Brandi Cesare - Galleria Roma Siracusa

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Brandi Cesare

bosco d'amore
Il Paradiso terrestre visto da un "pagano'di Cesare Brandi

Un prato come un lago d'amore, grandi alberi dai tronchi muscolosi, a volte coperti d'edera, un tetto di fogliami assai verdi, e coppie di giovani nudi, giovani adolescenti, di una nudità linda e stranamente casta, in atti d'amore timido, in atti come vestiti rispetto alla loro acerba nudità. Queste coppie stanno in piedi, ma poi vi sono, in primo piano, un vecchio saggio come un San Girolamo, una donna nuda e distesa di schiena con un cospicuo didietro, e una coppia meno giovane, di una donna semispogliata, con grandi apparecchi di giarrettiere, calze, reggipetto e slip, assai meno casta delle sue compagne nude, con un giovanotto che le sta a fianco e appena comincia ad abbracciarla, senza fretta.

Circola un'aria sottile, una luce quasi d'acquario, sembra d'udire una musica in sottofondo, o forse di uccelli lontani; il tono è quello di una frescura di montagna, con quel verde che da tutti i lati riscoppia e dilaga, con quella luce mattutina o serotina, ma comunque serena, piena di gioventù e di incipiente affetto, in quei gesti moderati, in quei corpi quasi senza pelurie, usciti appena dalla doccia e dall'infanzia.

S'insinuano nel quadro ricordi d'ecloga, spunti di Paradiso terrestre, e come un'eco di suoni agresti, di stormire di foglie, "la divina foresta spessa e viva". La contrapposizione di corpi nudi e chiari ai fusti scuri degli alberi è un "topos" di grandi quadri mitologici, la Primavera del Botticelli, il Festino degli Dei di Giovanni Bellini: così, quasi a passi felpati, la grande tradizione classica si espande in questo quadro senza tempo, se non quello della gioventù, senz'ombra se non quella che contiene la luce, e senza dolore, se non quanto ne prospetta il futuro anche il più felice.

E poi c'è pure quella trama musicale indistinta, lo stormire lieve della Pastora­le, le grandi linee tematiche di Vivaldi; insomma un quadro che si guarda e si ascolta, ma tendendo l'orecchio dentro di sé, come ascoltando la propria lon­tana infanzia, lo svegliarsi del corpo adolescente, quando la voce, nel cambiamento di registro, stecca, quando i primi fortori del sesso sobbollono e nella compagna di scuola s'affaccia l'amante...

Questo, o mi sbaglio, è il Bosco d'amore che Guttuso ha lungamente dipinto — il quadro è grandissimo — con una pittura fresca, neppure tanto rifinita, ma fresca appunto, come se non dovesse mai seccarsi, e quell'umidore che è nell'aria rimanere nel colore, giovane anch'esso appena munto. Ma non c'è neppure compiacimento, né un ambiguo corteggiamento ai giovani, che sono là, come le chiocciole sull'erba, come i grilli, le lucertole. Certo, c'è anche il serpente, e forse la prima coppia è la prima coppia umana e questo rinfocola il Paradiso terrestre, ma, a dire il vero, bisogna fare uno sforzo per accorgersene, perché il senso di questo Bosco d'amore non è biblico, ma ad un passo dalla classicità delle Georgiche e delle Ecloghe, degli Idilli, anche di quelli del Leopardi, che pure sono così poco idilli.

Quel che circola in questo quadro, dove un solo colore, il verde, è brillante, è una nostalgia quieta d'amore, come un sapore lontano d'una volta sola, un profumo che si respirò in una notte, in Asia Minore, e non si decifrava come fosse e quasi se ne sarebbe voluto morire...

Così Guttuso riesce a creare una favola senza favola, o con quello che è una favola ogni giorno, per chi intende la poesia, e allora un prato, gli alberi, uno spicchio di cielo fra le fronde e quelle fronde come un tetto. Rispetto al quadrone dell'anno scorso, Spes contra spem, così carico di simboli, di citazioni paoline, di ricordi autobiografici, di speranze e di desideri, questo è un quadro assai più semplice, ma infinitamente più complesso, con i suoi strati di poesia e di ricordi, che ognuno può rinserirci i propri, rinfrescandoli, come la rosa di Gerico, nell'acqua della memoria.

I milanesi, che vedranno per primi tra breve questo quadro in una mostra a Palazzo Reale, a metà ottobre, dovranno apprezzare come fiorisca il nord lombardo in un siciliano, che ha per sangue la lava dell'Etna, e che riesce a creare giardini arabi con le querce e le betulle, i castagni e gli abeti neri come l'inchiostro. Il cantore di questa natura nordica e ombrosa è lui, il solare sici­liano, che a Velate, quasi ai piedi del Monte Rosa, riesce a carpire una sua classicità. Ma Virgilio non era forse nordico, e Catullo? Con Virgilio e Catullo c'è tutta la grande poesia latina, quella per cui non è inutile studiare questa meravigliosa lingua morta. Auguro che il Bosco d'amore possa rimanere a Milano, in Lombardia.


(Dal"Corriere della Sera", 17 settembre 1984. Articolo scritto durante la lavorazione del quadro.)
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