Alagona - nobili

Vai ai contenuti

Menu principale:

Alagona

famiglia Alagona    








Al dir di Mugnos una delle più illustri ed antiche famiglie di Spagna.
Prese tal cognome da una terra d'Aragona e ciò per un Artale che secondo il Surita in Catalogna era signore del castello di Alevona il 1133.
Il primo ceppo fù un Ermilao, principe di Agen uno dei nove cavalieri francesi che liberarono da' Mori la Spagna il 1121.
La trapiantò in Sicilia un Blasco d'Alagona che seguì il re Pietro d'Aragona, e per gli Stati e Baronie che acquistò si fermò ivi con grande splendore.
Nulla diciamo dei famosi avvenimenti di Artale e di Blasco bravi nella milizia, commendati dal Fazello.
Solo è da notare che per tali motivi i signori Alagona ne' loro privilegi furono da re aragonesi appellati loro consanguinei sin dal 1365.
Quindi ognun vede quanti domini di terre e di castella posseder dovettero in Catalogna e ne dintorni, che sarebbe lungo qui tutti riferire.
Il conte Artale d'Alagona dopo la morte del re Federico III governò la Sicilia col carico di vicario e tutore della regina Maria.
L'ultimo di questa famiglia fu un Francesco nel 1518 il quale venne investito del feudo di Priolo.
Armasi secondo il Minutoli: campo d'oro con sei palle nere situate 2, 2 e 2, lo scudo sormontato da corona di conte, supporto un'aquila bicipite.

STORIA DELLA FAMIGLIA ALAGONA
Testo tratto da: Profili di Siracusani Illustri
Mons. Giuseppe Cannarella
E' dovere civico e sprone all'imitazione per le novelle generazioni ricordare i benemeriti personaggi che onorarono la città nativa con le opere e soprattutto con le loro virtù. Fra questi occupa un posto eminente, come scrive il Privitera nella "Storia di Siracusa", (vol. II, cap. 13), Mons. Giambattista Alagona (1726-1802), dei baroni di Formica, discendente dai famosi vicerè di Sicilia, Blasco e Artale Alagona, ai tempi della dominazione aragonese.
Pubblicò di lui un elogio biografico (Napoli, tip. Cattaneo 1853) il barone Paolo Impellizzeri, che allo spirito bizzarro unì una cultura non comune e lasciò alla biblioteca arcivescovile una importante raccolta di classici latini.
Ancor giovanetto, l’Alagona fu mandato dal padre nel Collegio dei Gesuiti di Palermo ed ebbe per compagno il conte Cesare Gaetani sulla relazione del quale il biografo dichiara di fondare la maggior parte del suo elogio.
I due virtuosi giovani siracusani strinsero fin d’allora tale amicizia e fratellanza che non si estinse se non con la vita. Sotto la guida dello insigne maestro, il fiorentino padre Antonio Lupi, studiavano i classici, ne gustavano le bellezze e scrivevano anche con eleganza in prosa e in versi, in latino e in italiano.
L’Alagona, mentre era tutto intento ai diletti studi, fu richiamato in Siracusa dal padre, che volle ascriverlo alla milizia, per farlo partecipe delle prerogative e delle esenzioni dei cadetti nobili. Benché a malincuore, egli ubbidì al padre, che grandemente amava e riveriva; ma, dopo circa un anno, fu chiamato da Dio a più nobile carriera, per mezzo di un fatto straordinario.
Due giovani suoi amici, militari della medesima guarnigione siracusana, per futili motivi, vennero a grave contesa con le spade in mano. Egli, presente alla rissa, adoperava ogni sforzo per farli riconciliare, quando vide cadere ai suoi piedi, ferito a morte, lo sfidato. La tragica scena turbò grandemente l’animo suo. Ritiratosi in casa e versando le più amare lacrime, con quella invitta costanza, che costituiva il suo fermo carattere, prese la risoluzione di ritirarsi dalla milizia e cambiare vita.
Si presentò al Vescovo mons. Testa; che, accertatosi del suo sincero proponimento e della bontà dei suoi costumi, gli fece compiere gli studi teologici e lo consacrò sacerdote. Si diede con zelo ad esercitare il sacro ministero, coltivando contemporaneamente le lettere. Fu ascritto nella fiorente Accademia dei pastori aretusei; e dal conte Gaetani, che ne era il custode, e dagli altri soci fu eletto segretario.
Il Vescovo Testa, giusto estimatore delle sue virtù e delle sua abilità, lo volle canonico della Cattedrale, esaminatore prosinodale e moderatore delle congregazioni mensili del Clero, in cui si discutevano questioni riguardanti le sacre discipline. Ivi il dotto Prelato leggeva ai suoi sacerdoti quelle classiche orazioni latine, che furono poi pubblicate in Palermo dalla tipografia dei Bentivegna.
Nel 1754 mons. Testa, dopo essere stato solo cinque anni in Siracusa, fu trasferito all’Arcivescovado di Monreale. Se furono dolenti i siracusani nel vedersi togliere un Vescovo insigne per dottrina e pietà, dolentissimo rimase l’Alagona, che perdeva in lui il secondo padre, il confidente e il mecenate.
Appena quindi gli si presentò l’occasione, andò a raggiungerlo nella nuova sede; dove fu accolto da mons. Testa con paterna amorevolezza e trattenuto per parecchi anni nell’episcopio, a condividere con lui le sollecitudini pastorali. Strinse relazioni amichevoli col Viceré marchese Fogliari e con Mons. Riggio Statella, Giudice della Legazia Apostolica in Sicilia, che era stato arcidiacono del Duomo di Siracusa e poi Vescovo di Cefalù. Fu chiamato ad occupare importanti uffici in Palermo, fu inquisitore del tribunale della S. Fede e vicario generale della Diocesi di Mazara.
Veniva intanto a morte nell’agosto del 1772, il Vescovo di Siracusa, mons. Requisenz, e fu proposto a succedergli l’Alagona, che contava già 46 anni di età. Ricevette la consacrazione episcopale il 31 ottobre 1773 in Palermo e la domenica 28 novembre, dopo aver inviato in precedenza una lettera pastorale, scritta in latino classico, fece il solenne ingresso in Siracusa, descritto in tutti i fastosi particolari nelle “memorie” manoscritte del cerimoniere della Cattedrale, D. Alfio Di Natale (1710-1795).
L’8 dicembre celebrò la sua prima Messa solenne pontificale nella chiesa del monastero benedettino di S. Maria (che fu poi abbellita e da lui consacrata nel 1787), per la festa titolare dell’Immacolata. Il 4 febbraio 1774 riaprì, nel salone Torres dell’episcopio, le congregazioni mensili del Clero, con un discorso di occasione, e il 6 marzo iniziò la prima visita pastorale, che compì regolarmente ogni tre anni, in tutta la vasta diocesi, per ben nove volte. Il Gaetani e il Capodieci, nei loro “Annali”riconoscono che “mise in assetto le cose della Diocesi”, e che precipua sua cura fu di migliorare i costumi dei laici e fare rifiorire la santità nei suoi sacerdoti, confortando i zelanti, rianimando i deboli, ammonendo i traviati.
Pubblicò numerosi editti, pieni di sapienza pastorale, per la festa di S. Marziano e di S. Lucia, del Corpus Domini, per le rogazioni, per le Sacre Visite, per il Giubileo, per parecchi avvenimenti straordinari e soprattutto per il Seminario e per la disciplina degli ecclesiastici.
Contemporaneamente fornì la sua Cattedrale di preziosi arredi sacri, fece lastricare di marmi a vario disegno i gradini dell’altare e il pavimento del coro. Restaurò e abbellì il palazzo vescovile e il Seminario, per il quale fece costruire una grande e artistica cappella; ed accanto ad esso fece sorgere il Museo e la pubblica Biblioteca, innalzata dalle fondamenta nell’anno 1780 e adornata con finissimo gusto, spendendovi circa 15 mila scudi. La Biblioteca, che in seguito ha preso il nome del suo fondatore e che è stata di recente trasportata in nuovi e decorosi locali del palazzo arcivescovile, destò la più grande ammirazione dei cittadini e dei forestieri, e contribuì al rifiorimento degli studi e della cultura nella città di Archimede.
Tra i più nobili ingegni e insigni studiosi di quel tempo basterà ricordare il citato Cesare Gaetani, il vescovo titolare Sebastiano Brisciano, il custode delle antichità della Sicilia Orientale, Saverio Landolina (1743-1814), gli abati Vincenzo Moscuzzae Filadelfo Casaccio, che furono i primi e valorosi maestri del poeta Tommaso Gargallo (1760-1843), il parroco Giuseppe Logoteta (1749-1809), il sacerdoteGiuseppe Capodieci (1749-1827) che può considerarsi come il Muratori di Siracusa; nonché i due fratelli avv. Francesco (1763-1839) e Mons. Ignazio Avolio (1765-1844), eruditi scrittori di cose patrie.
Mons. Alagona donò dapprima alla biblioteca i libri suoi e del suo predecessore, che occuparono solo una terza parte degli scaffali, tanto che il Gargallo potè scrivere sarcasticamente nelle memorie patrie: “apparent rari Nantes in gurgite vasto”.
Però, appena gli fu possibile, nel 1795, acquistò a Napoli una gran quantità di altre opere, tra le quali per novanta ducati la famosa bibbia poliglotta di Londra del 1662, e noleggiò un bastimento per il trasporto dei libri.
La biblioteca possiede venti codici manoscritti, latini, greci e arabi, fra i quali un Corano in carta bambagina turca, settanta incunaboli dal 1470 al 1500 e stampe rare. Il dr. Salvagnini, direttore generale delle Biblioteche e degli Archivi d’Italia presso il Ministero della Pubblica Istruzione, visitandola nel 1928, disse: “E’ un gioiello di Biblioteca!”.
Imitando la munificenza del Vescovo, donarono libri, carteggi con uomini illustri, e oggetti antichi, alcuni nobili cittadini e l’abate Secondo Sinesio, che era stato segretario vescovile a Monreale e poi lo fu a Siracusa fino alla sua morte, avvenuta nel 1789.
Ogni giovedì, mons. Alagona si recava a visitare il Seminario, per dare paterno incoraggiamento ai suoi chierici, e quindi passava nell’annessa biblioteca e nello incipiente museo, dove trovava un gran numero di studiosi, che lo circondavano di riverenza e di affetto e lo accompagnavano poi fino al palazzo vescovile. Grande riconoscenza, scrive opportunamente il Chindemi, dobbiamo a quel sommo, mirando come di Sapienza e di costumi decorò il sacerdozio. Sullo esempio del Vescovo, c’era in tutto il Clero un rinnovato fervore di studi, di opere di zelo e virtù. Gli archivi della Curia, delle chiese e dei sodalizi di quel tempo sono ordinatissimi e ricchi di documenti e di notizie.
Il regio visitatore mons. Angelo De Ciocchis, venuto in Siracusa nell’aprile 1743, trovò, come nelle altre diocesi di Sicilia, anche in questa un Clero assai numeroso, composto di ben 3600 tra chierici e sacerdoti secolari, 1733 sacerdoti regolari nei conventi e circa 4 mila monache nei monasteri. Il De Ciocchis decretò che il numero dei chierici fosse limitato a dieci per ogni mille abitanti.
I vescovi siciliani insorsero contro tale disposizione e lo Arcivescovo di Monreale, monsignor Testa, indirizzò al viceré una dotta memoria, confutando i sofismi allegati e reclamando con forza apostolica la libertà della Chiesa nella scelta e nel numero dei suoi ministri (Sinesio, Vita di mons. Testa, Siracusa, 1781).
Tuttavia l’Alagona, più che il numero, voleva la perfetta formazione ecclesiastica del suo Clero, e in ciò fu così saggiamente severo che i suoi avversari ne fecero oggetto delle loro aspre critiche.
La controversia più lunga dovette sostenerla col Capitolo della Cattedrale, che pretendeva fossero eletti soltanto soggetti decorati di blasone e di censo; ma la vinse ottenendo in suo favore due disposizioni sovrane; e così potè nominare canonico il dotto parroco Logoteta, che aveva avuto bensì umili natali, ma la cui virtù, congiunta al sapere, valeva certamente molto di più di qualsiasi titolo araldico.
Tutto ciò che mons. Alagona faceva o donava per il pubblico bene, aveva l’impronta di una magnificenza e di una splendidezza quasi regale. Ospitava signorilmente nel suo palazzo i forestieri e gli illustri viaggiatori stranieri, tra i quali ci fu l’inglese Swinburne, che gli rese questa spontanea testimonianza (Voyage dans les deux Siciles, Paris, Didot 1786); “Le persone, che vidi in casa del Vescovo, erano amabili e istruite. Questo Prelato tiene la sua carica con dignità e si dedica con tanta assiduità all’esercizio delle sue funzioni episcopali, che si permette appena un’ora di riposo in tutta la sua giornata”.Con sé stesso tuttavia era parco e tutto quello che gli avanzava lo considerava patrimonio dei poveri, ai quali pensava di giorno e di notte e financo durante le sacre funzioni.
Io lo vidi più volte, ha lasciato scritto il suo biografo, con la semplicità dei primi secoli, scendere le scale del suo palagio, dando l’elemosina con una mano e la benedizione con l’altra. Accoglieva tutti come fratelli e figliuoli e porgeva volentieri l’orecchio a chi implorava da lui protezione e aiuto.
Il 7 maggio 1801 partì da Siracusa per compiere, per la nona volta, la visita pastorale della Diocesi. Nell’agosto e settembre di quell’anno, trovatasi nel convento di S. Francesco in Caltagirone, dove si ammalò. Sentendosi aggravato, volle confessarsi e ricevere il Santo viatico in forma solenne. Dettò il suo ultimo testamento lasciando tutto quello che allora possedeva ai poveri e alla sua chiesa.
Con l’assistenza spirituale del decano di Mineo e del missionario P. Galizia, si addormentò placidamente nel Signore la mattina del 21 settembre. Trasportata la salma in Siracusa, dopo tre giorni di esequie solenni e di pianto generale, fu inumata ai piedi dello altare maggiore della Cattedrale, dove egli da tempo si era preparata la tomba, con questa semplice iscrizione: “Hic iacet Joannes Bapt. Alagona Ep. Syracusanus ut ubi in litando se peccatorem confessus est remissionem peccatorum impetret”.
Dentro la cassa, in un tubo di piombo, fu posta una pergamena con un elogio dettato dal Logoteta.
L’impellizzeri chiude il suo scritto, accennando alle dismembrazioni patite dalla diocesi di Siracusa, nel 1818 e nel 1844, con questa invocazione: “Tu scendesti nel sepolcro in dì più opportuni e meno infelici. Tu non vedesti circoscritto il tuo vescovile potere, né quasi spezzata la tua Cattedra. Compassionevole sguardo rivolgi alla tua patria, famosa per rinomanza e per sventura; e prega dal misericordioso Iddio destini meno acerbi a questa terra”.

Un denaro di Maria d’Aragona della zecca di Catania
Pubblicato in: Monete Italiane Medievali e Moderne, Zecca di Catania
di Antonio Loteta da Panorama Numismatico n. 255 Ottobre 2010


  


Dopo la morte di Federico il Semplice avvenuta durante un’azione militare il 27 luglio 1377, la corona del Regno di Sicilia fu ereditata dalla figlia Maria d’Aragona.
Nata il 2 luglio 1363 a Catania dalle nozze tra Federico il Semplice e Costanza, figlia di Pietro IV d’Aragona, Maria fu incoronata nel 1377, a quattordici anni, e condusse la reggenza del Regno di Sicilia sotto la tutela di Artale d’Aragona, uno dei vicari.
Durante questo periodo di transizione la Sicilia era suddivisa in tre valli, eredità del dominio arabo, e gestita da quattro vicari. Le valli erano così divise: nella parte orientale, cioè a ovest della Sicilia, vi era la val Demone, comprendente Messina, Taormina, ecc.; nella parte occidentale a nord-est vi era la val Mazzara, comprendente Palermo, Marsala, Trapani, Mazara, Termini, ecc.; nella parte meridionale a sud-est vi era la val di Noto, comprendente Catania, Siracusa, Noto, ecc. Questa suddivisione durò fino alla riforma territoriale del Regno delle Due Sicilie nel 1816.
Palermo e parte della val Mazzara erano sotto l’influenza di Manfredi Chiaramonte conte di Modica. Francesco Ventimiglia, conte di Geraci, dominava sull’altra parte della val Mazzara che comprendeva anche le Madonne. Artale di Alagona, conte di Mistretta, primeggiava su Messina, Catania, Siracusa e in tutta la valle di Noto. La valle di Demona era suddivisa tra i Ventimiglia e Guglielmo Peralta, conte di Caltabellotta.



Artale di Alagona, con l’intento di espandere il proprio potere, tentò di dare in sposa Maria d’Aragona a Gian Galeazzo Visconti duca di Milano. Ma questa operazione incontrò la forte opposizione degli altri vicari, più favorevoli agli Aragonesi. Questi ultimi agevolarono il rapimento di Maria d’Aragona dal castello Ursino di Catania nel 1379 con il beneplacito di Pietro IV d’Aragona.
La regina riuscì solo nel 1391 a lasciare l’isola per trasferirsi prima in Sardegna e infine a Barcellona, dove sposò Martino il giovane d’Aragona.
Nel 1392, la regina Maria, il consorte Martino il Giovane e il suocero Martino il Vecchio sbarcarono in Sicilia.
Martino il Giovane divenne re di Sicilia ma di fatto regnò congiuntamente al padre, confermato anche dalle intitolazioni delle singole norme: Martinus dei gratia rex Aragonum et Martinus eadem gratia rex Sicilie ac ducatuum Athenarum e Neopatrie dux et eiusdem regis et regni Aragonum primogenitus et gubernator generalis et Maria eadem gratia dicti regni Sicilie et ducatuum predictorum regimine et solio omnes tres consedentes, conregentes, conregnantes. Vanno particolarmente evidenziate le frasi: Dei gratia rex Aragonum, et Martinus et Maria eadem, gratia rex et regina Siciliane e et in solio omnes tres consedentes, conregentes et conregnantes. Soprattutto quest’ultima: Nel trono tutti e tre insieme sedenti, insieme reggenti, insieme governanti.
Maria d’Aragona morì di peste nel 1401.




Fig. 1. La moneta pubblicata da Rodolfo Spahr nel 1931.
Nel Bollettino del Circolo Numismatico Napoletano, anno XII, n. 1 del 1931 fu pubblicato un articolo di Rodolfo Spahr1 riguardante a un denaro battuto nella zecca di Catania durante il regno di Maria d’Aragona.
In questo articolo Spahr escluse che questa moneta fosse stata emessa da Federico il Semplice, anche se monete simili erano state da lui emesse nella zecca di Catania, poiché le sigle G P presenti in questa moneta comparivano nella monetazione di Maria d’Aragona e non in quelle di Federico.
Spahr si chiese anche se si dovesse attribuire questa moneta al primo periodo (vicariato) di Maria d’Aragona o al secondo, quando regnò congiuntamente al marito Martino il Giovane e al suocero Martino il Vecchio (1392-1402). La moneta riportata nell’articolo (fig. 1) presenta delle mancanze alla fine della legenda al dritto, anche se lo Spahr la descrive con REGINA SICILIE DEI cioè terminante con un DEI.
Nel suo libro Le monete siciliane Dagli Aragonesi ai Borboni Spahr associò questa moneta al primo periodo della reggenza di Maria d’Aragona, definendo come diritto il lato della moneta con lo stemma e rovescio il lato con l’elefante, e modificò la parte finale della descrizione della legenda al dritto sostituendo la parola DEI con un simbolo.
In un’asta online della ditta di Monaco Numismatik Lanz 2 ho notato un denaro di estrema rarità di Maria d’Aragona zecca di Catania che ritengo molto interessante.
La copertina del Bollettino del Circolo Numismatico Napoletano, anno XII, n. 1 del 1931.
Da un lato vi è la figura di un elefante volto a sinistra e sul dorso una croce che interrompe la legenda accantonata sotto dalla sigla G P e sopra da due globetti. La legenda è GRA : REX : SICILE. Dall’altro lato vi è lo stemma aragonese a losanga e su ognuno dei quattro lati vi è una crocetta fra due punti.Il tutto in circolo di perline e con la legenda REGINA SICILIE (xx) 3 ° C .
L’elefante è il simbolo ufficiale di Catania dal 1239, quindi l’immagine dell’elefante sulla moneta ha permesso di attribuire la coniazione di questa moneta alla zecca di questa città.
Lo studio di questa moneta mi ha permesso di attribuire al secondo periodo (1392-1402) la sua data di coniazione e non al primo (1377-1392), grazie all’interpretazione della legenda GRA : REX : SICILE REGINA SICILIE (xx) 3 C, associandola alla intitolazione Dei gratia rex Aragonum, et Martinus et Maria eadem, gratia rex Siciliae et regina Siciliae […] et in solio omnes tres consedentes, conregentes et conregnantes, presente nelle norme emesse durante la correggenza.
Una ultima osservazione. Diversamente dalla descrizione dello Spahr, assocerei al dritto della moneta il lato con l’elefante con la legenda GRA : REX : SICILE e come rovescio il lato dello stemma con la legenda REGINA SICILIE xx 3 C .
Grazie a questi rinvenimenti si è potuto aggiungere così un nuovo tassello alla monetazione siciliana.
Note:
Rodolfo Spahr nacque a Catania il 3 novembre 1894. Uomo d’affari svizzero, si dedicò con passione allo studio della monetazione siciliana e nel 1959 la Banca di Sicilia gli commissionò la realizzazione di un catalogo di monete siciliane intitolato Le monete siciliane dagli Aragonesi ai Borboni (1282 – 1836), opera poi completata nel 1976 con la pubblicazione del volume Le monete siciliane dai bizantini a Carlo I d’Angiò (582-1282). Rodolfo Spahr morì il 15 dicembre 1981.
Ringrazio la ditta Numismatik Lanz per aver concesso l’autorizzazione alla pubblicazione delle foto e a tutti coloro che hanno partecipato alla discussione sull’argomento da me iniziato sul sito www.lamoneta.it
Lo stemma degli Alagona è d'oro, a sei torte di nero, ordinate, 2, 2 e 2. Lo scudo è accollato dall'aquila bicipite spiegata di nero, membrata e imbeccata d'oro, coronata all'antica, in ambo le teste, dello stess

GIOVAN BATTISTA ALAGONA VESCOVO DI SIRACUSA
http://www.antoniorandazzo.it/siracusani/alagona-giovan-battista.html





Vescovo di Siracusa. Nasce il 25 agosto 1726 a Siracusa dalla famiglia dei baroni di Formica. Prima canonico della Cattedrale, poi inquisitore fiscale del Sant'Ufficio a Palermo, quindi Vicario Generale di Mazara. Diviene vescovo di Siracusa nel 1773 e compie l'ingresso solenne in città il 26 novembre dello stesso anno. Si premura subito per ripristinare il culto e la devota processione in onore di San Marciano, primo vescovo di Siracusa. Con successivi editti, proibisce al clero la frequentazione di spettacoli pubblici, si pronuncia contro i gio-chi d'azzardo e contro le spese esorbitanti che si solevano fare nei monasteri in occasione di monacazioni e investiture di uffici.
Grazie al suo impegno, viene riaperto il Seminario e qui eretta dalle fondazioni una Pubblica Biblioteca. Il 1° maggio del 1800, in questa biblioteca il vescovo accoglie l'ammiraglio Orazio Nelson che due anni prima aveva levato le ancore da Siracusa per la celebre vitto-ria di Abukir. Giovanni Battista Alagona muore il 21 settembre 1801 nel corso di una santa Visita a Caltagirone. Le sue spoglie vengono portate a Siracusa e qui seppellite ai piedi dell'altare maggiore della Cattedrale, nel posto da lui desiderato, il pavimento marmoreo da lui fatto eseguire nel 1796 e che reca il suo stemma.


LA BIBLIOTECA ALAGONIANA

http://www.antoniorandazzo.it/monumenti/biblioteca-alagoniana.html


Recapiti telefonici: 0931 463997
E-mail: bibliotecalagoniana@libero.it
Indirizzo: piazza Duomo,5
Orari di apertura:
Da Lunedì a Venerdì dalle 08.30 alle 13.30
pomeriggio dalle 14.30- 17.00
Responsabile: mons. Salvatore Greco
Cenni storici e generali sulla biblioteca:
la Biblioteca Alagoniana prende il nome dal suo fondatore. mons. Giovanni Battista Alagona, vescovo di Siracusa per quasi un trentennio(1773-1801). Il pregio maggiore della Biblioteca Alagoniana è costituito da 21 codici latini, greci e arabi. tra di essi vanno segnalati un Corano commentato, le “Istituzioni di rettorica” del celebre umanista Giorgio Trapezunzio(1397-1486), un “evangeliario” greco, il “Libro d’Ore della Beata vergine Maria” con moltissime miniature di stile fiammingo (sec. XIV) e una pregevole Bibbia in caratteri gotici.
Le più antiche edizioni a stampa sono rappresentate da una ricca collezione di 70 incunaboli dal 1470 al 1500. Da segnalare un bellissimo esemplare “Liber Cronicarum” di Scherer e Komermeister, nella impareggiabile edizione norimberghese del Koberger (1493), la nota “Biblia pauperum” e il “Manipulus curatorum” di Giovanni Bellem da Brema.


 
Torna ai contenuti | Torna al menu