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Raga Salvatore

RACCONTI MEMORIE

Salvatore Raga





IL MIO PRANZO MANCATO DEL 4 NOVEMBRE ‘66
del C.A.S. Salvatore RAGA, (7^ Compagnia)
Gli squilli di tromba della sveglia quella mattina echeggiarono quando io già ero nella cucina della Scuola. Vi ero andato, perché ero stato comandato di servizio assieme ad altri compagni di corso, tra i quali l’amico e corregionale Ignazio Pala. Nonostante la levataccia, quel tipo di servizio allettava non poco, perché significava avere maggiori possibilità di consumare pietanze meglio cucinate, ma soprattutto di averne in abbondanza.
La matinée filava come al solito, senza particolari problemi e, ad onore del vero, anche senza che fossimo granché impegnati, tanto che mi chiedevo perché mai quel genere di servizio, detto “ di commissione”, era stato ritenuto necessario.
Col cuoco, un toscanaccio rubicondo (dai modi garbati e civili) e coi suoi assistenti, si scherzava e si rideva mentre, in un angolo, si imbandiva, per noi “addetti…”, una tavola così ricca e curata da fare invidia ai più glorificati ristoranti della città e che al solo vederla, così bene adornata, ci faceva pregustare scorpacciate da sogno e prelibatezze… afrodisiache.
I tavoli della mensa, dopo la colazione, erano stati ugualmente riordinati a puntino. D'altronde, si trattava di un pranzo di festa: la ricorrenza del 4 novembre…!
Il menù del pranzo prevedeva un primo di rigatoni al ragù; un secondo fatto di carne, che dovevamo ancora preparare; un contorno di insalata verde; frutta fresca; dolce; vino e, se non ricordo male, pure lo spumante.
Per la sera, invece, era prevista la cena al sacco, da distribuire subito dopo il pranzo. Il “sacco” consisteva in un particolare sacchetto di carta-paglia contenente pollo, patatine, panino e, se non erro, marmellata.
Poco dopo le 11,00, ansimante, faceva irruzione nel locale il maggiore aiutante Onorio Tesi, accompagnato dal Tenente Milli, la cui simpatia lo ha reso a tutti indimenticabile, il quale, per ordine del Comandante la Scuola, colonnello Mario Serchi, ingiungeva al cuoco l’accelerazione dei tempi di cottura delle vivande, perché urgeva consumare il pasto, dato che l’Arno, a causa delle intense piogge ancora in atto, era straripato in più punti della città e minacciava di invadere anche la nostra Scuola.
Superato lo sbigottimento iniziale, fui attratto dall’insolito gorgoglio dell’acqua proveniente dalla strada. Liberai un battente del portone, che dava sul piazzale della stazione, e constatai che la strada antistante era già tutta sommersa dall’acqua che scorreva veemente verso via Della Scala e Via Alamanni.
Di conseguenza, ci demmo un’accelerata ulteriore, dannandoci l’anima per portare velocemente in refettorio la pasta cucinata in fretta e furia e il pollo fatto a pezzi, previsto per la sera. Tale operazione, come sempre, andava svolta immediatamente prima che i posti fossero occupati, quindi, a porte chiuse, ma, in tale occasione, non avevamo ancora terminato di servire tutti i tavoli quando gli allievi, con insolito trambusto, irrompevano nella sala, cominciando a mangiare senza curarsi di andare a occupare ognuno il proprio posto e senza
attendere il solito cerimoniale fatto di squilli di tromba, posizione di “attenti” e di “libertà” di sedersi, L’acqua, che ormai entrava dall’ingresso principale e che, di lì a poco, avrebbe invaso anche la mensa, aveva messo tutti in “libertà”, senza più bisogno del solito squillo di tromba.
Anche in cucina, ormai, il suo livello saliva a vista d’occhio, per cui, armati di scope, io e l’amico Ignazio Pala cercavamo, con pia illusione, di mandarla indietro. Temevamo che, se quel liquido maleodorante avesse invaso anche la mensa, sarebbe poi passato nel chiostro dell’annessa Basilica “Santa Maria Novella”, adibito a nostra piazza d’armi, andando quindi a congiungersi con quella che stava penetrando da sotto il portone principale.
Eravamo in tale situazione, quando, lì davanti, si fermò un automezzo dei Vigili del Fuoco, dal quale furono scaricati con solerzia una diecina di sacchetti di sabbia, che sistemammo, o meglio, cercavamo di sistemare a mo’ di argine sulla soglia. La battaglia era impari, perché l’acqua, dal colore di fango bisunto, lievitava velocemente, scaraventando subito i sacchetti all’interno della cucina,
Proprio mentre eravamo impegnati in questo “conflitto”, percepimmo delle grida concitate provenienti dal piazzale della stazione ferroviaria, che era lì di fronte. Si trattava di un nugolo di persone preoccupate per la sorte di una giovane coppia, bloccata in mezzo al piazzale, in una Fiat “500” bianca, le quali, vedendo l’auto ormai circondata dalla furia dell’acqua, incitavano quei giovani che la occupavano a mettersi in salvo. Ma i due, forse sposini, indugiavano, dando così tempo all’acqua di raggiungere il livello del vetro dei finestrini.
Fu un attimo: “Che facciamo…?”, domandai d’istinto all’amico/collega, e lui, Ignazio Pala, immediatamente rispose: “Andiamo…!” .
Fu così che, inclinando il corpo lateralmente, per contrastare la spinta furiosa che premeva verso via della Scala, situata a livello inferiore, riuscimmo, passo dopo passo, ad accostarci al minuscolo automezzo, dove, vincendo con fatica la pressione contro le portiere, tirammo fuori i due malcapitati e li accompagnammo fin sotto ai gradini del piazzale della stazione, posto proprio di fronte alla Scuola.
Il giovane, che intanto aveva forse perso la voce dall’emozione, nel salire le scale, a gesti, ci informava che in macchina erano rimaste le valigie…
Noi provammo ad andare a prenderle, ma ci rendemmo conto che il percorso di ritorno si era ormai fatto ulteriormente rischioso…
Così, con l’amico/collega, tenendoci abbracciati e facendo ricorso a tutta la nostra giovane vigoria, riuscimmo miracolosamente a tornare nella nostra cucina, dove i sacchetti di sabbia erano svaniti nel nulla e l’altro battente del portone d’ingresso, nonostante i suoi robusti saliscendi, era stato addirittura scardinato e abbattuto.
In cucina non trovammo più nessuno, erano scomparsi tutti, e dalla sala mensa, non sentendo più alcun vocio, capimmo che si erano tutti dileguati. Non ci restava che dire addio al pranzo, quel giorno solo pregustato, e scappare anche noi.
L’amico/collega lo fece subitosi, attraversando tutta la mensa completamente invasa, mentre io, non so perché, uscii dalla parte interna, verso il chiostro.
Lì, intravidi un altro collega, evidentemente ritardatario come me, il quale, tenendosi in equilibrio precario su di una piattaforma di legno galleggiante, da lui usata a mo’ di zattera, andava alla deriva nel chiostro, dove l’acqua girava a forma di mulinello. Seppi dopo che, dopo aver vagato per un po’, gli capitò a tiro una grondaia, tramite la quale riuscì a mettersi in salvo, arrampicandosi fino il primo piano.
La stessa cosa, quasi, stavo per fare io, con un attrezzo da ginnastica: il “cavallo con maniglie”, che mi galleggiava vicino e sul quale salii lestamente.
Pensavo di sospingermi sino al sottopassaggio che dava sull’altro cortile e, da lì, raggiungere la camerata della 7^ compagnia, alla quale appartenevo. Da sopra il “cavallo”, ebbi modo di afferrare un’asta per il salto in alto, che stava ugualmente vagando sull’acqua, e che pensavo di usare per spingermi nella direzione voluta, ma fatto qualche metro, il “cavallo” si bloccò. Evidentemente il mio peso lo faceva abbassate fino toccare a terra, per cui era impossibile muoversi.
Fortunatamente, ero ancora vicino al muretto delle arcate, così potei guadagnare l’uscita camminandoci sopra, nonostante fosse abbondantemente sommerso. Le colonne, che mi sbarravano il passo, le aggirai tenendomi abbracciato ad esse.
Intriso d’acqua sporca fino al collo, raggiunsi finalmente la mia camerata, dove, dopo essermi rimesso a nuovo ed aver ripreso fiato, mentre lo stimolo della fame cominciava a perseguitarmi, raggiunsi una finestra che dava sul piazzale della stazione… ma la “fiat 500” non c’era più e così pure tutte le altre auto lì parcheggiate. La furia… aveva spazzato via tutto

Una fame nera, che più nera non si può
di Salvatore Raga

La notte trascorse ovviamente in bianco: la fame e l’immagine fissa davanti agli occhi di quell’immane disastro, non mi consentirono di prendere sonno, che pure ne avevo in abbondanza! Fu una notte lunghissima, resa ancora più lunga dal fatto che, la mattina dopo, non ci furono nemmeno i soliti squilli di tromba, che, suonando la “sveglia”, ne annunciavano la fine.
La tromba tacque anche per la mancata adunata dell’alzabandiera e per la mancata colazione, dato che eravamo invasi dappertutto da quel liquido melmoso e maleodorante, che non ne permise lo svolgimento.
Solo fame, una fame tremenda, nera, che mi bloccava  la mente, facendone della ricerca del cibo un chiodo fisso. D'altronde, non mangiavo nulla da ben ventiquattro ore!
Intanto, l’acqua cominciava a ritirarsi e questo era già tanto.
Armato di macchina fotografica,  riuscii ad arrivare allo spaccio, dove trovai tutto a soqquadro e, purtroppo, più nulla da mettere sotto i denti... Sconfortato, frugai nel fango, rinvenendo tre o quattro cioccolatini, che, nonostante avessero già cambiato colore, ingurgitai avidamente e senza pensare ad eventuali conseguenze…
Nel pomeriggio, giunse un’autobotte con il rifornimento dell’acqua potabile, dal gradevole (si fa per dire…) odore di gasolio, di ci aveva anche il sapore, tanto che mi venne il dubbio se fosse davvero acqua, oppure gasolio annacquato. Ma tant’è, la sete era brutta, ancora più brutta della fame, per cui, dovetti piegarmi a… fare il pieno di gasolio!
Anche l’indomani, il giorno sei, le prospettive non erano rosee... Orami ero allo stremo e, a sera,  pensare di dover andare a letto ancora a stomaco vuoto, era diventato più un incubo che una necessità. Perciò, assieme ad un collega, anch’egli “sottopeso”, decidemmo di andare fuori, nella speranza riuscire a… “beccare” qualcosa di commestibile.
Macché: niente di niente. Poi, nelle vicinanze di Piazza Della Signoria, quando ormai ci eravamo già rassegnati a ritornare a bocca asciutta e con lo stomaco in gran subbuglio, si palesarono due belle fiorentine (ma non nel senso di bistecche, purtroppo…), le quali, non avendo altro da offrire a persone bisognose, ci affidarono due (dico due) barattolini di omogeneizzati per bambini, con l’incarico di offrirli a persone in difficoltà, di nostra conoscenza.
Per una certa riservatezza, non posso qui dire “chi” e con quale bramosia,  svoltato l’angolo,  divorò quei due omogeneizzati, ma è certo che di… “persone bisognose, di nostra conoscenza” si trattò.


 
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