
[123] Bollettino bibliografico, in “Archivio Storico per la Sicilia Orientale”, a. IV, 1907, p. 171.
[124] Una copia della lettera è stata pubblicata con il titolo Sull’arte siciliana, in “La Sicile Illustrée”, n. VII, 1908, p. 3.
[125] L. Fiocca, Un tempietto selinuntino (recentemente scoperto), in “Rassegna d’Arte”, a. 5, 1905, pp. 147-148.
[126] Id., L’Arte in Sicilia. Alcuni monumenti siciliani del Medio Evo, inediti o poco noti, in “Rassegna d’Arte”, a. VIII, n. 12, 1908, pp. 207-215; Id., Il Duomo di Messina ed i suoi recenti restauri, in ivi, a. IX, n. 2, 1909, pp. 21-24.
[127] “La Sicile Illustrée, 1908, n. VII, p. 3.
[128] A. Salinas, A proposito della Chiesa dei Santi Pietro e Paolo di Forza d’Agrò, in “Rassegna d’Arte”, a. IX, n. 1, 1909, p. V.
[129] E. Mauceri, I Bellomo e la loro casa, in “Bollettino d’Arte”, V, 5, 1911, pp. 183-196.
[130] Ivi, pp. 194-196.
[131] Archivio Storico della Galleria d’Arte Moderna - Palermo, Lettera del 29 gennaio 1917, s. 12, 1917.
[132] P. G., Sebastiano Agati, in “Dioniso”, 1949, vol. XII, fasc. 4, pp. 231-232.
[133] Ibidem.



 
 
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