Avolio Corrado - Siracusani

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Avolio Corrado

A-siracusani

Corrado Avolio
"Demopsicologo e Patriota"

Busto di Corrado Avolio opera dello scultote Giuseppe Fortunato Pirrone




Corrado Avolio nacque  a Siracusa il 16 Febbraio del 1843. La famiglia Avolio era netina, ma abitava a siracusa .  Quando il Capoluogho di provincia  fù trasferito da Siracusa a Noto  anche  loro di trasferirono a Noto. Corrado ricevette le prime nozioniscolastche da S. Bova,poi completògli studi nel Collegio dei Padri della Compagnia di Gesù, Collegioche più tardi avrebbe criticato in un suo scritto "Guida su Noto" perchè non riconsceva l'importanza dell' insegnamento delle scienze. Dopo i fatti dell' 16 Maggio 1860, arrivo a   Noto il comandante garibaldino Nicolò Fabrizzi per reclutare  giovani per l 'esercito di Garibaldi. A soli17 anni Corardo Avolio si arruolò combattendo con Garibaldi a Milazzo, e ricevette la medaglia al valor militare. Ritornato a Noto si iscrisse nella Facoltà di Farmacia a Catania, dove nel 1863 conseguì la Laureaa in  Farmacia.Insegno scienze mella scuola normale  femminile fino al 1900, fù nominato dal Comune  soprintendente delle scuole elementari. Corrrado Avolio studiò profondamente il dialetto siciliano per capire le radici storiche delle  parole , nella consapevolezza  che erano state tante le cultere portate da popolazzione straniere arrivate in Sicilia.Il suo lavoro  euristico raggiunse livelli alti infatti fù  apprezzato da studiosi del calibro dell' Ascoli , del D' Ovidio e del'Amari. Nel Maggio del 1900 fù colpito da una paralisi, rimase inattivo fino al 1905 anno in cui  mori il 1 Settembre. Tra le opere ricordiamoGuida su Noto (non e' una guida turistica) ma dei momenti di vita netina, Conferenza sulla Fillossera, Canti popoplari di noto, La schiavitù domestica in Sicilia nel secolo XVI, Vocabolario etimologico, Vocabolario Siciliano-Italiano.

http://www.lires.altervista.org/documenti/Corrado_Avolio_con_foto.pdf

AVOLIO, Corrado
Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 4 (1962)

di G. Picitto

AVOLIO, Corrado. - Nacque il 16febbr. 1843 a Siracusa, dove il padre Corrado, netino, si trovava come ufficiale medico. A Noto, dove la famiglia poco dopo era ritornata, ricevette educazione e istruzione in una scuola privata prima, nelle scuole dei gesuiti poi. Nel 1860 si arruolò nelle file garibaldine, nel battaglione di Nicola Fabrizi, partecipando alla battaglia di Milazzo e guadagnandosi una medaglia d'argento e una di bronzo.

Conseguito all'università di Catania nel 1863 il diploma di farmacista, tornò a Noto, ove esercitò la professione, dedicandosi contemporaneamente all'insegnamento delle scienze naturali in quella scuola normale, insegnamento che tenne fino al 1900, sempre da incaricato, vani essendo stati, per insuperabili difficoltà burocratiche, i suoi tentativi di ottenere il posto di ruolo o di passare all'insegnamento delle lettere italiane nei licei, nonostante l'interessamento di influenti amici ed estimatori quali M. Amari, G. I. Ascoli e F. D'Ovidio. Quest'ultimo, nelle lettere indirizzategli, lo sollecitava più volte a trasferirsi in una sede dove meglio avrebbe potuto sviluppare la sua attività scientifica, e a varie riprese accennava alla possibilità che egli conseguisse una cattedra universitaria di filologia romanza per potersi dedicare tutto agli studi intrapresi: ma l'A. non volle mai lasciare la sua Noto e la sua farmacia. La vita dell'A. è vuota di avvenimenti di rilievo e si compendia tutta nelle sue opere. Nel 1900, nel pieno della sua attività, fu colpito da paralisi progressiva e, dopo lunghe sofferenze, si spegneva a Noto il 1º sett. 1905, lasciando incompiuta la maggior parte dei suoi lavori.

Il nome dell'A. è legato ai suoi studi di dialettologia siciliana: studi che cercò di fondare su basi scientifiche, facendoli uscire dalla fase empirica e dilettantistica in cui fino allora erano rimasti e inserendoli degnamente nel quadro della linguistica romanza. Alla dialettologia l'A. giunse attraverso gli studi di poesia popolare che, per opera di L. Vigo, di G. Pitrè e di altri, erano allora in Sicilia in grande onore. La sua prima opera di rilievo, infatti, essendo privi di importanza alcuni articoli di chimica agraria o di argomento locale, è il volume Canti popolari di Noto (Noto 1875), in cui pubblicò 656 componimenti popolari, scelti fra i moltissimi raccolti nella sua città, preceduti da una breve introduzione e seguiti da un saggio di traduzione italiana e da note folcloristiche.

Già fin da questo primo lavoro l'interesse dell'A. si concreta, più che sul valore folcloristico e letterario, sull'aspetto filologico e linguistico del suo materiale, tanto che i Canti popolari costituiscono solo la seconda parte del volume, mentre la prima è dedicata a uno Studio comparativo del sottodialetto di Noto con la lingua italiana,in parte pubblicato a sé poco prima nelle Nuove Effemeridi Siciliane di Scienze Lettere ed Arti,e la terza ed ultima alla ristampa di un importante testo di antico siciliano, già pubblicato nella medesima rivista. Il volume si chiude con la promessa di uno studio organico sul dialetto di Noto secondo i metodi scientifici della linguistica e della dialettologia romanza.

Certo, allo stato attuale delle ricerche, assai poco delle osservazioni linguistiche contenute in questo primo volume dell'A. appare come scientificamente valido. Il raffronto fra i suoni del dialetto di Noto e quelli dell'italiano, inteso esclusivamente, secondo un modello tradizionale nella letteratura siciliana, a rendere più agevole la comprensione dei canti popolari ai quali è premesso, è del tutto empirico e aleatorio, e l'A. stesso è ben cosciente che uno studio scientifico avrebbe invece richiesto una grammatica storica che esaminasse organicamente la derivazione del sistema fonetico del suo dialetto da quello del latino. Anche le osservazioni grammaticali e sintattiche sono frammentarie e occasionali, e molte etimologie lasciano perplessi o sono nettamente da respingere. Il suo tentativo di ricostruzione storica e preistorica, infine, impostato sulla tesi di una identità di siculo antico e di latino, è oggi del tutto insostenibile. Resta tuttavia il fatto che questo dell'A. fu il primo tentativo di applicare al siciliano la teoria del sostrato, e resta l'importanza dell'affermazione teorica della possibilità, anzi della necessità, di mettere in relazione la distribuzione spaziale dei dialetti moderni con la struttura etnica della Sicilia antica, anche se la fiducia dell'A. è certamente eccessiva, ed egli non tiene abbastanza conto dei movimenti di assestamento e di livellamento verificatisi in Sicilia in epoca storica e fino al presente.

I Canti popolari di Noto sono ancora opera di un dilettante, anche se indubbiamente dotato di acuto ingegno e di notevole capacità d'individuare il nucleo essenziale dei problemi che lo studio dei dialetti poneva. I sette anni che corrono fra essi e l'Introduzione allo studio del dialetto siciliano (Noto 1882), però, segnano un progresso decisivo : in essi l'A., mentre attendeva alla sua professione e all'insegnamento, estese le sue conoscenze alle lingue che sul siciliano hanno esercitato il loro influsso, dal greco bizantino e dall'arabo all'antico francese e al catalano, e soprattutto riuscì, pur senza lasciare la sua Noto, è perciò da autodidatta, ad acquisire e affinare un metodo scientifico per lo studio dei dialetti: è questo, senza dubbio, l'aspetto più sorprendente della sua figura di studioso.

L'Introduzione, che resta il lavoro più significativo e più vitale fra quelli pubblicati dall'A., è un rapido profilo in cui egli, dopo un breve esame dei problemi pregiudiziali della trascrizione del dialetto moderno e dell'interpretazione della grafia dei testi antichi, schizza la storia esterna ed interna del siciliano: la prima è costituita dal succedersi dei vari strati alloglotti che hanno contribuito alla formazione del lessico siciliano fino al francese moderno e all'influsso sempre più forte dell'italiano; la seconda si assomma principalmente nel passaggio dall'antico siciliano al siciliano moderno, e l'A. dimostra la necessità di questa distinzione esaminando alcuni dei tratti più significativi in cui la fonetica, la morfologia, la sintassi dell'antico siciliano divergono dalle condizioni del dialetto moderno. Segue nella seconda parte una Serie di scritture in dialetto vecchio siciliano,alcune pubblicate per la prima volta, altre già edite e qui dall'A. ristampate e annotate. L'Introduzione, aprescindere da questo o quel particolare in cui non si può consentire e da una fiducia che oggi appare eccessiva sul valore documentario delle forme grafiche dell'antico siciliano, dimostra, oltre a una notevolissima capacità di sintesi, un senso storico allora assolutamente fuori del comune: l'A infatti, vede il siciliano come la logica risultante delle correnti etniche e culturali che nel corso dei secoli si sono incontrate e scontrate in quest'area linguistica, e la sua visione, al di sotto di una leggera patina naturalistica che si manifesta più che altro nell'uso di certa terminologia allora in auge, è animata da una concezione fresca e viva della lingua, sentita, nella dinamica del suo divenire, come sviluppo inarrestabile, ed è sorretta costantemente da una chiara coscienza dei modi in cui concretamente si attua l'evoluzione linguistica, colta sovente e descritta nel momento stesso del suo realizzarsi. Qua e là, poi, fanno capolino intuizioni di sorprendente modernità, come il senso acuto della necessità d'individuare e distinguere adeguatamente i diversi piani cronologici che costituiscono la prospettiva generale, e la coscienza del valore chiarificatore che può assumere lo studio della distribuzione spaziale dei singoli fenomeni all'interno dell'intera area.

L'Introduzione dell'A. è, in realtà, una conclusione,cioè una sintesi dello sviluppo storico del siciliano, e come tale è rimasta fino ad oggi insostituita: la grammatica storica, che ad essa avrebbe dovuto far seguito, non fu mai completata, e fra le carte numerosissime che l'A. lasciò se ne rintracciano solo alcune parti in uno stato di più o meno avanzata elaborazione.

L'Introduzione fu accolta con calorosi consensi, suscitò vivo interesse e valse a procurare all'A., che già da tempo era in costante relazione, fra l'altro, con A. D'Ancona e con Graziadio I. Ascoli, nuove amicizie, fra cui particolarmente duratura e feconda quella con Michele Amari e con Francesco D'Ovidio, per non dire dei rapporti, rimasti più saltuari, con A. Mussafia, con A. Gaspary, con E. Böhmer, con H. Schneegans, col Novati, con Pio Rajna, ecc., oltre che coi siciliani G. Pitrè, S.A. Guastella, A. Traina e altri. L'A. era ormai considerato il maggiore specialista di siciliano, e specialmente di antico siciliano, e a lui gli studiosi si rivolgevano da ogni parte per chiedere il suo parere in proposito e per averne informazioni, chiarimenti, materiali: così l'Amari sollecitava il suo giudizio sui rapporti del testo del Rebellamentu di Sichilia con le altre fonti parallele sul Vespro siciliano e sulla datazione del testo stesso e del manoscritto, e l'A. rispondeva con due Lettere filologiche, pubblicate dall'Amari nel III vol. dell'edizione milanese (1886) della sua Storia del Vespro Siciliano (pp. 504-522),e il D'Ovidio intratteneva con lui una fitta corrispondenza sul Contrasto di Cielo D'Alcamo.

Non minore importanza hanno anche gli scritti che l'A. dedicò alla toponomastica siciliana: il primo, Di alcuni sostantivi locali nel siciliano,apparve nel 1888 nell'Arch. stor. siciliano, n.s., XIII, pp. 369-398, e l'altro, Saggio di toponomastica siciliana, fu pubblicato nel 1898 nella sesta dispensa dei Supplementi dell'Archivio Glottologico Italiano (pp. 71-118): era stato l'Ascoli, infatti, a spingere l'A. ad ampliare il disegno di quel primo articolo, e aveva intrattenuto con lui in proposito una fitta corrispondenza. Anche in questo difficilissimo campo, reso ancor più arduo in territorio siciliano dal sovrapporsi di così numerose e disparate tradizioni linguistiche, all'A. spetta il merito di avere instaurato un serio metodo scientifico, fondato sull'esatta conoscenza della pronunzia e dell'uso dialettale dei toponimi e sulla necessità di corroborare le ipotesi di interpretazione inserendo quelli di significato non più sentito in serie stabilite in base alle forme di significato trasparente ed evidente; ciò allo scopo di ovviare, almeno in parte, al perenne rischio di spiegazioni arbitrarie, puramente possibili, a cui la toponomastica è soggetta per il fatto che dei due elementi essenziali per l'esame di una voce, forma e significato, s'ignora proprio quest'ultimo che è il più importante. Anche se l'A. qua e là si lasciò trasportare troppo lontano nell'applicazione del suo metodo, senza giustificare sempre, sul piano fonetico, l'inclusione dei toponimi nelle singole serie, e senza far riferimento alle condizioni ambientali, l'elaborazione e l'adattamento che egli fece dei criteri generali della toponomastica alle particolari esigenze imposte dalla storia linguistica della Sicilia restano ancor oggi pienamente validi.

Gli studi dell'A. avrebbero dovuto avere la loro logica conclusione in un grande vocabolario siciliano scientificamente impostato: egli, infatti, ne lasciò ben due incompiuti. Il primo è un vocabolario etimologico con particolare riguardo all'antico siciliano. L'A. parte dal ben noto vocabolario siciliano-latino e latino-siciliano-spagnolo di Lucio Cristofaro Scobar (1519-20), raccoglie sotto ciascun lemma la documentazione fornita dai testi di antico siciliano e da alcune fonti archivistiche della sua Noto, e aggiunge infine il riscontro con le forme parallele delle altre lingue romanze e la base da cui esse partono, latina o di altra lingua. Dell'opera ci resta, per così dire, l'ossatura generale, cioè la schedatura integrale di tutti i lemmi, ma solo alcuni di essi sono già abbastanza elaborati: di altri c'è la sola intestazione, manca quasi dovunque la spiegazione del significato, e lo spoglio stesso dei testi allora disponibili è solo parziale. Probabilmente l'A., durante il lavoro, aveva mutato disegno, iniziando la stesura di un altro vocabolario che non fosse riservato esclusivamente agli specialisti, come certamente sarebbe riuscito il vocabolario etimologico dell'antico siciliano, e che potesse, invece, accoppiare il rigore scientifico con l'utilità pratica che i comuni vocabolari dialettali hanno per una più vasta cerchia di persone. Dai più noti vocabolari siciliani precedenti, quali per es. quelli di V. Mortillaro e di A. Traina, da cui egli parte, quello dell'A. si distingue per l'aggiunta sistematica di sobrie etimologie, ma ancor più per la capacità d'individuare il più profondo nucleo semantico delle voci dialettali, per l'efficacia delle definizioni, dettate in un italiano vivo e fresco, che volta decisamente le spalle agli arcaismi affettati e ai preziosismi linguaioli dei precedenti lessicografi. siciliani, e, infine, per l'aggiunta degli esempi siciliani, così felici ed azzeccati da parer colti dal vivo discorso parlato e da consentirgli di rendere e far sentire anche le più sottili sfumature semantiche e tonali del dialetto. È dubbio se l'A. si accingesse a questo grande lavoro stimolato dal desiderio di partecipare al noto concorso per il miglior vocabolario dialettale promosso nel 1890 dall'Ascoli, anzi è probabile che vi avesse messo mano già prima, indipendentemente da esso, e che l'idea di partecipare a quel concorso gli abbia suggerito solo alcuni ritocchi al testo primitivo. In questo senso vanno probabilmente spiegate le numerose aggiunte fattevi e il loro carattere particolare, che mostra come l'interesse dell'A. a un certo momento si fosse spostato dall'intento di descrivere con rigore scientifico il patrimonio lessicale del siciliano per avvicinarsi maggiormente al proposito normativo di suggerire ai siciliani il miglior uso dell'italiano, insistendo sulla sinonimia toscana a scapito, in definitiva, di quella dialettale. Il male inesorabile, che presto lo avrebbe condotto alla tomba, lo colse quando egli era arrivato alla stesura della lettera RA-, ma la parte rimastaci, malgrado un certo disordine e appesantimento causati dalle aggiunte a cui si accennava, conserva un notevole valore e una considerevole utilità.

Scritti, oltre quelli già ricordati: La schiavitù domestica in Sicilia nel sec. XVI, in Arch. stor. siciliano, n. s., X (1885), pp. 45-71; La questione delle rime nei poeti siciliani del secolo XIII,in Miscellanea in memoria di Napoleone Caix e U. A. Canello, Firenze 1886, pp. 237-241; Del valore del diagramma CH nel vecchio siciliano,in Arch. stor. siciliano,n. s., XV (1890), pp. 252-282; Le rime nei canti popolari e nei proverbi siciliani e le loro dissonanze,in Arch. glottol. ital.,XIII (1892-93), pp. 262-279; Giuseppe Melodia,in Arch. stor. siciliano,n. s., XXXII (1907), pp. 525-532.

Bibl.: G. Leanti, C. A., in Arch. stor. siciliano,n. s., XXX (1905), pp. 558-562; C. Sgroi, Un carteggio inedito di G. I. Ascoli e le sue relazioni con C. A.,in Riv. d. soc. filologica friulana G. I. Ascoli, III(1922), pp. 118-126, 152-165; Id., C. A. dialettologo, demopsicologo e glottologo siciliano,in Annuario 1925-26 dell'Istituto Magistrale "M. Raeli" di Noto, Noto 1927 (estr.); Id., Le relazioni fra Michele Amari e C. A. in un carteggio inedito dell'Amari, in Arch. stor. per la Sicilia Orientale, n. s., X (1934), pp. 124-146; Id., L'opera e l'anima di C. A. dalle lettere dei suoi amici, ibid., s. 4, IV (1951), pp. 185-250; Id., Giunte e correzioni alle opere di C. A.,in Arch. stor.siciliano, s.3,V, 1 (1952-53), pp. 307-323.

 
 
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