Santuario Ciane - Archeologia Siracusa

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Santuario Ciane

IL SANTUARIO DI CIANE
Di Laura Cassataro
Tratto da “I SIRACUSANI” ANNO V N. 28 NOVEMBRE DICEMBRE 2000

documentazione pdf

vedi anche:
http://www.antoniorandazzo.it/palazzidipregio/fonte-ciane.html




Prospetto della casa rurale (masseria Navora)


Cavallari ritiene che il muro completo del tempio fosse di m.36,33: si trattava, quindi, di una struttura molto ampia, che superava 1000 mq, i cui paramenti murari esterni non risultavano finemente rifiniti. Le pareti interne presentavano tracce di muratura e la pavimentazione era forse realizzata a mosaico, come il rinvenimento di cubetti di m 0,04 nel terreno circostante, gli fece pensare.


La colonna orfana era riuscita a rimanere in compagnia di un'altra, per più di cento anni; oggi è sola e... a testa in giù.

L’intensa attività edilizia che caratterizzò, com'è noto, la colonia corinzia Siracusa, si estrinsecò in tutte le tipologie architettoniche, raggiungendo livelli ottimali e dimostrando l'alto grado di specializzazione delle maestranze. La sola estensione della città greca, che nel periodo ellenistico raggiunse l'apice dei 325 ettari di superficie costruita, basterebbe da sola a testimo¬niare l'enorme valenza urbanistico- architettonica della "più grande città greca e la più bella di tutte", come la definì Cicerone nel noto passo delle Verrine (11,4). Ma la città greca vive principalmente del proprio territorio: essa è da considerarsi, quindi, come il pianeta attorno al quale, fuori dalle mura di fortificazione, orbitano piccoli satelliti, i suburbi e i luoghi sacri. L'avvio alla fondazione coloniale non è mai disgiunto dalla sacralizzazione del sito prescelto. E se il "sacro" ci appare monumentale e maestoso nei templi entro le mura, al di fuori di queste ha generalmente dimensioni assai più modeste, come nell'Antro a Scala Greca e nella favissa a Belvedere dedicati ad Artemide, nel santuario di Apollo Temenite e in quello della Stazione nonché nel tempio di Ciane, con l'unica eccezione forse dell'imponente tempio dedicato al padre degli dei (Zeus Olimpio) nell'altura di Policne. Dal punto di vista topografico è indubbio che i santuari extraurbani erano ubicati in punti nevralgici per il controllo del territorio, andandosi ad atte¬stare, nella maggior parte dei casi, nei siti interessati da preesistenti culti indigeni determinandone la ellenizzazione.

Tracce evidenti di riutilizzo di blocchi 'antichi' si possono osservare sui muri a secco più o meno ricoperti da remi e pale di fichidindia e nella muratura della casa stessa che presenta alcuni squarci.





Nell'affrontare il problema dei santuari extraurbani di Siracusa ho rilevato che gli storici ne indicano sempre l'ubicazione con la possi¬bile precisione, mentre di quello della ninfa Ciane fanno un troppo generico riferimento alla zona della fonte.
L'assetto geomorfologico del territorio in questione era, sino alla bonifica della fine dell'800, com'è noto, essenzialmente paludoso (era la palude Lisimelia o Syrakò).
Se una struttura templare era stata costruita, essa doveva necessariamente sorgere su un'altura ed in relazione visiva con VOlimpeion sulla Policne (oggi "Due Colonne": con riferimento alle uniche due colonne superstiti) e non doveva essere troppo vicina al laghetto- sorgente (Testa della Pisma e Pismotta) per gli stessi motivi. Nel 1887 il cavaliere Francesco Saverio Cavallari, primo direttore del museo archeologico di Siracusa, pubblicava un interessante (ma oggi forse dimenticato) rendiconto di scavo effettuato nel territorio, sul Cozzo Scandurra.
Racconta il Cavallari che il notaio Concetto Chimirri, "assai devoto all'incremento del Museo Siracusano", donò ad esso una "preziosa scultura". Si trattava di una grondaia a testa leonina in pietra calcarea attaccata ad un frammento di sima dell'altezza di m 0,34 e della lunghezza di m 0,465. Questo reperto era venuto casualmente alla luce durante alcuni lavori di cava sul Cozzo Scandurra. I picconieri, i quali avevano il compito di costruire un muro a secco nella pro¬prietà vicina del Sig. Antonino Di Silvestri, "trassero grande quantità di massi squadrati di tufo calcare, coi quali, rompendoli, fecero il nuovo muro per la lunghezza di 150 metri". Il rinvenimento della gronda e dei numerosi blocchi su una delle colline attorno alla Fonte Ciane, mise subito il Cavallari in grado di affermare che "così ci fosse indicato il luogo ove sorgeva il sacrario dedicato alla Ninfa, da cui la famosa fonte ebbe nome". Autorizzato dall'allora proprieta¬rio barone Giuseppe Scarichimi, l'archeologo iniziò la sua campagna di scavo riportando alla luce non solo un frammento di un'altra gron¬daia a testa leonina, ma resti "di antico muro, e molti e grossi frammen ti fittili, collegali con grappe di piombo, e pezzi di tegole e di tegoline curvilinee ".

Si riuscì così a seguire la parte perimetrale dell'edificio: per intero, il muro occidentale lungo metri 36,33; parzialmente i muri settentrionale (per metri 10) e meridionale (permetri 20); totalmente asportato dai picconieri il muro orientale. Benché questi ultimi non si fossero limitati a quest'asportazione, maavessero praticato, nella parte basamentale, un vero e proprio scavo in profondità, Cavallari riuscì a ricostruire la pianta della costruzione che a lui risulta essere quadrata. Due pezzi di colonne in pietra calcarea scanalate furono gli unici altri elementi architettonici ritrovati nell'angolo Nord-Ovest della struttura.
Lungo le parti perimetrali interne dei filari dei muri la presenza di una serie di "recipienti rotti e restaurati con grappe di piombo, disposti l'uno appresso all'altro, con piccolissimo intervallo, non poggiati sopra solido suolo, ma conficcati in uno strato cretaceo, e lateralmente murati in calcestruzzo" potrebbero far pensare alla funzione cultuale del fabbricato.
"Tutto adunque dimostra, che in questo Cozzo di Scandurra fosse stato eretto un edificio decorato di colonne, che pel loro diametro di metri 0,49, bene potevano sorgere sui muri, che hanno lo spessore di metri 0,56. Il quale edificio altro non poteva essere se non il santuario della Ninfa Ciane (tès Kuànes ieròn, Diod. XIV, 72), donde nel 396 av. Cr. Dionisio attaccò i Cartaginesi comandati da Imilcone ".
Chi volesse oggi individuare sulla carta dell'Istituto Geografico Militare la denominazione Cozzo Scandurra (che doveva far parte del feudo del barone omonimo) rimarrebbe deluso, perché di esso non v'è traccia. Il nome del barone, invece permane nel Canale Scandurra (Sgandurra, nel Foglio di mappa 92 di Siracusa) realizzato per bonificare la palude alla fine dell'800 e nella contrada a Nord della Sorgente del Ciane. Volendo, quindi, individuare il sito da Cavallari segnalato, non restava che il sopralluogo sul territorio.
Dopo giorni e giorni di ricerche e di indagini presso la gente del luogo, in particolare alle Masserie Napoletano e Biancuzza, che rivelaro¬no difficoltà maggiori del previsto a causa soprattutto delle trasformazioni agrarie intervenute in un lungo arco di tempo, sono riuscita a trovare nell'attuale località Biancuzza il muro a secco, lungo 150 metri, realizzato con i blocchi rotti provenienti dal Cozzo Scandurra, in gran parte nascosto dai rovi.
Sotto i fichidindia si intravede un muro a secco e, in primo piano, un blocco sporgente del tempio (uno dei tanti reimpiegati) che sembra voglia farsi notare dal passante!


Sotto: la colonna superstite.


Di fondamentale importanza è stata la dichiarazione del Sig. Diego Beliamo, proprietario di un fabbricato vicino, il quale mi ha raccontato di aver visto, nel 1998, durante una delle sue passeggiate a cavallo, due colonne antiche nei pressi di un caseggiato rurale abbandonato, che non doveva essere lontano dal predetto muro a secco. La ricerca ha dato esito positivo. Dentro un agrumeto ho individuato il caseggiato rurale: lungo il prospetto della casa biancheggiava tra le erbacce una sola colonna. La casa risulta chiaramente costruita per largo tratto sopra un filare di grossi blocchi di pietra calcarea regolarmente squadrati e che ritengo costituiscano il limite del basamento del tempio, nella loro giacitura originaria, che probabilmente prosegue al di sotto del pavimento della casa. Altri blocchi, non integri, sono a questa accostati a mo' di zoccolatura tanto che, davanti alle soglie delle porte fungono da gradini. Delle due colonne viste sino al '98 dal Sig. Beliamo ne rimane soltanto una, per di più fissata capovolta. L'imoscapo, infatti, si trova nella parte superiore e la parte inferiore, non più aderente alla superficie di base, è sostenuta con inzeppatura di frammenti vari. Tracce evidenti di riutilizzo di blocchi "antichi" si possono osservare nei muri a secco, più o meno ricoperti da rovi e pale di fichidindia, e nella muratura della casa stessa, che presenta alcuni squarci. Nel terreno circostante, smosso dall'aratro, il cocciame più vario affiora differenziandosi per il colore rossastro. Non credo ci possano essere dubbi sul fatto che la descrizione del Cavallari sia da riferirsi a questo sito, oggi Masseria Navora. Nonostante la costruzione della casa rurale sia sicuramente anteriore alla legge n. 1089 del 10 giugno 1939, non si può fare a meno di rammaricarsi per quello che rappresenta il completamento di una vera e propria distinzione già in atto fin da epoca lontana, se è vero, come è vero, che già nel 1887, l'archeologo parlava di avanzi di costruzioni. Non si può, poi, tacere del totale stato di abbandono di quel poco che oltre un secolo fa era stato individuato. La scomparsa di una delle colonne e la riutilizzazione di blocchi della antica struttura nella costruzione o nel rifacimento di muri a secco, sono segni di una troppo lunga rinunzia ad ogni azione di tutela e salvaguardia, che ci si augura cessi prontamente per la salvezza di quei brandelli lapidei, che non devono cadere nell'oblio.



Nella cartina di Vincenzo Mirabella il tempio di Ciane è ubicato in maniera generica nei pressi della fonte omonima



Le fonti letterarie

La ninfa Ciane fu oggetto di un vivissimo culto presso i greci di Siracusa, i quali a lei facevano sacrifici presso e nelle acque della fonte sacre, dedicandole quindi un tempio, come ci rende noto Diodoro.
Lo storico di Agira, infatti, riferendo i fatti precedenti la disfatta dei Cartaginesi di Imilcone, accampati alla Policne, presso il Tempio di Zeus Olimpio, ad opera di Dionigi nel 396 a.C., così si esprime: "Dionisio, appena informato della sventura cartaginese, armò ottanta navi e ordinò ai navarchi Faracida e Leprine di attaccare all'alba le navi nemiche; egli, invece, essendo la notte senza luna, fece fare un largo giro all'esercito, passò dal Tempio di Ciane e, all'alba, si avvicinò all'accampamento senza che i tiemici se ne accorgessero" (XIV, 72).
Friedrich Mùnter, nel 1788 scriveva: "Nel lido di tale ruscello (il Ciane) vi era allora un Tempio, ora totalmente distrutto, consagrato alla Ninfa Ciane, di cui fanno ricordo gli antichi".
Vincenzo Mirabella, nel 1807, dopo aver riportato il Inano di Diodoro, ritiene "molto verisimile essere stato questo tempio dedicato a costei" e ci offre anche la sua ubicazione nella carta a corredo, non lontano dalla fonte Ciane.
Serafino Privilera, nel 1879 (Storia di Siracusa): " Era buia la notte, ed egli (Dionisio) con le truppe uscito alla campagna per vie non peste, lasciandosi a mancina le paludi, la fonte e il Tempio di Ciane, risalendo il giro del colle Olimpico, in sul sorgere del sole trovassi schierato di fronte ai nemici".

Di recente (1992) Brian Caven (Dionisio di Siracusa): "In una notte senza luna Dionisio condusse le sue forze fuori della città, attraverso il fiume Anapo e intorno al fianco sinistro della postazione di Imilcone nelle vicinanze del tempio di Ciane (situato, senza dubbio, vicino alla sorgente del fiume omonimo)".

La leggenda

C'era una volta una leggiadra ninfa di nome Ciane (in greco Kyane, Vazzurra). La sua storia, come tante altre storie di giovani ninfe, viene variamente narrata dalle fonti: Diodoro Siculo, Plutarco, Ovidio.
Gli aneddoti, intrecciandosi, ci rendono viva la presenza della fanciulla legata al culto di Denietra e Kore, quindi, al rito della fertilità.
Traendo origine dal sostrato indigeno, la sua leggenda si lega ad una trasformazione in acqua: una sorgente che scaturendo dal basso forma un fiume, il Ciane (oggi famoso per la presenza del papiro).
Si racconta come la ninfa, piangendo disperatamente per il rapimento dell'amica Core (Persefone) da parte di Ades (Plutone) che ella, con i suoi occhi, aveva visto sparire sotto terra, si fosse trasformata, proprio nel punto della voragi¬ne, in sorgente. Questa metamorfosi sarebbe stata, secondo un'altra versione, determinata da Plutone indispettito per la presenza della ninfa.
Eracle, durante le sue peregrinazioni, avendo appreso questa triste, leggenda, volle rendere onore a Demetra e Core, sacrificando il migliore dei suoi tori che fece immergere nelle acque di Ciane. Egli, inoltre, prima di andare via, "ordinò agli indigeni di offrire ogni anno sacrifici a Core e di celebrare presso la fonte Ciane una riunione solenne e un rito sacrificale" (Diod. IV, 23). Sappiamo infatti che i greci di Siracusa istituirono le "panegiris" di Ciane, feste annuali che si svolgevano con cortei di uomini e di donne e, non solo con il sacrificio di un bue nelle acque cerulee della fonte, ma anche portando in processione pani di giuggiolena e miele in forma di genitali femminili, chiamati "mylloi ". Il mito di Ciane ha, quindi, una forte connotazione propiziatoria e di fertilità e, come quello di Aretusa, si abbina inevitabilmente ad un amore impossibile, quello di Anapo che, trasformato in fiume riuscirà ad unirsi a Ciane alla foce, come ci racconta Ovidio: "quoque suis Cyanem miscet Anapus ".
Una variante al mito di Ciane ci viene tramandata da Plutarco: Ciane sarebbe stata violentat a dal padre Cianippo, in stato di ubriachezza, per disegno di vendetta del dio Dioniso al quale egli aveva recato oltraggio. Scoperta la verità Ciane avrebbe ucciso il padre e sé stessa nel punto ove ancora oggi è la fonte, liberando oltretutto Siracusa dalla pestilenza che vi si era abbattuta a causa del terribile misfatto.
Blocco errante di finissima pietra calcarea che potrebbe essere un capitello. Nonostante il saccheggio perpetuatosi già in antico, quello che rimane è di grandissimo interesse e potrebbe ancora fornirci parecchie informazioni non solo sulla planimetria, ma anche sull alzato del tempio, nonché sul culto vero e proprio che qui vi si officiava e sulla cronologia del santuario che, a detta degli studiosi, dovrebbe essere uno tra i più antichi impiantati nel territorio siracusano.

Nel Museo Archeologico P. Orsi di Siracusa è possibile ammirare la Testa di Laganello (dal nome della contrada ad est del fiume Ciane), testa femminile, di forma cubica, gli occhi grandi e realizzati in superficie, i capelli a trecce e il polos sul capo; opera di un artista locale degli inizi del VI sec. a.C. Le dimensioni notevoli farebbero pensare ad una statua di divinità o forse... di ninfa, magari di Ciane. Dallo stesso territorio provengono interessanti materiali votivi (V sec. a.C.) come, ad esempio, un piccolo braciere in argilla che presenta tre anse con teste di toro, decorato nella parte superiore del piede, con una testina femminile e una statuetta fittile di dea in trono






 
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