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Capone Sergio

RACCONTI MEMORIE

Memorie di Sergio Capone tratto dal suo libro scritto per i suoi nipotini.





L’alluvione di Firenze.
Ma ritorniamo al 4 novembre 1966: Pioveva a dirotto dal giorno prima. Nonostante questo, c’era stato un notevole afflusso di visitatori alla caserma ed io mi ero divertito a spiegare i vari sistemi di prelievo delle impronte digitali. Era quasi l’ora di pranzo e gli allievi presenti come me nella Scuola, erano tutti seduti in mensa, che all’epoca si trovava sotto il livello della piazza di Santa Maria Novella; con delle finestrelle poste in alto che si affacciavano proprio sul piano stradale.
Avevamo da poco iniziato a pranzare (pranzo speciale per l’occasione) quando dalle finestre cominciò ad entrare l’acqua piovana, sempre con maggior violenza.
Nonostante il coraggio, e la fame, arrivati al secondo piatto, con l’acqua che aveva ormai invaso tutta la mensa ed era alta una decina di centimetri, pensammo bene di scappare, non senza aver prima arraffato quanto c’era in tavola. Io ricordo perfettamente che riuscii a portare via una coscia di pollo arrosto e due panini (e meno male!). La fuga fu provvidenziale perché, poco dopo, la furia dell’acqua aveva sfondato le finestrelle e penetrava con violenza inaudita in mensa. Quando tutto finì, risultò che il
livello dell’acqua era arrivato a quasi due metri e sulle colonne di quel locale, dopo il restauro, venne lasciata volutamente la traccia del livello raggiunto dall’acqua.
Corremmo alla disperata nelle camerate e da qui potemmo assistere ad uno spettacolo che in tutta la mia vita non ho mai più visto e che ho anche ripreso fotograficamente. L’alluvione di Firenze!
Era straripato l’Arno, e l’acqua bloccata anche da Ponte Vecchio, bellissimo ponte antico dove ci sono tutti i negozi degli orefici, ma che nell’occasione fece da diga alla massa d’acqua del fiume, ingrossato in modo anomalo anche per colpa dell’apertura troppo rapida di una diga posta a monte, aveva invaso la città. Ma se in centro, pianeggiante, l’acqua aveva soltanto invaso negozi e seminterrati, le strade attorno la caserma dove mi trovavo, essendo sottostanti il piazzale della stazione ferroviaria, ed in discesa, diventarono da subito veri torrenti in piena!
E con una forza ed una violenza che non avrei mai immaginato, dalla finestra della mia camerata vedevo trascinare, galleggianti sulla corrente, autovetture, carri, furgoni, che all’incrocio con via delle Orfane si accatastavano in un rumore assordante. Sembrava la fine del mondo!
Stando alla finestra, come tutti gli abitanti delle case vicine che avevano abbandonato i primi piani, terrorizzati, avevamo scorto un vecchietto che, nonostante l’acqua sempre più alta e veloce, era sceso al piano terra, forse per salvare un cavallino che aveva in una piccola rimessa.
Era una cosa pazzesca in quelle condizioni, e assieme ad altri due colleghi, che come me avevano fatto il corso di salvamento a nuoto, uscimmo dalla caserma da un portone secondario che dava su quella viuzza, e tenendoci a catena per le braccia, cercavamo di raggiungerlo per portarlo in salvo. Ma arrivò il Colonnello Comandante, in persona, un uomo sui cinquant’anni, robusto, ma molto agile, che oltre ad essere un ottimo Comandante era evidentemente anche un vero uomo, che ci bloccò e da solo, trattenuto da una corda che tenevamo noi, si lanciò a nuoto e salvò quell’incosciente da sicura morte (la cavallina infatti venne poi trovata affogata).
Per quel salvataggio, il Colonnello ricevette poi una medaglia d’argento al Valor Civile.
Per qualche giorno, nonostante per radio si sentisse sempre parlare di aiuti in arrivo, rimanemmo completamente senza acqua e luce; completamente isolati dal resto del mondo.
Per fortuna noi in caserma avevamo da mangiare le scorte di magazzino: scatolette di carne e cipolle.
Dopo qualche giorno arrivarono i primi soccorsi con i mezzi anfibi dell’Esercito ma almeno per un’altra settimana mangiammo solo pane vecchio ed ammuffito. Ma con la fame che avevamo era buono anche quello! Fino a Natale, di fatto, tutte le lezioni vennero sospese perché tutta la Scuola venne impegnata nel servizio di soccorso alla città. In particolare eravamo in servizio di notte nel centro storico, dove l’acqua aveva distrutto o danneggiato negozi e stabili importantissimi, come il Palazzo degli Uffizi, per evitare lo sciacallaggio.
Era impressionante vedere i danni arrecati dalla furia dell’acqua!
Ma confesso che qualche danno lo facemmo pure noi quando, in piena notte, con un freddo da morire, nonostante i cappottoni di panno e gli stivaletti anfibi, ci riscaldavamo accendendo falò in mezzo alla strada con la legna che trovavamo, e fra questa c’erano anche pezzi di mobili antichi.
Un ricordo di quelle notti all’addiaccio è quell’angioletto che sembra antico ma è soltanto un souvenir di quelli che venivano venduti ai turisti sotto il porticato del Palazzo degli Uffizi, e che ora è appeso sopra il letto di papà Luca.
Non ci furono vittime umane ma la furia dell’acqua fece tanti di quei danni, in quella città splendida, che da tutto il mondo arrivarono volontari per cercare di recuperare e salvare il salvabile.
Mi sembra superfluo dirvi, se non già fatto, che appena possibile dovrete andare a Firenze per godervi le sue bellezze.



 
 
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