Roretta Giordano - Galleria Roma Siracusa

Galleria Roma Siracusa
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Roretta Giordano

Siracusa
La capitale della magna grecia
"Ora sono qui  e leggo Teocrito nella sua città natale". E ancora. "Qui mi sarebbe piaciuto starmene seduto per giorni e giorni con Tucidide e Diodoro Siculo in mano". Questi erano i pensieri lasciati sulla carta da Gottfried Seume, poeta e letterato tedesco, quando nel 1802 arrivò in vista di Siracusa. Era finalmente giunto al traguardo del suo impossibile viaggio a piedi iniziato a Lipsia. La città si stende davanti a lui: ecco l'antica Neapolis; ecco la muraglia che Dionisio aveva fatto costruire in breve tempo per salvare Siracusa dai cartaginesi mentre le altre città dell'isola cadevano l'una dopo l'altra; ecco il maestoso teatro greco. Sono trascorsi circa duecento anni da allora eppure il moderno turista, seppure frettoloso, non riesce a sottrarsi alla seduzione di questi luoghi.
Siracusa e la sua provincia, infatti, sono riuscite a conservare per oltre duemila anni quel messaggio di potenza culturale difeso nel tempo contro le invasioni nemiche. Città principale della Magna Grecia proprio nel periodo di massimo splendore per l'isola - il V secolo a.C. - ha mantenuto il suo ruolo leader durante tutto il periodo greco e il dominio romano permettendosi di rivaleggiare anche con Atene.
Le sue pietre, dunque sono intrise di una storia che è stata quella dell'uomo per quasi due millenni fino alla conquista musulmana. Il V secolo a.C. dicevamo. Ed è il tempo del nuovo Athenaion nell'isola di Ortigia inglobato nel Duomo con la grandiosa facciata barocca di Andrea Palma; del teatro greco alla Neapolis; del castello Eurialo sull'altipiano dell'Epipoli con i suoi 15 mila metri quadri di superficie, la più bella e completa opera militare pervenutaci dall'antichità costruita da Dionisio il Vecchio. Ma è anche il tempo che rivisitiamo gli scavi di Akrai a Palazzolo Acreide; dell'antica Megara Hybiaea, che ci ha restituito lo splendido Kouros acefalo della metà del VI sec.a.C.; di Lentini, patria del sofista Gorgia e celebre per il ritrovamento della famosa "Testa Biscari" in stile dorico. Ma torniamo a Siracusa. Intanto va detto che la città comprende due nuclei: quello dell'isola di Ortigia dove troviamo il tempio di Apollo  il primo periptero dorico edificato in Sicilia , la Fonte Aretusa celebrata da Pindaro e Virgilio immersa in un paesaggio di papiri nonché preziose testimonianze medioevali e barocche, e la parte moderna sulla terraferma, ai piedi della zona archeologica.
Il suo golfo ce lo facciamo descrivere dal barone francese Gonzalve de Nervo, in Sicilia nel 1833. "Questo porto descrive una curva armonica sui dolci pendii delle colline che lo circondano; la sua circonferenza misura cinque miglia ed è considerato il più ampio del regno ...Le sue acque, le stesse che furono attraversate dai fuochi di Archimede e dalle flotte di Cartagine, che furono arrossate di sangue e coperte di morti e rottami, oggi sono mosse soltanto dalle golette dei pescatori." Da parte nostra proseguiremo per la meta prescelta: il teatro greco scavato nella roccia del colle Temenite. Per raggiungerlo dobbiamo attraversare buona parte del Parco monumentale della Neapolis tra il grandioso Anfiteatro romano di età imperiale (paragonabile per dimensioni solo all'Arena di Verona), e l'immensa Ara di lerone II e mentre camminiamo le lancette dell'orologio tornano velocemente indietro. Non sono solo le pietre a parlare da queste parti. Fa coro quella perfetta simbiosi tra natura e architettura che nei secoli ha stretto un patto indissolubile. E la magia rimbalza dalle moli colossali dei templi e dei teatri per ritrovarsi nei profili delle colline, sotto gli ombrelli dei pini e non ultimo nelle umili case contadine che occhieggiano dietro spinosi cespugli. Ma fanno coro anche le pagine più alte della tragedia greca. Ed è subito mito. Lo stesso che nel Settecento ammaliò l'Abate di Saint-Non e piegò al mistero Dominique Vivant-Denon. E come sfuggirgli. Avanti a noi è il massimo monumento scenico giuntoci dall'antichità, costruito dall'architetto Demòkopos, ideatore dell'ardito progetto di escavazione della roccia. Qui per la prima volta furono rappresentati "I persiani" nel 476 a. C. e "Le Etnee", due tragedie di Eschilo e ancora oggi la sua cavea che misura 138 m. di diametro con i nove settori di 'sedili per gli spettatori, la platea semicircolare e l'orchestra mettono in scena uno spettacolo di luci e tramonti durante le rappresentazioni teatrali in cartellone ogni due anni. Si dice che la sua acustica sia unica al mondo grazie anche alla straordinaria risonanza delle "Latomie", le attigue cave che la leggenda vuole fossero usate dai tiranni per ascoltare  i discorsi degli schiavi, tanto che il Caravaggio ne battezzò una come "Orecchio di Dionisio". Le Latomie sono il simbolo di quella Sicilia segreta e oscura che tanto appeal ebbe sui grandi viaggiatori europei. Il silenzio è spettrale nella Latomia del Paradiso con il  cosiddetto Orecchio di Dionisio come nella Grotta dei Cordari dove gli artigiani lavoravano le corde favoriti dalla particolare umidità del luogo. Come non pensare allora a Vivant Denon colpito dalla visuale "paesaggistica del piacevole unito al terribile". Se infatti i netti tagli nelle pareti rocciose sembrano caderti addosso scuri e sinistri, impensabili spiragli di sole intreccia- no giochi di colori dal verde al rosato per esplodere più avanti nella lussureggiante vegetazione di agrumi che ha invaso le successive Latomie dell'Intagliatella e quella di S. Venera fino alla necropoli Grotticelli. E per chi ne volesse sapere di più c'è sempre il Museo Paolo Orsi con i 15 mila pezzi che raccontano l'avventura di queste terre e un anfitrione di rara bellezza. Si tratta della Venere Anadiomène che accoglie il visitatore. Una statua del II sec.d.C. che fece dire a Guy de Maupassant: "E' la donna così com'è, come la si ama, come la si desidera, come la si vuole stringere."

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