fondamenta santuario - Archeologia Siracusa

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fondamenta santuario

SITI DIMENTICATI




Siracusa. Cono gelato o pandoro, navicella spaziale o cappello di Merlino, ombrello o giostra? Osservando il Santuario della Madonna delle Lacrime è impossibile non pensare a una di queste figure. Altrettanto difficile, per non dire impossibile, è risalire spontaneamente ai significati che i due architetti francesi, autori nel 1957 del progetto, vollero attribuire alla struttura: di faro, con Maria che conduce verso il porto che è Gesù; di tenda, entro la quale la Madonna accoglie i suoi figli per condurli a Dio; di una lacrima che scende dall'alto.
Per chi rimane coi piedi a terra, si tratta di un enorme edificio in cemento armato alto 103 m, dalla prosaica forma di tronco di cono, costoluto come un pandoro, e capace di ospitare 11 mila persone in piedi e 6 mila sedute. Nulla a che vedere con le espressioni artistiche delle costruzioni tardo-barocche del val di Noto, di cui Siracusa capoluogo è piena. Un’opera megalomane che inizialmente doveva essere alta 130 m e ospitare fino a 20 mila fedeli! Un ecomostro che ha fagocitato il letto di un fiume, tanto che la cripta si allaga con estrema facilità, e l’area archeologica contigua al parco della Neapolis, alle Catacombe di S. Giovanni e alla Basilica di S. Marziano.
Contro ogni volontà popolare, che reputava e reputa ancora oggi l'opera un "mostro di cemento armato", la Curia fece cominciare i lavori nel 1966 per completarli, viste le polemiche e gli ingenti costi, 28 anni dopo, nel 1994.
Nel 1966, nel corso dello scavo per la realizzazione della cripta, com’era presumibile, si scoprì un mausoleo del IV sec. d.C., violato ma architettonicamente intatto, costituito da una sorta di cappella con due locali coperti da volte a botte perpendicolari all’asse dell’edificio. Sotto il mausoleo, due ambienti greco-romani (non accessibili), secondo uno schema documentato nella Mesopotamia, presso cui scorre un piccolo corso d’acqua. Il Santuario fagocitò tutto. I pochi resti visibili sono inglobati nella basilica inferiore.
Sia chiaro che qui non si mette in discussione la fede, che peraltro si può esercitare anche in una piccola chiesa di campagna, o la sacralità del luogo, ma la sua identità architettonica, l’ubicazione, il discutibile rilascio dei pareri e l’inopportuna scelta fatta dalla commissione tra i 92 progetti giunti a seguito di concorso internazionale. La commissione giudicatrice preferì il progetto più alto, il più impattante, il più decontestualizzato rispetto al paesaggio e all’ambiente. Una sconfitta anche per il Soprintendente Luigi Bernabò Brea, che non riuscì a contrapporsi efficacemente alle pressioni che gli giungevano da tutti i lati, specie dalla chiesa, dagli amministratori locali e dal partito della Democrazia Cristiana.
La costruzione del Santuario non ha guardato in faccia nessuno. Per raggiungere l’obiettivo la Chiesa andò avanti in sfregio a tutte le regole di tutela del patrimonio archeologico, paesaggistico e idrogeologico. Il progetto non fu adeguato alle regole vigenti; al contrario, le regole furono modificate per renderle idonee al progetto. Il vincolo archeologico del 1957, che gravava sui terreni in cui bisognava costruire, fu revocato dal ministro Medici nel 1959. Improvvisamente, a distanza di due anni, smentendo quanto affermava il precedente decreto, si accorsero che in quel terreno non vi era più un rapporto di contiguità con l'ambiente archeologico dell’antica Neapolis e delle latomie di Siracusa, quindi diventava edificabile. Venduti! La circostanza fu contraddetta nei fatti proprio dagli scavi nella contigua Piazza della Vittoria, eseguiti negli anni 70 per la costruzione dell’ingresso principale al Santuario: furono ritrovati i resti archeologici di una strada romana (III-IV sec. d.C.) edel santuario di Demetra e Kore.
Volevano dare una casa a una Madonnina di gesso che nel 1953 versò lacrime in un’umile casetta di pescatori, in via degli Orti. Con la realizzazione dell’ecomostro, le lacrime le stanno versando i turisti e i siracusani liberi ogni volta che si scontrano con la dimensione del santuario, con la sua prorompente bruttezza e con la consapevolezza dei resti archeologici sepolti in esso.
 
 
 
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